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Iron Maiden a Milano: il racconto di un concerto che entra nella storia del metal

Battaglia di suoni e di luci ieri sera all’Ippodromo di San Siro. Brividi di paura, suggestioni da apocalisse, mostri metallici padroni del palco, ali metalliche a planare minacciose tra la gente estatica e plaudente di una sera d’estate milanese trasformata in festa e celebrazione per i 20mila che hanno affollato l’immenso prato dell’Ippodromo.

Iron Maiden a Milano

Iron Maiden a Milano

di Federico Moia

Nella lunga serie di concerti dell’estate milanese, uno dei più attesi dagli appassionati è sicuramente il ritorno in Italia degli Iron Maiden, tra le band più importanti e rappresentative dell’heavy metal. Ripercorrere la quarantennale carriera della band in poche righe sarebbe riduttivo. Basti sapere che dal 1980, anno di uscita del primo storico album, il gruppo guidato dal bassista Steve Harris ha conseguito un successo dietro l’altro, grazie a una squadra di musicisti competenti e affiatati, e a performance dal vivo che per le migliaia e migliaia di fan sono sempre e comunque “da urlo”. Quella di ieri sera, probabilmente, potrebbe essere considerata la vera e propria ciliegina sulla torta. Già, perché il tour di quest’anno, dal titolo The Legacy of the Beast, prometteva fin dall’annuncio un vero e proprio tuffo nell’intera discografia del gruppo inglese, partendo dai capolavori degli anni ’80, incisi nei cuori metallici di tutti gli appassionati,
fino ad arrivare ai successi più recenti. La formula sembra aver fatto breccia nel cuore dei metallari italiani, che hanno riempito completamente la venue scelta per il concerto-spettacolo, l’Ippodromo di San Siro. È la seconda apparizione della Vergine di Ferro in Italia di quest’anno. La prima è stata al festival Firenze Rocks circa tre settimane fa, davanti a quasi 50mila persone. Dopo l’apertura dei cancelli e i controlli di rito, si entra finalmente all’ippodromo e si aspetta con trepidazione sotto il palco l’arrivo dei sei inglesi. Prima della portata principale, in ogni caso, il menù prevede ben altre due band, i The Raven Age e il gruppo di Mark Tremonti.

THE RAVEN AGE
Alle 18:25 aprono le danze i The Raven Age, che fanno spesso da spalla agli Iron Maiden. Il motivo è presto spiegato: nella band milita come chitarrista George Harris, figlio del più famoso Steve, bassista e leader degli Iron Maiden. Una band che vive di luce riflessa, quindi, anche perché la loro proposta musicale non si può certo definire innovativa o coinvolgente. Un metal melodico in cui le canzoni finiscono per assomigliarsi un po’ tutte. Anche il cantante, Matt James, dà quasi l’impressione di non crederci nemmeno lui, presentando le canzoni svogliatamente, ben sapendo il vero motivo per cui la gente si trova all’ippodromo stasera. Tra i brani presentati “Promised Land”, “Salem’s Fate” e “My Revenge”, che si susseguono senza infamia e senza lode. E infatti l’ovazione maggiore del pubblico arriva alla fine quando lasciano lo stage dopo un’esibizione di 40 minuti circa.

MARK TREMONTI
Alle 19:30, sale sul palco, puntuale, Mark Tremonti. L’ex chitarrista dei nu metaller Alter Bridge, ormai da 6 anni dedito alla carriera solista, è in tour per promuovere l’ultimo album “A Dying Machine”, anche se durante il concerto viene comunque dato spazio ad ogni album. Il gruppo propone un heavy metal moderno ed energico, con delle chiare influenze thrash/groove (quasi di scuola Pantera). Nei 50 minuti circa a sua disposizione, la band spara un brano dopo l’altro senza quasi nessuna pausa, se non per salutare i presenti e ringraziare gli Iron Maiden dello spazio offerto loro. A differenza di chi li ha preceduti, si nota subito che il gruppo di Mark è di ben altra caratura. Tra i brani proposti spiccano sicuramente “My Last Mistake”, “Flying Monkeys” e la roboante “Bringer of War” che insieme a “Throw Them to the Lions”, costituiscono gli highlight dell’ultimo album. L’esibizione di Mark e della sua combriccola è in realtà abbastanza statica, con il chitarrista-cantante che non abbandona mai la sua posizione a centro palco, risultando quindi visivamente un po’ noiosa. Conclude il set la stupenda “Wish You Well”, a salutare, con il suo orecchiabile ritornello, il pubblico e ad augurargli una buona continuazione di serata. Purtroppo, il nostro viene “ricompensato” anche da una buona dose di fischi. È vero che, probabilmente, nessuno tra il pubblico lo aspettava particolarmente, ma si è trattato comunque di un’esibizione solida e ben riuscita.

IRON MAIDEN
Mancano pochi minuti alle 21 quando, finalmente, risuona nell’aria “Doctor Doctor”, canzone degli UFO che da molti anni la Vergine di Ferro utilizza come tema d’apertura dei propri concerti. Due militari in uniforme entrano sul palco e svelano parte della scenografia: una trincea con filo spinato e siepi. Sui maxischermi vengono proiettate alcuni filmati di guerra, con battaglie aeree e bombardamenti, accompagnati dalle parole di Winston Churchill che incoraggia i piloti della Seconda Guerra Mondiale. I fan più attenti capiscono subito la canzone che li aspetta. Il riff di “Aces High”, una dei pezzi più veloci della Vergine di Ferro, apre il concerto con un botto. Steve Harris, Dave Murray, Adrian Smith, Janick Gers e Nicko McBrain vengono salutati con calore da un boato del pubblico che esplode ancora di più quando finalmente fa la sua comparsa Bruce Dickinson, il cantante del gruppo. All’alba dei sessant’anni e reduce da un cancro alla lingua, questo signore inglese brizzolato trascina il pubblico con i suoi acuti e le sue grida, e sembra incredibile che riesca ad azzeccare ogni tono e ogni nota. Il protagonista indiscusso della serata. Mentre le tre chitarre di Murray, Smith e Gers si sfidano a colpi di riff e di assoli, un gigantesco aeroplano si libra in aria, dominando il palco. Il pubblico è senza parole. È solo la prima delle imponenti scenografie che si alterneranno durante tutto lo show. Sì, perché questo “Legacy of the Beast Tour” non colpisce solo per la spettacolare scaletta e per la prova perfetta di tutti i sei Maiden, ma anche per il grandioso impianto visivo. Tutto sul palco è estremamente curato, tra giochi di luce, fiammate, giochi pirotecnici e pupazzoni giganteschi che animano le canzoni. Uno spettacolo che si vede raramente in un concerto e che, probabilmente, solo la band heavy metal più importante del mondo può permettersi. Dopo il primo brano, l’assolo di batteria di Nicko McBrain, 66 anni, introduce “Where Eagles Dare”, primo estratto dall’album dell’83 “Piece of Mind”. Una vera chicca che viene raramente proposta live, graziata da un bellissimo assolo di Murray. Il brano seguente è un altro grandissimo classico che viene cantato a squarciagola da tutto il pubblico, “Two Minutes to Midnight”, dall’album “Powerslave” del 1984. Terminato anche questo pezzo, il vocalist prende finalmente la parola e, tra le ovazioni del pubblico, saluta calorosamente i 20mila spettatori. È l’unico momento in cui si dialoga con il pubblico, concedendo qualche momento di riposo ai musicisti. Da quel momento, zero distrazioni, sarà la musica a dire tutto. Anche la canzone successiva è abbastanza rara da ascoltare in concerto. Si tratta di “The Clansman” dall’album “Virtual XI” del 1998, in realtà uno dei meno apprezzati del gruppo. Ma questo tour vuole essere una celebrazione a tutto tondo dei Maiden e allora trovano spazio brani che ripercorrono tutta la carriera della Vergine di Ferro, anche provenienti dai loro album meno amati. Il coro che urla a squarciagola il ritornello dimostra che, sì, forse avevano ragione loro. Dopo i 9 minuti abbondanti del pezzo, ecco che parte uno dei riff più famosi del metal tutto e il pubblico si scatena, alzando un polverone enorme. È il momento di “The Trooper”, uno degli inni classici dei Maiden, anche questa cantata in coro da tutto il pubblico. Bruce sul palco saluta Milano sventolando una gigantesca bandiera italiana. Durante la canzone, sul palco fa la sua comparsa Eddie, il mostro-zombie mascotte della band. Si tratta di un robot alto quasi tre metri pilotato a bordo palco da un membro dello staff che ingaggia una feroce battaglia a colpi di sciabola con il cantante, mentre il bassista e leader del gruppo, Steve Harris, dirige l’epica cavalcata. Dopo questo intenso momento, è tempo di un cambio palco. La trincea, scenario dei pezzi più battaglieri, si trasforma in un’immensa cattedrale, le cui vetrate riproducono le iconiche copertine dei dischi degli eighties, tra candelabri e bracieri. È il tempio in cui viene celebrato il gruppo. Il brano successivo si sposa benissimo, tra l’altro, alla rinnovata scenografia. “Revelations”, targato 1983 e ispirato al libro dell’Apocalisse, ammalia con i suoi passaggi trascinanti, sempre ad opera del duo Murray-Smith. Si passa rapidamente a quello che, forse, è l’unico passo falso del concerto: “For the Greater Good of God”  dall’album “A Matter of Life and Death” del 2005. Si tratta del brano più recente proposto questa sera e forse l’eccessiva lunghezza – quasi 10 minuti – stanca un po’ il pubblico. A far ritrovare ai presenti l’entusiasmo ci pensa però la successiva “The Wicker Man”, un altro brano “recente”, dall’album del 2000 “Brave New World”, con il suo ritornello che fa saltare e ballare tutto l’ippodromo. Anche il pezzo successivo, l’epica “Sign of the Cross”, conquista tutti, a partire dall’intro lenta e inquietante, fino ad arrivare al ritornello veloce e galoppante, in cui un incappucciato Bruce Dickinson gira sul palco trascinando una grande croce luminosa, 11 minuti che tutti i presenti si ricorderanno a lungo, dato che questo pezzo non veniva proposto da 18 anni. I brani restanti sono tutti veri e propri classici che il pubblico accoglie con boati e cantando in coro ogni singolo verso: “Flight of Icarus”, accompagnata da un gigantesco Icaro che prende il volo sopra il palco, mentre Bruce brandisce un lanciafiamme; “Fear of the Dark” di cui il pubblico “canta” anche le linee di chitarra; “The Number of the Beast”, dall’album omonimo del 1982, tra fiammate e bracieri ardenti; chiude l’inno “Iron Maiden”, del 1980, con un Eddie gigante in versione demone che spunta minaccioso da dietro le quinte oscurando l’intero palco. Ma non è finita qui, perché segue l’immancabile bis, con altri tre “classiconi” eseguiti magistralmente dai sei. Parliamo di “The Evil that Men Do”, unico estratto, purtroppo, da “Seventh Son of a Seventh Son” del 1988. Seguono la malinconica e suggestiva “Hallowed Be Thy Name” e la galoppata finale “Run to the Hills”, entrambe estratte dal disco “The Number of the Beast”, al termine del quale i sei signori inglesi salutano rapidamente il pubblico e lasciano il palco, dopo il consueto lancio di plettri, polsini e bacchette. Dopo un’ora e cinquanta circa, il tempio degli Iron Maiden torna infine silenzioso. È difficile spiegare a chi non era presente cosa ha rappresentato questo concerto. Un aggettivo per descriverlo potrebbe essere “corale”. Un grandissimo componimento in cui ogni singola parte ha contribuito a rendere l’intera serata un evento unico. La prova superlativa dei musicisti, e in particolare di Bruce Dickinson, vero mattatore della serata; le splendide scenografie che donavano ad ogni canzone un’atmosfera unica; il pubblico partecipe come non mai che cantava e accompagnava i propri beniamini sul palco in ogni istante, urlando, battendo le mani e rispondendo ai continui “Scream for me, Milano” di Bruce. Una vera e propria festa metallica a cui hanno partecipato persone di tutte le età. Famiglie con bambini al seguito, giovani adolescenti, adulti, e naturalmente metalhead più navigati (tra il pubblico giravano molte t-shirt provenienti direttamente dai tour degli anni ’80!). Un caleidoscopio di volti e persone, unite e accomunate da una grande, trascinante passione per la musica. Un heavy metal che aiuta a unire generazioni e annullare differenze culturali, spingendo 20mila persone a cantare insieme, sorridere e divertirsi.

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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