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La Kiave del futuro è StereoTelling: ve lo raccontiamo!

Kiave ha presentato il suo nuovo album StereoTelling in un tour di tre tappe a Roma, Cosenza e Milano. Lo abbiamo incontrato al Biko club di Milano durante il suo ultimo live pieno di sorprese per farci raccontare qualcosa in più sul suo nuovo album.

Kiave in concerto

Kiave in concerto

di Carlotta Sorrentino

StereoTelling ha una cura per la musica maniacale per il genere Rap: quanto e come ci ha lavorato?
Grazie per il maniacale! Sono due anni e mezzo che lavoro per questo disco, prezzi alcuni buttati mentre altri sono finite nel fix tape che è uscito a marzo, non mi sentivo di fare il solito disco con le strumentali prodotte, in passato lo ho fatto ma questa volta sentivo l’esigenza di allargare come i miei ascolti, già il titolo StereoTelling indica che anche la musica deve parlare. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con vari musicisti anche al di là del rap, abbiamo aperto lo studio nel quale ho potuto lavorare.
Johnny Marsiglia, Hyst, Killacat, Patrick Benifei, MacroBeats….come ha scelto i collaboratori?
Sono tutti amici sia produttori che rapper e cantanti, ho messo meno rapper del solito perché volevo mettere una impronta più mia, più personale. Alla fine non è che le scegli le persone, ti trovi un sera a parlare, ti confronti e se l’idea piace nasce la collaborazione.
Il cambiamento e la rivoluzione sono temi centrali nei suoi testi. Ma viviamo un epoca dove nulla accade…sente di marciare a una velocità diversa rispetto alla società?
Assolutamente sì, anche perché secondo me sta accadendo qualcosa nel sottosuolo, c’è un fermento, vedo qualcosa che sta cambiando. Paradossalmente viviamo in un era velocissima, quella dei social, però dentro si sta rallentando tutto: la gente che ha sempre meno voglia di sapere le cose e di conoscere e quindi la rivoluzione che sta avvenendo è lenta. C’è la convinzione di essere onniscienti semplicemente con il possesso di uno smartphone.
Ha già fatto esperienze all’estero, non ha voglia di trasferirsi?
Ho fatto pochissime esperienze all’estero, però si, ma se voglio continuare a rappare avrei il problema della lingua.
Esiste ancora un rap di protesta, capace di far scendere la gente in piazza?
Io penso che ormai non ci sia più bisogno di scendere in piazza, perché non è più quella la rivoluzione. Oggi la rivoluzione è culturale, la vera rivoluzione è lavorare su se stessi. Renderti una persona migliore finché la tua società diventi migliore. Penso che il rap possa scuotere le menti poi ovviamente il rap che vende è altro. Far divertire la gente e fargli arrivare un messaggio in modo trasversale, allora lì si riesce a far qualcosa e questo rap fortunatamente esiste ancora.
La sensazione è che la sua scrittura sia libera da schemi: come è riuscito a liberarsi dagli stereotipi del rap?
Ci ho messo parecchio tempo, ho fatto un grosso lavoro su me stesso che mi ha fatto anche soffrire, però con questo disco ho dovuto dissociarmi da questi stereotipi anche quelli autoimposti visto che io nasco come freestyler e staccarsi da esso è veramente dura. Ne sono molto soddisfatto!
Le piace la scena musicale rap italiana? Oppure l’essere diventato un genere di moda la ha inflazionata?
Non lo trovo del tutto negativo perché ha portato molte persone a conoscere il genere. Mi piacciono tanti rapper italiani e non me ne piacciono altrettanti. Ci sono tantissimi talenti giovani.
E’ forse il solo rapper senza tatuaggi: come mai?
No, non è vero siamo in tanti. Mista non ne ha, Mecna non ne ha, Mastino non ne ha…Io amo i tatuaggi, qualche tempo fa ho fatto una promessa con me stesso. In futuro non lo so, se riesco a sbloccare qualche cosa nella mia vita, chi lo sa…

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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