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Caparezza, quando l’arte è “museica”

Stavolta si vola nell’immaginifico attraverso l’arte. Caparezza esce con un album fluviale e travolgente che per la prima volta parla di opere d’arte. Si intitola “Museica”, che significa museo della mia arte. E, a proposito di prime volte, Michele Salvemini, questo il suo nome, si autoproduce. Lo abbbiamo intervistato.

Caparezza

Caparezza

Caparezza è diventato docente d’arte?
Assolutamente no, sono un autodidatta, ho passato molto tempo dell’ultimo anno a studiare, a documentarmi. Credo che quando morirò quello che più mi mancherà è la creatività.
Come ha proceduto in questo viaggio artistico?
Ho diviso in prima e dopo la nascita della fotografia.
Cosa la interessa?
Quello che viene dopo, dove gli artisti davvero interpretano la realtà, penso ai dadaisti, ai Surrealisti e a Giotto.
Giotto sarebbe prima della fotografia, però.
E’ vero ma è stato un rivoluzionario per la sua epoca, ha inventato la prospettiva.
Ma lei disegna?
Ho smesso che avevo otto anni. A dire il vero volevo fare il fumettaro poi mi sono concentrato sulle parole.
La accusano di essere troppo politico, che è anche il titolo di una canzone.
Tutto ciò che scrivo lo ho provato sulla mia pelle. Ma poi che vuol dire essere troppo politico? Alla fine ognuno esterna le proprie opinioni e dunque ognuno è politico a suo modo.
Dunque si ispira alla realtà.
Non sarebbe mai nata “Mica Van Gogh” se non fossi sempre a guardarmi attorno. La realtà per me ha due chiavi di lettura: lo spunto e la fuga.
Quante anime ha “Museica”?
Si muove tra volenza e arte, direi dunque due.
Perché la violenza?
E’ lo sfuggire all’inquietudine del vivere che ti porta a costruire realtà parallele.
L’arte invece?
Rende il mondo più poetico, è benefica e salvifica. L’arte è il modo per fuggire alla realtà violenta.
Quale movimento pittorico più la ha affascinata?
Il dadaismo. Un vero movimento di rottura per il periodo in cui è nato. Adoro Hugo Ball, un dadaista che nel 1916 saliva sul palco vestito da dentifricio dicendo cose che capiva solo lui. Per me è un punto di riferimento.
Cosa si attende da “Museica”?
Che sia uno spartiacque, che non venga frazionato in tanti singoli perché va ascoltato nella sua interezza. E poi vorrei che venisse ascoltato almeno tre volte, ci sono tante informazioni dentro, un solo ascolto è destabilizzante.
La cover?
E’ un quadro vero, verrà esposto.
C’è anche una canzone “Cover”.
Racconta tutte le copertine più importanti per me, a partire dalla banana di Andy Warhol per i Velvet Underground & Nico. Ho esclusi i Sex Pistols perché non potevo fare una canzone di otto minuti.
Ha una canzone preferita?
Certo, “Fai da tela”. Canto la rassegnazione. Ognuno di noi è una tela bianca che viene colorata dal giudizio degli altri. Noi viviamo in funzione del giudizio altrui.
Canta anche i “Figli d’arte”.
Proviamo invidia per loro ma in realtà fanno una vita grama. Ho raccontato la loro dark side, la storia di una padre che canta la pace e poi a casa non ha mai una parola dolce per il figlio.
Perché si è autoprodotto?
Semplice: sono al sesto disco ed è il momento. Sono come il calciatore che sa quando deve smettere e diventare allenatore. E poi il futuro è in certo. Chissà quando farò un altro disco!

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a Sky TG24

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