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I Pearl Jam illuminano San Siro col loro grunge eretico

I Pearl Jam seducono San Siro. Eddie Vedder, Stone Gossard, Mike McCready, Jeff Ament e Matt Cameron, il solo a non essere uno dei fondatori, salgono sul palco che la luce è ancora alta, sono da poco passate le 20.30, ma il rosso che butta fuori il palco sa già di notte e rock.

La scaletta dei Pearl Jam a San Siro

La scaletta dei Pearl Jam a San Siro

Già intorno alle 17.30 Vedder, dotato solo di chitarra, si era presentato al suo popolo e ha suonato “Porch”, voleva essere di buon auspicio per l’Italia che trenta minuti dopo affrontava il Costa Rica. Non è andata come si desiderava ma è stato comunque un bel regalo, uno di quei gesti che solo i grandi sanno fare. L’avvio è easy, come per attendere le tenebre, “Sirens” è struggente e poi, dopo “Black”, Vedder con un italiano stropicciato chiede agli oltre 60mila di san Siro se sono pronti…il boato è assordante e allora le chitarre cominciano a friggere davvero “Don’t go” e “Do the Evolution”. Ai lati del palco due maxi schermi, gli stessi che hanno mostrato Italia-Costa Rica a chi allo stadio è giunto presto, rigorosamente in bianco e nero, molto anni Novanta, con lunghi momenti concentrati sulle mani della band.

I Pearl Jam a San Siro

I Pearl Jam a San Siro

“Ho fatto così tanti brutti sogni che ora ho paura di chiudere gli occhi, penso di avere letto troppo i giornali, ma ora che vi vedo qui tutti a Milano questo è un grande sogno”, ecco cosa dice Vedder, prima di riprendere la chitarra e raccontare il suo grunge. E’ il “Lightning Tour”, è la terza tappa in Europa. Domenica 22 sarà al Nereo Rocco di Trieste. C’è da attendersi sorprese perché la scaletta cambia sempre. Non cambiano loro. La pelle si arriccia quando Vedder esegue “Pilate” da solo alla chitarra, poi si riparte con “MFC” e il palco si tinge di azzurro. Ipnotica “Who you are”. Si prosegue con un pubblico tutto in piedi, arrivano “Given to fly” e “In my tree”. Ormai la notte copre San Siro e tutti sono in piedi, si balla come in un sabba. Le chitarre sono indemoniate: io credo che il 95 per cento dei chitarristi al mondo pagherebbe per avere, per un’ora, le dita dei Pearl Jam. Con “Setting forte” Vedder si prende un momento suo e poi si riparte in squadra, come avviene dal 1990, con “Not for you”. Canzone dopo canzone si capisce perché la chiamano la band più grande al mondo. Si prendono un attimo di pausa dopo quasi due ore…un paio di minuti a luci spente, mentre San Siro non si placa, applaude, salta e quando non ci pensano loro ci pensano i 60mila a dettare il ritmo. Si riparte con la dolcezza di “Yellow moon” e un basso che ne sottolinea la magia.

 

 

 

 

 

 

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a Sky TG24

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