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Local Natives, il secondo album (non) è sempre il più difficile

Local Natives

Nel 2009 si sono imposti all’attenzione generale con l’album d’esordio Gorilla Manor. Da allora, hanno condiviso il palco con gruppi affermati come Arcade Fire e The National. Ora, con il secondo disco, intitolato Hummingbird, i Local Natives cercano di riconfermare quanto di buono ascoltato finora. La band sarà il 9 novembre all’Estragon di Bologna, l’11 al BlackOut di Roma e il 12 al Viper di Firenze. Note Spillate ne ha parlato con Ryan Hahn, che contribuisce al sound della band con chitarra, tastiere, voce e, già che c’è, pure mandolino.

Di solito si dice che il secondo album è il più difficile: è stato così per voi?
In un certo senso sì, ma non credo per il fatto che si trattava del secondo. Più che altro, perché per noi è stato un periodo difficile a livello personale e perché siamo passati attraverso tante situazioni differenti. Ma non è stato difficile registrarlo, in quel senso ci siamo presi il nostro tempo ed è andato tutto bene.
Dopo il successo del vostro esordio, sentivate la pressione?
Sì, ma era una pressione che ci siamo messi addosso noi stessi. Volevamo migliorare. Volevamo fare qualcosa di diverso, che non sembrasse scontato, per cui ci siamo impegnati davvero tanto. E siamo davvero soddisfatti del risultato.
Che cosa è entrato in Hummingbird, in fase di scrittura?
Hummingbird è stato registrato in un momento difficile, dopo la morte della madre di Kelcey e dopo la partenza del nostro precedente bassista, Andy Hamm. Questi eventi hanno influenzato la creazione delle canzoni, che nel complesso sono più cupe che in passato.
Come vi siete organizzati, per la fase di registrazione?
Abbiamo affittato uno spazio per nove mesi, dove suonare e provare il più a lungo possibile. Poi abbiamo registrato in diverse riprese. Ci ha assistiti come produttore Aaron Dessner, chitarrista dei The National, che avevamo conosciuto in tour.
Vi sentite più una band da palco o da studio?
Direi da palco, perché è la parte che ci diverte di più. Ma stiamo cercando di diventare sempre di più anche una band da studio, perché vogliamo incidere album ancora migliori. Per questo stiamo cercando di imparare a suonare sempre più strumenti diversi.
Cosa succede alle vostre canzoni, quando le suonate dal vivo?
Si trasformano. Diventano molto più energiche e coinvolgenti. Dal vivo non vogliamo suonare pari pari le canzoni che abbiamo inciso per i dischi, dev’essere un’esperienza differente.
La traccia che rappresenta al meglio Hummingbird?
Penso You & I, che non a caso abbiamo scelto come apertura del disco.
Essere una rock band si avvicina, nella realtà, a quello che sognavate da bambini?
Decisamente sì, è meraviglioso! Ma da bambino non ti immagini quanto lavoro ci sia dietro e quanto sia necessario allenarsi e suonare per essere all’altezza.

(Intervista di Marco Agustoni)

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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