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Furor Gallico, il fascino italiano del folk metal: l’INTERVISTA

Il loro ultimo disco, Dusk of the Ages, è sicuramente uno degli album più attesi e più discussi di queste settimane. E a ragione. I lombardi Furor Gallico sono ormai tra le realtà musicali italiane più affermate in ambito folk metal, il filone metallico contaminato con la musica popolare e in cui chitarre elettriche e batteria a tutto spiano si intrecciano con le dolci melodie di arpe, violini e archi vari. Forti di una fan base solida ed estesa che infatti sta affollando il locale, li raggiungiamo al Legend Club di Milano in occasione del release party dell’album – uscito lo scorso 18 gennaio – e non perdiamo l’occasione per far loro qualche domanda. Davide Cicalese (voce), Gabriel Consiglio (chitarra) e Becky (arpa), i tre gallici, vanno a ruota libera.

Furor Gallico

Furor Gallico

di Federico Moia Ciao, ragazzi, grazie per l’intervista. In realtà questa sarà la seconda sera in cui vi vedo, dopo il Fosch Fest del 2015, in cui accompagnavate Satyricon e Carcass. Tra l’altro era stata la penultima edizione. L’anno dopo hanno tentato di fare le cose in grande con Anthrax, At the Gates, Enslaved e poi… [Davide] Esatto. Poi, purtroppo, come altri festival, non ha più funzionato. Aveva una sua identità, incentrata sul folk metal, ma è stato tante volte dimostrato che i festival di genere, così come i locali, non funzionano alla lunga e non hanno, secondo me, tutto questo senso di esistere. Allo stesso modo i locali di genere, o le serate di genere. Ben venga che ogni tanto vengano proposte degli eventi del genere per accontentare gli appassionati di un certo filone musicale. Ricordo, ad esempio, il tour Kreator ed Eluveitie, o il prossimo Lacuna Coil ed Eluiveitie, che hanno band che non c’entrano niente l’una con l’altra eppure come tour funzionano e riscuotono successo. [Gabriel] È una cosa molto italiana quella di accorpare in un festival band appartenenti a uno stesso genere. All’estero sono molto più aperti da questo punto di vista. Sempre ovviamente rimanendo all’interno dell’ambito rock/metal, ma c’è molta più varietà. Un po’ di apertura mentale non guasta mai. Passiamo a voi. Il vostro nuovo album Dusk of the Ages è uscito da un paio di settimane e sta ricevendo un ottimo riscontro di critica. Ho letto varie recensioni e sono tutti concordi nell’affermare che si tratta di un ottimo disco, solido e coerente con la vostra evoluzione musicale. Qualche commento sul disco? [Davide] Dusk of the ages è stato un album che ci ha dato soddisfazioni fin dalla sua gestazione. Con molto impegno siamo arrivati al risultato che cercavamo e che ci ha reso soddisfatti. Personalmente parlando, quasi al 100%. Dico quasi perché comunque siamo un gruppo di otto persone e naturalmente ci sono degli aspetti dei nostri brani che sentiamo di dover migliorare e limare in futuro. In generale però siamo tutti soddisfatti del risultato. [Gabriel] Siamo in cinque più i turnisti in realtà. [Davide] Vabbè, dai. Anche per quanto riguarda, poi, il parere della critica e delle recensioni siamo stati contenti. Ci hanno dato tutti ottimi voti, sempre sopra al 7 e, aldilà del voto numerico, ci è sembrato che tutti o quasi siano riusciti a cogliere quello che volevamo comunicare. Questo per quello che riguarda la critica, per quello che riguarda il pubblico ovviamente dovremo aspettare la fine del tour. Sono passati quattro anni dallo scorso disco, quindi un periodo di tempo abbastanza lungo. E anche tra il primo disco, l’omonimo Furor Gallico, e Songs from the Earth ne erano passati ben cinque. Possiamo dire che vi piace prendere tempo prima di una nuova pubblicazione. [Davide] Il discorso è che, ultimamente, vuoi per i contratti, vuoi anche per i tempi di assimilazione di un lavoro che sono cambiati, quattro anni tra un disco e l’altro vengono percepiti come un periodo lungo,mentre invece un tempo erano considerati una distanza normale tra due lavori. Ne parlavo proprio prima con Gabriel. Oggi quattro anni tra due dischi fanno notizia. A noi questo non importa. L’unico nostro obiettivo è quello di realizzare un disco di cui siamo fieri. Ci mettiamo due anni? Meglio! Ce ne mettiamo quattro? Va bene lo stesso. [Gabriel] Tutto nasce anche dalla stabilizzazione della nuova formazione. Ci sono stati grandi cambi rispetto alla line up che ha scritto Songs from the Earth ed era quindi già da mettere in conto una pausa dovuta a questo motivo. In più ci siamo presi molto tempo per trovare buone idee e amalgamare bene gli spunti che abbiamo trovato per poter dare ai nostri fan un prodotto soddisfacente. Come diceva Davide, 15 anni fa era normale che una band sfornasse un album dopo quattro o cinque anni dal loro precedente lavoro. Per il mercato di oggi invece è tanto. Le band devono fare un disco, devono fare un tour e i ritmi sono molto più serrati. Secondo me, ma questa è una mia riflessione personale, questo mercato sta contribuendo ad abbassare il livello qualitativo. Ci sono molte band storiche che hanno sempre realizzato dei veri capolavori e ora, costrette a buttare fuori un nuovo disco ogni due anni, non riescono a raggiungere i loro stessi standard qualitativi. Se invece avessero più tempo avremmo degli album ben diversi, senza riempitivi o altro. Musicalmente com’è il vostro processo compositivo? Da dove traete l’ispirazione per la vostra musica? [Gabriel] Questo disco è nato in fase embrionale dalle idee di Becky, che è un’arpista prima di tutto e che ha una visione globale di come si deve suonare e che atmosfere deve avere un pezzo. Conosce perfettamente la musica celtica e si occupa della base folk della canzone su cui poi io inserisco le mie idee, influenzate principalmente dal melodic death metal e dal progressive metal. Abbozziamo così i brani e in seguito, insieme a tutti, abbiamo continuato a lavorare a ogni singolo pezzo fin quando non ci soddisfaceva. Poi abbiamo iniziato la collaborazione con Ralph Salati, chitarrista dei Destrage e produttore dell’album. Io e lui abbiamo prodotto l’album. Passando invece alle tematiche e alle ispirazioni dei vostri testi a me piace molto che voi abbiate un fortissimo legame con la nostra tradizione e il nostro folklore locale, della Lombardia in particolare. È davvero una peculiarità visto che invece le band che si rifanno alla tradizione scandinava e parlano di Odino, Valchirie e Valhalla sono tantissime e spesso vengono da Paesi o culture estremamente lontane da quella nordica. Come vi relazionate alla tradizione? [Becky] Sì, i riferimenti ai vichinghi è una cosa che abbiamo sempre voluto evitare. Parlando della tradizione, abbiamo sull’album un pezzo come Nebbia della mia terra che è volutamente cantato in italiano proprio perché parla del nostro territorio, della nebbia tipica della Lombardia. In realtà, l’ispirazione per questo pezzo mi è venuta una volta che ero andata a camminare lungo il Ticino, dove la tradizione vuole che ci sia un cerchio di pietre magico. Ma anche un pezzo come Canto d’Inverno si riferisce alle nostre montagne e a quella che potrebbe essere una divinità della neve o dell’inverno. Non ci sono volutamente riferimenti lontani. Anche in The Gates of Annwn l’idea iniziale era ispirata a una leggenda che avevo letto su un libro di storia locale. Abbiamo voluto mettere insieme varie ispirazioni legate ai quattro elementi, aria terra, acqua e fuoco, senza però voler però creare a tutti i costi un concept album. Anche i singoli che abbiamo rilasciato ricalcano questo tema con The Phoenix legata al fuoco e Waterstrings all’acqua. Poi abbiamo Nebbia della mia terra che appunto è legata alla terra e Canto d’inverno all’aria. È proprio una trama che ritorna in tutto l’album e ci ha aiutato ad avere una visione d’insieme più precisa durante la composizione dell’album. Un’altra vostra caratteristica che vi rende quasi unici è il fatto che cantate molti brani in italiano o addirittura in dialetto, come su Curmisagios. [Becky] Sì, è una cosa di cui abbiamo dibattuto molto all’inizio. Facciamo pezzi solo in inglese? Facciamo pezzi solo in italiano? Poi la decisione è arrivata in maniera naturale, visto che alcune tematiche si prestavano maggiormente a essere cantate in italiano. È ovvio che un brano come Nebbia della mia terra possa essere cantata solo in italiano visto che ha questo legame così forte con il nostro territorio. Non ci siamo dati dei paletti inizialmente riguardo alla lingua in cui cantare, ma un determinato pezzo risultava naturale in una determinata lingua e così è stato. Da un punto di vista musicale, a mio parere, quest’album non cerca di dare una svolta al vostro sound, ma consolida il vostro stile e lo rende ancora più identificabile, grazie a brani per cui subito al primo ascolto si può dire “Sono i Furor Gallico”. Era questo il vostro obiettivo iniziale? [Davide] Quello che dici ci fa molto piacere perché nel 2019 non è semplice avere un carattere riconoscibile. Non sei il primo che ce lo fa notare, ma è davvero il complimento più bello che possiamo ricevere, quindi grazie. L’obiettivo che abbiamo sempre avuto è quello di crescere, punto. Vogliamo crescere e migliorare sempre a livello musicale, a livello di sound, costruendo una musica più matura. Quindi, quello che cerco di fare è prendere ciò che ho già fatto e perfezionarlo, renderlo più maturo e più ricco, sperando di riuscirci, ma quello non possiamo stabilirlo noi. Continuare sulla nostra evoluzione naturale. [Gabriel] Esatto. Non volevamo perdere di vista quanto aveva già fatto la band, ma tentare di creare un risultato coerente con il nostro passato e che potesse soddisfare tutti noi. Ci sono tante band folk che nei loro pezzi hanno due anime distinte e nei pezzi si avverte un forte stacco tra la parte più tradizionale, con violini, arpe o cornamuse, e la parte più propriamente metal. Voi invece riuscite ad amalgamare il tutto in un tappeto sonoro in cui nulla sembra fuori posto. Qual è il vostro segreto? [Becky] È una caratteristica che abbiamo sempre cercato di inseguire. Ad esempio, io suono l’arpa, ma ascoltando metal mi viene naturale inserirla in una base metal. Per me pensare solo a uno stacco acustico in mezzo a un pezzo con strumento elettrici è un modo riduttivo di intendere il folk. La sfida per noi è riuscire a mettere tutto insieme. Se hai una bella linea di chitarra, uno strumento acustico aggiunge una linea melodica che la arricchisce e la completa. Ovviamente è un processo che richiede tanto lavoro. Ci sono dei pezzi di questo album su cui abbiamo speso molto tempo per riuscire a intrecciare i singoli strumenti. [Davide] Mi riallaccio a quanto dicevo prima. Il tempo di gestazione di quattro anni è ovviamente legato anche a questo, perché intrecciare e armonizzare così tanti strumenti acustici ed elettrici è molto più complicato rispetto a tenere separate le varie parti di un brano. [Gabriel] Avendo co-prodotto il disco, posso dirti solo che c’erano alcuni brani in cui si superavano le 100 tracce sonore contemporaneamente. Amalgamare tutta quella roba non è facile, ma è così che volevamo che suonasse la nostra musica. Il superfluo si eliminava e si tenevano solo le parti migliori. Passiamo alla promozione del disco. Avrete tra marzo e aprile varie date in Italia e una a Parigi. Che cosa vi aspettate dal vostro tour? [Davide] Beh, cercheremo di fare del nostro meglio. Suoneremo sia in città dove abbiamo una fan base abbastanza solida come Roma e Firenze, sia in città dove non abbiamo mai suonato e speriamo di avere un buon riscontro anche lì. E poi ci saranno quelle che secondo noi saranno le date più impegnative, cioè il Pagan Fest a Parigi con Finntroll e Manegarm e poi in Germania con i Moonsorrow. E speriamo che il pubblico europeo possa confermare il buon riscontro che stiamo avendo dalla critica e dagli ascolti su Youtube e Spotify. E il riscontro della critica all’estero? [Davide] Abbiamo avuto varie recensioni anche da testate estere e possiamo dire che anche lì sono stati tutti molto contenti del nostro album. Anzi, forse sono stati ancora più entusiasti che non qui in Italia. [Becky] Può essere anche perché molti all’estero ci associano agli Eluveitie che sono una band abbastanza simile a noi, anche se in realtà ci sono molte, molte differenze. [Gabriel] In questo album poi si sente molto la componente melodic death metal mischiata al folk, che è quello che fanno gli Eluveitie, che ci accosta a loro e anche chi si è occupato del mixing è la stessa persona, Tommy Vetterli. Poi dobbiamo fare un plauso anche a Jens Bogren, che praticamente è dietro a ogni cosa figa del metal europeo. Grazie dell’intervista, ragazzi. E in bocca al lupo per il tour. Grazie a te, ciao!

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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