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Take That, il ritorno di un sogno

Disco e tour, i cavalieri senza macchia degli anni Novanta sfidano il terzo millennio. Saranno a luglio a San Siro, noi li abbiamo incontrati e intervistati prima. Tornano Gary BarlowHoward DonaldJason OrangeMark Owen e Robbie Williams per scrivere un’altra pagina di quella che loro stessi definiscono “una bella storia”.

Take That

Take That

Già nel 2006 si erano avvicinati ma senza il ribelle Williams. Ora c’è. Ci sono proprio tutti. Progress, l’album che li ha riuniti, trascina il fascino degli anni Novanta nel terzo millennio. Saranno in Italia per un solo concerto a San Siro il 12 luglio 2011, organizzazione Live Nation, e si passeggia verso il tutto esaurito.

I Take That di nuovo insieme!

«La nostra è una bella storia, siamo un lampo d’allegria in questa stagione difficile».

Che concerto porterete a San Siro?

«Ci saranno canzoni della prima giovinezza e della seconda. Canzoni che sono nate dai singoli o da collaborazioni di coppia. Ci stiamo lavorando ma chi sarà a san Siro assisterà al più grande spettacolo mai visto sulla terra».

Parliamo del disco, Progress.

«Ci siamo affidati a un produttore capace di portarci in una nuova dimensione, libera da frammenti di passato, singoli e di gruppo».

C’è tanta electro dance.

«Se ne respirava anche in Take That & Party, nostro primo disco: Progress è il fratello più vecchio e saggio. Dovevamo lasciare un segno per quanto siamo consci che il pubblico ci conosce prevalentemente per le ballad».

Che effetto vi ha fatto, nel 2006, ritrovarvi senza Robbie Williams?

«E’ stato un rodaggio. Non ci frequentavamo da tempo, dunque bisogna annusarsi e riconoscersi. Il rientro di Robbie è stato più facile da assorbire: noi quattro già c’eravamo e lui era solo, dunque un assorbimento lento».

Sembrate molto uniti, quasi di più ispetto agli anni Novanta.

«Eravamo giovani ed egoisti. Stavolta ci siamo confrontati senza remore, non era mai accaduto in passato. Dovemamo dimostrare a noi stessi di essere cresciuti».

Ci rivediamo a luglio, dunque.

«Negli anni Novanta, l’Italia era il paese più pazzo d’Europa. Speriamo di ritrovarlo così».

Davanti all’hotel vi aspettano molte ragazze giovani: il vostro fascino è evergreen.

«Le italiane sono uniche e meravigliose, invecchiano più lentamente».

Scusate?

«Stanno di più a casa più, hanno valori profondi e di conseguenza entrano più tardi nell’età adulta».

Siete i soliti dongiovanni.

«Dice? (E giù una risata, ndr

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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