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Il palazzo di Luciano De Blasi è … sui generis

Il Palazzo, citazione pasoliniana, che indicava con questa metafora il Leviatano, il centro del potere governativo e burocratico. Il titolo del nuovo lavoro di Luciano De Biasi e i Sui Generis allarga il contesto, e da metafora politica si trasforma in allegoria sociale, in ritratto impietoso e un po’ espressionista dell’Italia intera.

Luciano Di Blasi e i Sui Generis

Luciano De Blasi e i Sui Generis

di Giovanni Nahmias

Ma facciamo un passo indietro. Il Palazzo prima di tutto è un concept-album, un disco dove tutte le canzoni sono tessere di un unico mosaico o meglio, visto l’alto tasso di narrazione contenuto in questo disco, capitoli di un’unica storia.
Ripenso a questo punto a Georges Perec e al suo bellissimo libro La vita, istruzioni per l’uso, in cui si raccontano le vite parallele degli abitanti di un unico palazzo parigino. Il palazzo di Luciano De Blasi è tutto italiano e i suoi abitanti sono altrettanto disparati, dai topi, al politico, dalla casalinga, all’artista, fino alla puttana. Ognuno ha una storia, un destino, una parte nello show. La musica dai forti accenti folk, d’accompagnamento al cantato, trasforma in filastrocche, in cunti, in teatro ogni racconto. Gli arrangiamenti creano però dinamiche molto piacevoli, ritmi ballabili e ritornelli forti, che colorano di tinte diverse ogni pezzo. E poi ci sono i testi, ben scritti, arguti, cantati con fare partecipato e beffardo, che dipingono questo affresco condominiale. Entriamoci insieme.

Il Palazzo non è isolato, guarda il mondo esterno, ma le sue vere finestre sono i teleschermi delle TV perennemente accese, che spettacolarizzano l’informazione, generando un circuito chiuso (Prima serata). Nel Palazzo c’è chi c’è sempre stato e sempre ci sarà, sono i Topi, criminali organizzati, la casa d’altri è cosa loro. C’è chi vuole buttarsi in politica per risolvere loschi affari personali (Il politico) e chi fa l’artista, simbolo però di un nuovo conformismo, i cui luoghi comuni sono elencati senza pietà, ma che trova motivazioni nel fatto che “è stato detto tutto, però non abbastanza” (L’artista). Il Palazzo ha una maggioranza di inquilini anziani, edificato com’è in un paese per vecchi (I vecchi fanno la rivoluzione).
Nel Palazzo ovviamente ‘non c’è religione’, in un mondo in cui il Papa va in pensione (L’ultimo Angelus) e la superstizione del miracolo di moda si è sostituita alla fede (Miracolo). A questo punto nel Palazzo si spegne la luce. Resta nel buio la voce sola del cantante che fuori contesto parla di sé, del proprio disagio quotidiano, del proprio male di vivere. Svelamento della fonte di ispirazione del disco e dichiarazione della forza salvifica della musica: “come mi trovo male se no sto sopra il palco”. (Male). Torniamo nel Palazzo e scopriamo che se fuori il mondo è pieno di ‘diversi’ meglio chiudersi in casa con una bella pistola. Magari con la speranza di usarla prima o poi (fin dai primi solchi si canta: “quanto vorresti uccidere la gente”). Un pezzo che omaggia Giorgio Gaber (La pistola).

Forse l’unica voce soddisfatta è di chi ha fatto merce di sé e si compiace di aver colto le occasioni della vita senza scrupoli e di aver anche fatto ‘un servizio sociale’! (La puttana). Sul finale un padre insegna al figlio gli elementi fondanti della nostra identità nazionale (presi a prestito da Prezzolini): un paese fatto da furbi e da fessi. Perpetuando un sistema di valori realistico, ma avvilente. E i “nostri” non arrivano mai? Forse ci sono e forse vorrebbero entrare a liberarci tutti, ma ‘la porta è chiusa a chiave’, l’ascensore non arriva, e il prezzo da pagare scoraggerebbe chiunque (Carne da bordello). Alla fine questo Palazzo appare come una galera per i suoi inquilini, un cimitero in cui sono sepolti vivi, complici e vittime del crollo che li imprigiona: lo racconta l’ultimo pezzo, che elenca i personaggi secondari, non meno colpevoli, e lo illustra la copertina in cui l’edificio è rappresentato orizzontale, come un Titanic di mattoni cui non resta che affondare. “Immaginato e scritto” da Luciano De Blasi e magistralmente suonato dai Sui Generis, il disco è molto gustoso e divertente e, in contrasto con l’allegoria negativa e pessimista che mette in scena, è allegro e solare.

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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