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I Thomas e una musica senza…FIN

I Thomas nascono nel 2001 facendo live improvvisati in tutta Italia. Nel 2010 è arrivata la svolta: il primo disco seguito da un secondo uscito a fine novembre 2014 e che prende il nome di FIN. La band è composta da Giordano Menegazzi alle tastiere, Enrico Di Marzio alla chitarra elettrica, Nicolò Gallo al basso, Sergio Sciammacca alla batteria e Massimiliano Zaccone a synth, voci e percussioni. Abbiamo intervistato la voce del gruppo.

Thomas

Thomas

di Milly Abrusci

Com’è nato FIN?
E’ nato dalla delusione del disco precedente che è stato recensito e accolto dalla critica molto bene, ma non ha funzionato come ci si aspettava e questo ci ha lasciati un po’ di amaro in bocca perché avevamo cercato di fare qualcosa di Pop. Fin nasce come il disco che volevamo fare senza tanti compromessi. Abbiamo suonato quello che volevamo.
Dopo la delusione del primo disco, Mr. Thomas’ Travelogue Fantastic, avete avuto qualche ripensamento?
Sì, abbiamo rischiato di sciogliere la band. Per fortuna, però, abbiamo resistito e siamo andati avanti. L’unica differenza è che prima eravamo in sei e adesso siamo in cinque.
Avete dato un nome particolare all’album.
Fin in francese significa fineE ed è relativo al fatto che stavamo per mollare tutto, mentre in inglese significa pinna. Una fonte d’ispirazione per il disco è stato sicuramente il mare.
Come mai la scelta di cantare esclusivamente in inglese?
La musica che abbiamo sempre ascoltato è quella straniera. Nessuno di noi ha mai avuto una propensione per quella italiana e quindi ci è sempre venuto naturale scrivere e cantare in inglese. I testi li scrivo quasi tutti io e non mi è mai venuto l’istinto di farlo in italiano. A livello musicale, credo che la lingua che funziona meglio sia proprio l’inglese.
A quale genere musicale appartengono i Thomas?
Domanda impossibile. Noi tendiamo a non catalogare la musica, non ci piace farlo ed è forse per questo che i nostri dischi sono abbastanza eterogenei. Produciamo un po’ tutto e quindi se ci viene voglia di suonare un pezzo reggae lo facciamo tranquillamente, così come uno psichedelico. Per noi esiste solo la bella e la brutta musica. Le radici sono quelle della musica anni ’70 prevalentemente inglese, ma c’è tanto anche funk americano, Stevie Wonder, Prince.
A proposito, quali sono le vostre influenze?
Sono molto miste. Si va dall’inglese anni ’70 ai Pink Floyd e Peter Gabriel, ma anche Prince, Stevie Wonder per quanto riguarda la musica nera. C’è anche l’elettronica tedesca degli anni ‘70/’80, la musica giapponese di Yellow Magic Orchestra o di Sakamoto.
Per il nome della band avete scelto Thomas, come mai?
Nessuno si chiama Thomas e non è l’acronimo di niente. Nasce perché abbiamo sempre avuto un approccio un po’ alternativo, soprattutto inizialmente nel modo in cui ci proponevamo. L’idea era quella di fare improvvisazione tecnicamente complessa dal vivo, ma affiancarla a titoli e testi stupidi. Ci sembrava, quindi, giusto avere un nome altrettanto stupido. Da una lista stilata di nomi, abbiamo scelto Thomas.
Avete iniziato a far musica nel 2001, ma solo nel 2010 avete pubblicato il vostro primo disco. Perché avete aspettato tutto questo tempo?
E’ stata una scelta sbagliata perché, probabilmente, se avessimo iniziato subito sarebbe stato più facile affrontare la carriera da musicista. Adesso è un pochino più complesso. L’errore c’è stato perché ci divertivamo a fare live in piccoli posti. E’ stata un po’ l’incoscienza, ma anche il pensiero che sarebbe finita lì. E invece…
Avete suonato anche in Olanda, pensate di espandervi anche nel resto d’Europa?
Durante il tour del primo disco abbiamo suonato a Den Haag ed è stato bellissimo, adesso siamo pronti ad andare in tutte le città europee. Suonando in tanti posti in Italia e andando, poi, all’estero ci si rende conto di quanto qui la realtà sia un pochino smorta. Prima si usciva per andare ad ascoltare anche la band più sconosciuta adesso, invece, o si è qualcuno di famoso oppure le insignificanti cover band.
Che cosa pensa delle cover band?
Ormai si è diffusa questa moda, una specie di karaoke dal vivo che a me non piace. Questo ha creato un tipo di ascoltatore diverso. E’ diventato un fenomeno troppo ampio e c’è più molta più richiesta per le cover band o, peggio, delle tribute band che del resto. Anche i cache sono molto più alti. Io la trovo una cosa assurda e degradante.
Avete già fatto qualche data subito dopo l’uscita del disco. Ne avete in programma qualcun’altra?
Abbiamo suonato in Liguria prima delle feste di Natale ed è andata molto bene. Adesso stiamo preparando le date dello spettacolo nuovo e ne abbiamo fissata una il 19 marzo al Marla di Perugia.

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a Sky TG24

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