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Terra Mia è il secondo disco di Treble lu Professore

Un lungo passato nei Sud Sound System che l’ha visto uno dei fondatori della band, poi la svolta nel 2005: un nuovo progetto da solista ma anche fondare dell’etichetta indipendente Elianto con la quale sta facendo conoscere al mondo reggae nuove liriche, contaminazioni e soprattutto giovani talenti salentini e non. Antonio Petrachi, in arte Treble Lu Professore, ci presenta il suo secondo disco, Terra Mia

Treble

Treble

di Milly Abrusci

Circa venticinque anni fa è stato il fondatore dei Sud Sound System, ma da qualche anno ha deciso di abbandonare la band diventando solista e chiamarsi Treble Lu Professore.
Lavorando assiduamente per tanto tempo mi sono reso conto che alcune mie ispirazioni musicali non erano espresse nel gruppo perché avevamo delle personalità molto diverse e, nel frattempo, mentre alcuni cercavano un suono più maturo e una maggiore consapevolezza dei testi (nonostante i Sud Sound System abbiano scritto dei testi molto impegnati), ho sentito la necessità di uscire dai canoni della musica reggae. Infatti, il primo singolo che ho fatto dopo i Sud Sound System è stato un esperimento di musica tradizionale che non va nemmeno tanto alla ricerca di contaminazione, che è nata successivamente, quindi abbiamo unito le esperienza di musica di un gruppo tradizionale (che praticava la pizzica) e l’esperienza mia nel reggae, però mettendo da parte l’accento tipico che mi aveva riconosciuto nei Sud Sound System. Un altro obiettivo, è stato dedicarmi al talento dei ragazzi del Salento.
Infatti, in questo suo secondo disco ci sono due giovani, Dani Silk e Rocky.
Dani Silk è una cantante con la quale ho iniziato a lavorare da subito. Ho riconosciuto in lei una particolarissima voce, adesso stiamo affinando un po’ lo stile e sto cercando di darle la possibilità di esprimersi perché ha delle caratteristiche vocali davvero importanti; Rocky l’ho conosciuto durante un mio concerto, mi ha fermato dicendomi di saper cantare e mi ha lasciato un CD che ho ascoltato tornando in macchina. Ho subito apprezzato il suo modo di cantare, mi ricordava molto gli spiriti dei miei primi anni.
Come mai Treble Lu Professore?
E’ un nome che si divide in due parti: Treble e Lu Professore.  Treble è l’opposto di “bass”. Quando abbiamo cominciato, era il periodo in cui il reggae e l’hip hop erano molto vicini e sembrava appartenessero alla stessa scuola, soprattutto in Italia. Una delle frasi che ci aveva impressionato tantissimo, avvicinandoci a questa musica, e che pronunciavano alcuni cantanti importanti era: Bass How Low Can You Go?, ovvero “Basso, quanto puoi andare in basso?”, per mettere in evidenza una delle caratteristiche dell’ascolto della musica reggae e dell’hip hop in cui i bassi sono fondamentali. “Lu professore” perché mio padre a Melendugno era insegnante negli anni ‘60/’70 e, quando andavo in giro con lui, sentivo che lo chiamavano “lu professore”. Poi, negli anni, sono stato l’unico dei Sud Sound System a raggiungere la laurea e, in più, sono stato quello che ha composto più testi degli altri.
Terra Mia rimanda al primo album di Pino Daniele. E’ un omaggio?
E’ un omaggio perché Pino Daniele ha rappresentato tanto per la musica del sud. E’ stato uno di quegli artisti che è riuscito a dare un particolare valore al dialetto, infatti, nei primi album, cantava in napoletano ma con una novità: parlava della sua terra e riprendeva concetti che Modugno, per esempio, aveva già sottolineato in Amara terra mia. La saudade di Pino Daniele, insieme a tutta la sua musica mediterranea con influenze dal funky al jazz, mi ha affascinato e mi ha fatto capire che era un artista interessante da seguire sia nei testi che nella musica. E’ stato sempre uno dei miei ispiratori, anche quando facevo parte dei Sud Sound System. Nei miei testi c’è sempre stato un riferimento a lui, quindi ho voluto fare un omaggio, a maggior ragione adesso che sembra che la terra ci stia sfuggendo di mano da vicissitudini deludenti come Ilva di Taranto, le trivelle, la xilella. Credo che da questo punto di vista, noi artisti, dovremmo preparare un piano di difesa.
Uno dei brani all’interno di Terra Mia è La sveglietta, un rifacimento della nota canzone di Domenico Modugno. Anche in questo caso è un omaggio al famoso cantautore pugliese?
Assolutamente sì, è un omaggio al Maestro Domenico Modugno al quale mi sono ispirato tantissimo nella mia musica. Prima di fare questo disco ho comprato un triplo CD della Sony in cui ho avuto modo di ascoltare La Sveglietta. Questo pezzo mi aveva colpito particolarmente soprattutto perché era un pezzo del 1952 cantato in dialetto di San Pietro Vernotico, quindi molto salentino. Modugno quando era piccolo si trasferì in Salento con la sua famiglia e iniziò a fare teatro. Ne La Sveglietta c’è il confine tra il teatro e la canzone che non esiste più. Ho voluto prendere questa canzone proprio perché in dialetto salentino ed è tra le prime composizioni di Modugno.
Il resto del disco, invece?
E’ una dedica alla mia terra, proprio come dice il titolo dell’album. Ho cercato di mettere in evidenza, nella semplicità di contenuti, concetti attuali, lasciando l’impronta della canzone d’autore tipica italiana in cui la melodia è fatta dalla voce e dallo strumento. Il messaggio che voglio lanciare è proprio quello che la terra ci sta sfuggendo dalle mani e noi dobbiamo fare in modo che non accada, rispettando le origini e le radici.
Qual è la canzone che sente più delle altre?
Aria. E’ il pezzo che mi emoziona di più quando lo faccio perché ci entro completamente dentro. Una ballata acustica leggera, soffice e ariosa ma con un testo molto forte e diretto.
Tour?
Il 25 luglio sono al Darwin, una località vicino ai Laghi Alimini, in Salento, e poi a Torre dell’Orso. Ad agosto ce ne sono diverse, la maggior parte in Puglia.
Parteciperà alla Notte della Taranta?
Sarebbe bellissimo. La notte della taranta diventa ogni anno una kermesse molto importante che dovrebbe scegliere progetti in base alla novità e proposta artistica. Vedremo.

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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