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Wolfen Reloaded – Changing Times: la recensione di Federico Moia

Riemergono dalle nebbie del tempo i Wolfen. Chi? Domanda legittima visto che la band non è tra le più conosciute e probabilmente il loro nome non suonerà familiare neppure agli appassionati più appassionati di hard rock.

Wolfen Reloaded

Wolfen Reloaded

Di origine bavarese, il gruppo è stato attivo per circa un decennio, tra la metà degli anni ’80 e il 1996, quando si sciolse per “divergenze artistiche e personali”. Nel 2009 la reunion ad opera del cantante Christian Freimoser, del chitarrista Wolfgang Forstner e del bassista Thomas Rackl, con il nuovo nome Wolfen Reloaded, e il nuovo EP, Open your Eyes. Se il breve flashback non accende nessuna scintilla della vostra memoria, tranquilli, è normale. D’altronde stiamo parlando di una band conosciuta probabilmente solo a Monaco e dintorni. Secondo quanto riportato sulla loro pagina Facebook, dopotutto, sono stati “una delle migliori band della Baviera meridionale”. Fatto sta che negli ultimi anni i quattro teutonici hanno conquistato la loro (piccola) fetta di pubblico, arrivando ad aprire per realtà più affermate come i connazionali Pink Cream 69 o addirittura Geoff Tate, ex vocalist dei Queensryche. Proprio i Queensryche sembrano essere una delle maggiori fonti di ispirazione del quartetto per questo Changing Times, edito qualche settimana fa dalla partenopea Volcano Records.

Echi della band culto son percepibili soprattutto nelle sfumature più progressive del loro sound, riscontrabili in brani come Promised Land, con i suoi cambi di tempo e i suoi passaggi più articolati. Niente di sconvolgente o di troppo tecnico: i brani sono comunque diretti e immediati. Altri modelli sembrano essere i Deep Purple o gli UFO, gruppi che propongono, in generale, un hard ‘n’ heavy con sfumature blues, come nei brani All the Heroes e A Million Faces, grazie anche alla voce di Freimoser, calda e avvolgente. Nonostante le ispirazioni principali vengano direttamente da gruppi nati tra gli anni ’70 e ’80, il sound dei Wolfen è decisamente moderno, debitore di tutta quella frangia di metal melodico americano tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, come Alter Bridge. Un prodotto quindi in bilico tra tradizione e modernità, che sicuramente potrà incontrare i gusti degli appassionati di heavy metal classico, tra riff energici (l’intro di Tomorrow Never Comes o Cyber Nation, la più aggressiva del lotto) e ritornelli di facile assimilazione (Amazing). Tirando le somme, la nuova fatica discografica dei Wolfen è un album solido e ben prodotto con dieci mid-tempo quadrati e robusti. Il rovescio della medaglia è forse la scarsa originalità della proposta musicale. Nonostante le canzoni siano interessanti e convincenti, l’effetto “già sentito” è inevitabile. Nessuna canzone può dirsi davvero innovativa o memorabile. Al di là della bravura dei musicisti – tra tutti il batterista Manuel Wimmer che regala ai brani una base robusta e ricca di tecnicismi – e dell’impegno profuso, il disco fatica un po’ a trovare una propria identità. La grinta, l’energia che il quartetto profonde nei brani è più nelle intenzioni che non nel risultato finale. Sono molti i brani in cui sembra che vogliano ingranare la quarta con il freno a mano tirato, facendo sì che i pezzi risultino forzatamente “trattenuti”. Rimane in ogni caso un ascolto consigliato per chi voglia puntare su un sano e rassicurante hard rock.

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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