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Arriva L’Infedele di Colapesce: vi raccontiamo il suo concerto

Di cosa è fatta la pelle di un isolano lo sa solo la sua isola. E se l’isola è la Sicilia, sarà imperfetta eppure unica, forte eppure ingombrante, potente e, soprattutto, incredibilmente bella. Non puoi scrollartela di dosso, fa parte di te in qualunque cosa tu faccia e ovunque tu vada. Il mio rapporto con Lorenzo Urciullo parte proprio da qui. Da un’isola in comune e da una leggenda da cui trae ispirazione il suo nome d’arte: Colapesce, il ragazzo che sorregge dal profondo del mare la punta orientale della Sicilia, proprio quello spicchio di terra da cui provengo io.

Colapesce

Colapesce

di Caterina Prestifilippo

E’ tanta per me l’emozione, quindi, quando arrivo all’Auditorium di Radio Popolare. Ho cominciato ad ascoltare la musica di Colapesce appena un anno fa, quando all’attivo aveva già un paio d’album, di discreto successo nella scena indie italiana, “Un meraviglioso declino” ed “Egomostro”: due lavori ricchi di una carica emotiva molto forte, che si gioca su testi altamente poetici e su sonorità malinconiche, principalmente acustiche. All’inizio siamo in pochi ad aspettare che l’evento cominci, dietro la porta a vetri: in effetti, l’idea di ascoltare un disco per intero, dal disco stesso, e quindi non suonato dal vivo, è qualcosa di insolito. Il “brivido” del live svanisce, e si porta via tutta quell’adrenalina che contraddistingue i concerti. Eppure qualcosa accade, qualcosa che ha del surreale: la sfarzosità del digitale fa posto al qui ed ora, ad un ascolto “analogico”. E’ un po’ come assistere ad un parto: un gruppo di persone che si ritrova in una stanza ad accogliere una creatura appena nata, in attesa di congratularsi col genitore.  E’ un momento intimo, riservato, del quale ti senti un ospite speciale.  Finalmente la folla arriva, ci accomodiamo tutti dove meglio crediamo, e l’ascolto inizia. Le luci soffuse e l’assenza di Lorenzo dal palco, mi permettono di vagare con lo sguardo, e di perdermi negli occhi e nei gesti del pubblico che mi attornia.

Ecco che prende vita la magia: adesso tutti sono attenti ad ascoltare le parole e la musica. Non stanno semplicemente godendosi uno spettacolo, è quasi un momento di studio, forse religioso, in cui c’è chi chiude addirittura gli occhi per concentrarsi meglio. Qualcuno sorride e canta all’arrivo dei singoli già noti, “Ti Attraverso” e “Totale”, rispettivamente la seconda e terza traccia del disco; qualcun altro accenna un applauso tra una canzone e l’altra. Quello che mi colpisce è che si tratta certamente di un album diverso. E’ pop ma anche sperimentale, ricco di suggestioni e di citazioni. E’ effettivamente “infedele” rispetto al passato. E mi piace moltissimo. Ad ascolto finito, ecco che Colapesce timidamente sale sul piccolo palco, inforca la chitarra ed intona “Maledetti Italiani”, che conclude con “I migliori anni della nostra vita”, con un po’ di ironia nella voce. Il primo applauso ci sintonizza definitivamente: la distanza è a zero, Colapesce torna Lorenzo col suo forte accento siracusano, e c’è spazio per qualche canzone a richiesta: “Sottocoperta”, una cover improvvisata di Battisti (“Il nostro caro angelo”), ed infine la meravigliosa “Talassa”, colonna sonora per l’omonimo documentario di Gianluca Agati. Tra le domande del pubblico ed i complimenti, decido di presentarmi con l’idea di strappargli una foto. Mentre penso a questo, con la fila di fans dietro di me, mi sento un po’ in imbarazzo: vorrei raccontargli di quanto il suo “torneremo felici” in “Totale” mi abbia accompagnata nell’ultimo mese della mia vita, di come “Satellite” mi faccia commuovere sempre, di come dipinga delle immagini così evocative della nostra terra che sembra quasi di sentirne l’odore… ed invece finisco per congratularmi e basta, e per chiedergli una foto in cui, però, suggerisco espressamente: “Non sorridiamo”. Ecco. Così sembriamo due amici che fanno gli scemi. Ci rivediamo a gennaio, Lorenzo.

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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