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Sacred Reich, i signori del thrash metal old school: la recensione

Nell’affollatissima stagione concertistica autunnale, un gruppo come i Sacred Reich potrebbe passare inosservato. Errore imperdonabile, visto che i paladini del thrash metal old school sono a tutti gli effetti un unicum nel panorama metal, facendoli assurgere a vero e proprio gruppo cult.

sacred reich

di Federico Moia

Il Legend Club gremito di appassionati – tanto della vecchia guardia quanto di nuove leve – ne è la dimostrazione. Provenienti da Phoenix, Arizona, i Sacred Reich si sono affacciati al mondo del music business tra la fine degli anni ’80 e
l’inizio degli anni ’90, quando ormai il thrash metal era in declino e, nonostante alcuni album entrati nel cuore degli appassionati, sono stati condannati a una fine precoce e quindi a un lungo periodo lontani dai riflettori. Solo lo scorso agosto, dopo aver ripreso a suonare in tutto il mondo da qualche anno, sono riusciti a pubblicare il loro quinto album, Awakening, a ben 23 anni di distanza dal precedente. Ieri sera il debutto milanese. Dopo un piccolo antipasto offerto dai Night Demon, tra il clamore e l’eccitazione generale i nostri salgono sul palco, felici ed emozionati come non mai. Come dirà subito il leader e cantante Phil Rind, non sono mai venuti a suonare a Milano e ciò rappresenta per loro una
grandissima vittoria. Una band scomparsa nelle nebbie del tempo che finalmente riesce ad affrontare un tour europeo nelle più importanti metropoli del vecchio continente. E non a caso il loro album si chiama Awakening. È proprio Manifest Reality dall’ultimo lavoro ad aprire le danze, intonata in coro dai presenti, segno che l’album ha colpito nel segno. La canzone seguente, poi, spazza completamente ogni dubbio e porta tutto il pubblico all’entusiasmo: The American way, dall’album omonimo del 1990. Uno spietato grido di rabbia contro il loro Paese, considerato corrotto e nelle mani di pochi potenti. I testi duri e senza riserve della band colpiscono i leader globali che – secondo la band – stanno cercando di dividere il mondo, facendo leva sulle differenze di classe, educazione, nazionalità, razza o religione, cercando di mettere le persone le une contro le altre. Un appello a prendere coscienza e a capire chi siano i veri nemici nella nuova Divide and conquer. La scaletta corre veloce, passando dai classici come One Nation, Independent e Crimes against humanity, alle nuove Awakening, Killing Machine o Salvation. Oltre al già citato Phil Rind, vero mastermind del gruppo che tra una canzone e l’altra illustra al pubblico la sua visione politica e filosofica della vita, sempre e comunque votata al pacifismo e alla “ricerca di sé stessi”, le ovazioni del pubblico vanno alla coppia d’asce Wiley Arnett e Joey Razdwill e al batterista Dave McClain, paradossalmente forse più famoso degli altri per via della sua militanza nei Machine Head e tornato solo di recente nel gruppo dove aveva suonato agli inizi della carriera. Gran finale con due “hit” della band, Death Squad e l’attesissima Surf Nicaragua. Virgolette obbligatorie visto che, come ricorda Phil, purtroppo loro di hit non ne hanno mai avute, si tratta semplicemente di canzoni popolari tra i fan. Questo non spegne l’entusiasmo visto che il pubblico canta a squarciagola entrambi i pezzi tra la felicità e la soddisfazione della band. Una bella serata, graziata da un Legend decisamente pieno, segno che un certo tipo di metal old school è ancora largamente apprezzato e amato. Sacred Reich, la dimostrazione che anche nel mondo metal possono nascere gruppi attenti a problematiche politiche, sociali e ambientali, fortemente attivi e convinti nella propria causa. Alla prossima!

notespillate

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Giornalista musicale, lavoro a sky.it e collaboro col Secolo XIX. E poi c'è il blog note spillate

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