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Noel Gallagher: chi lo ama lo segue. Storia del suo show milanese

Noel Gallagher ha incantato Milano

Per molti è stata una rottura annunciata, per altri un evento più tragico di un divorzio in famiglia. C’è chi Noel Gallagher avrebbe preferito vederlo sempre alla destra del palco con la chitarra, un passo indietro rispetto al fratellino Liam che, testa alta e braccia dietro la schiena, nei live gridava note roche con la voce rimastagli dopo anni di eccessi. E c’è qualcuno che invece non ha fatto altro che aspettare, aspettare che la mente degli Oasis provasse l’ebbrezza della libertà, per vedere come si sarebbe destreggiato senza il suo ingombrante  quanto imprescindibile alter ego fraterno, con il quale ha sempre pedalato in un tandem mente-braccio, che spesso si trasformava in un braccio di ferro.

E alla fine Noel lo ha fatto, ha provato a volare alto di nome e di fatto con il suo “Noel Gallagher High Flying Birds”, album solista che ha portato sul palco milanese dell’Alcatraz. Con un sold out in meno di due ore dall’apertura delle vendite, il ragazzaccio di Manchester continua nel corso della sua carriera più che ventennale ad assoldare fan nel folto manipolo degli adepti del brit-pop: tra coloro che si accalcavano in fila stringendo tra le mani il biglietto, parecchi andavano ancora carponi quando sul mercato uscì “(What’s the story?) Morning Glory”, album che consacrò Noel e Liam come eredi dei Beatles, pionieri del movimento musicale simbolo degli anni ’90, coloro che una volta scesi dalle “spalle dei giganti“, lo sono diventati a loro volta, assicurandosi un posto nella Storia.

E non importa se i capolavori – i “Masterplanes” – sono già stati sfornati, se le nuovi canzoni risultano tanto orecchiabili e godibili quanto familiari. Gli Oasis sono gli Oasis, anche oggi che ognuno ha preso la sua strada. E in attesa che si gridi alla tanto sospirata quanto previdibile reunion, Noel, le cui zuffe con il fratellino sono più note delle parole di “Wonderwall”,  non perde occasione per inneggiare alla libertà, anche in apertura di concerto con il brano “(It’s Good) To Be Free”. Il ritorno alle origini però non si fa attendere, con “Mucky Fingers”, brano alla Bob Dylan estratto dall’album degli Oasis “Don’t believe the truth”.

Impeccabile negli arrangiamenti, circondato da una scenografia abbastanza minimale, mister Gallagher è come sempre laconico e poco incline al sorriso, anche se tra un applauso e l’altro non sfugge ai presenti l’espressione compiaciuta, dovuta al calore del pubblico. “Buonasera Milano” si limita a dire al microfono. Lo show prosegue senza intoppi, e Noel snocciola una serie di brani contenuti nel nuovo album: l’overture “Everybody’s on the Run”, seguita da “Dream On”, dalla splendida ballata “If I Had a Gun” e dalla b-side “The Good Rebel”. E se la folla non può fare a meno di sentirsi un po’ orfana della “controparte Gallagher” e continua a inneggiare il nome di Noel alternandolo a quello degli Oasis, di certo la band che  ha accompagnato la star sul palco dell’Alcatraz non ha fatto rimpiangere la precedente; quest’ultima, lo ricordiamo, ha preferito seguire Liam con il progetto “Beady Eye”, oscurato tra pubblico e critica da quello “High Flying Birds”.

Dopo l’inedito “Freaky Teeth” ha inizio il momento acustico con le suggestive versioni di “Wonderwall” e “Supersonic”, unici due brani cantati nella versione originale da Liam: il minore dei Gallagher ha sempre puntato sulla potenza dell’interpretazione, la prerogativa di Noel è invece la raffinatezza, che anche stavolta non delude. Ma se non smentisce la proprie doti da rocker sul palco,  lo stesso può dirsi per le risposte senza peli sulla lingua per il suo pubblico, che invoca  a gran voce “The Masterplan”: “Volete ascoltarla? Conoscete I-Tunes? Costa un euro”. Per tutta risposta, dunque, si prosegue con altri brani del nuovo album, da “(I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine” a “AKA… What a Life!”.

Il pubblico non si perde d’animo e continua a cantare a squarciagola parola per parola. Noel va avanti senza perdersi in chiacchiere, la sua espressione non denota fastidio né tantomeno entusiasmo di fronte ai cori da stadio. Più tardi però scriverà on line che “Gli italiani sanno davvero come farti rizzare i peli sul collo”.

La scaletta, com’era prevedibile, sacrifica i fasti del passato a favore dell’ultimo progetto da solista, e arrivano “Soldier Boys and Jesus Freaks”, “AKA… Broken Arrow” e “(Stranded On) The Wrong Beach”, ma non prima di aver regalato una versione più rock del solito di uno dei brani più riusciti del cantautore, “Talk Tonight”. Lo spettacolo dura un’ora e tre quarti, niente bis né sorprese fuori scaletta: così dopo “Little By Little” e “The Importance of Being Idle”, Noel annuncia: “C’è tempo per un’ultima canzone”. E il pubblico è costretto a rinunciare a “The Masterplan” (richiesta ormai divenuta un tormentone da metà concerto) per non rinunciare al brano simbolo del factotum degli Oasis “Don’t Look Back In Anger”, evergreen che come certi vini migliora con gli anni.

Scontroso, beffardo e maledettamente impeccabile sul palco. Questo è Noel Gallagher. Chi lo ama, lo segue come ha sempre fatto, da solo o in compagnia, perché la sua musica è una certezza quanto il suo modo di fare. E forse proprio per questo chi è uscito dall’Alcatraz, non ha potuto fare a meno di accarezzare la speranza che dopo tutto i fratelli coltelli del britpop potrebbero presto o tardi fare la pace. Ancora una volta.

(Recensione e commento di Marta Marrucco)

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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