0

Folcast, con Tempisticamente racconta la sua vita: L’INTERVISTA

DI LUCREZIA VITTORIA NATALE

“Sono carico!”: è cosi che mi accoglie Daniele Folcarelli, in arte Folcast, prima dell’intervista fuori da Largo Venue, dove sta per esibirsi. Si tratta di una data particolarmente importante per l’artista, perché rappresenta il punto di arrivo di un tour iniziato a Milano e che tocca finalmente la sua città natale, Roma.

Folcast (Credit Andrea Sacchetti)

È una serata significativa per diverse ragioni. L’artista, innanzitutto, promuove un disco che vede al centro nuove sonorità rispetto all’album d’esordio, “Quess”. “Tempisticamente”, infatti, si propone come lavoro più equilibrato ed attento al dettaglio, la cui ricerca sonora abbraccia il blues e il funk conducendolo verso sonorità più pop e più mature. Per di più, il concerto segna la definitiva ripartenza del settore dell’entertainment musicale dopo un lungo periodo di stop a causa della situazione pandemica. Nell’intervista, Folcast ci racconta della sua esperienza nel concepimento e nella produzione dell’album e ci rivela gli ospiti a sorpresa della sua data romana.

Qual è il filo conduttore di Tempisticamente?
Innanzitutto, “Tempisticamente” è una parola che non esiste in italiano: ho voluto creare qualcosa di nuovo già a partire dal titolo stesso dell’album. Più che al concept mi sono concentrato sulla musica. Non ho mai scritto con l’idea di creare qualcosa di estremamente legato, forse perché credo di non essere in grado di farlo. In generale, il filo conduttore potrebbe essere che il fatto che ogni canzone mi tocca nel profondo. Il tema è il mio rapporto col tempo, anche se questa ultima frase annulla la premessa che ho appena fatto. Il tempo è un elemento importante. Stefano Bollani dice che il tempo è un concetto banale, ma io mi scontro col tempo, anche inteso come “tempestività”. Se vogliamo trovare un filo conduttore all’album, sarebbe il fatto che tutte le canzoni sono composte da me come frutto e storie della mia vita.
Come hai scelto i featuring presenti nell’album?
Sono scelte che nascono dal rispetto che provo per artisti come Roy Paci e Davide Shorty, per ciò che fanno e quello che rappresentano. Entrambi, nel loro mondo, creano uno spazio musicale in modo coraggioso. Innanzitutto, per me lavorare con Roy rappresenta un traguardo importantissimo perché riconosco che lui sia un mostro sacro della musica italiana, e lo è a modo suo, creando musica che è una figata e che abbatte tutte le barriere. È un grande artista la cui produzione può spaziare in tutti gli ambiti. Invece, per quanto riguarda Shorty, io e lui siamo vicini anche a livello di età. Lui lavora nell’ambito hip hop in Italia in modo forte. Provo lo stesso rispetto per Rodrigo d’Erasmo. Insomma, si tratta di artisti che stimavo prima di lavorare con loro e che continuo a stimare oggi. Dietro a queste scelte non ci sono numeri né motivi di convenienza, ma solo amore per il nostro lavoro e quello che facciamo. Il fatto che loro abbiano accettato di collaborare con me dimostra che la stima è reciproca, e questo è per me un grande onore.
I risparmi che tieni da parte sono per andare su Marte o su un altro pianeta?
In questo periodo tendo più a qualcosa che non è un pianeta: la Luna. Forse dovremmo andarci e vedere cosa c’è. Io la guardo spesso: spunta quando scende la luce.
Quale è la tua terra straniera?
Mi sento un cittadino del mondo. In un viaggio dentro noi stessi saremmo stranieri. Oppure, anche le persone che non conosco e con cui ho la possibilità di approfondire un legame potrebbero essere terra straniera, come anche certe parti del mondo che non conosco, luoghi in cui non ho idea di come possa essere vivere. In questo caso, intendo “straniero” non con un’accezione negativa o violenta, ma semplicemente come “qualcosa di diverso da me”.
Come ti senti maturato a livello artistico e umano dall’uscita di Quess a Tempisticamente? Cos’è cambiato a livello di scrittura e di suoni?
In Quess c’è stato un lavoro diverso rispetto a quello che si trova dietro l’ultimo album: è stato prodotto in gruppo con la band di allora. Abbiamo lavorato molto in studio per una cosa pensata per essere suonata live. Da allora è cambiato molto a livello di ricerca. In Tempisticamente c’è più attenzione su questo. Di base, ovviamente un prodotto deve suonare bene, però in studio con Tommaso Colliva il processo è qualcosa in più: Tommaso professionalmente è molto forte. C’è stata, quindi, una ricerca diversa, anche se è difficile per me giudicare qualcosa che ho prodotto io stesso. Ho allargato i miei confini musicali e testuali e spero di continuare a sperimentare.
Cosa significa per te lavorare con un produttore importante come Tommaso Colliva?
Uno dei dischi che più mi ha influenzato è “Orchidee” di Ghemon, prodotto da Tommaso: un album che mi ha lasciato senza parole e che ho divorato. All’inizio sentivo l’importanza e la pressione del lavoro in studio con lui. Gli ho fatto sentire delle canzoni chitarra e voce e lui ha aggiunto il suo mondo e ha sposato le mie idee. In questo sta la bravura e la grandezza di un produttore: ogni giorno che passo con lui mi lascia qualcosa. Si vede che è una persona veramente “grande” non solo a livello professionale ma anche umano.
Come pensi che l’esperienza di Sanremo abbia influito sulla tua carriera e sulla vita?
L’esperienza di Sanremo è stata completamente positiva. Sanremo ti apre a tante possibilità. Ero contento ma anche stanco dato che le nuove proposte hanno iniziato a lavorare a settembre e hanno finito a marzo. Questo è il lato stancante. Alla finale, infatti, ero una maschera. Di Sanremo mi è piaciuto molto anche l’aspetto personale: ho legato con molti artisti tra cui Simone Avincola. Sembrava di essere ad un campo scuola. Sanremo è una salita, ti fa sentire da un’altra parte. Dopo il picco, però, bisogna reggere botta. A volte, nonostante Sanremo e tutto quello che faccio, può capitare che io mi senta come se non avessi “fatto niente”, anche se sono grato per le mie esperienze. Poi, avere persone che credono in te anche prima di certi traguardi è importante. Da fuori, persone esterne possono fornirti le loro opinioni con una visione distaccata. Anche per questo è importante la figura del produttore: ti può dare una visione che tu stesso non puoi avere sul tuo prodotto. Alcune canzoni nella fase di creazione possono accendermi più di altre, anche se a prodotto finito sono sempre soddisfatto. Questo avviene anche grazie alle persone che mi offrono il loro punto di vista: da soli non si va da nessuna parte.
A proposito di “Senti che Musica”, tu che musica senti?
Ascolto di tutto. Di recente ho scoperto “Little Story” di Gystere. Mi piace molto il funk, il cantautorato, il soul, l’R&B. Spazio tantissimo: ascolto musica afro, ma anche Daniele Silvestri, per esempio. È difficile definire cosa ascolto: oggi abbiamo la possibilità di ascoltare qualsiasi cosa e cerco di essere aperto.
Quali sono le tue sensazioni e come ti senti in questo periodo di ripartenza in cui finalmente si può tornare a suonare e a stare a contatto col pubblico e i fan?
Io oggi e qui sto bene, ma non so se avrei risposto così anche qualche settimana fa, quando tutto era fermo. Non mi sentivo così. Lavorare e suonare influisce parecchio. Sono contento del periodo che sto vivendo anche se è sicuramente un momento difficile per la scena musicale anche a causa delle poche garanzie e rappresentanze che i lavoratori del settore hanno. Oggi sono carico e sono emozionato: è da tanto che non suonavo a Roma in full band.
Che accadrà in estate? Hai in programma altre date oppure stai già pensando a un nuovo progetto?
Quest’estate si suona, con OTR stiamo organizzando le date, ancora da definire. Per quanto riguarda nuova musica, ci sono progetti e dobbiamo ancora capire che veste e che direzione dargli. Dopo l’estate saremo più concentrati sulla produzione. Tommaso c’è e ne abbiamo parlato. Sarà una figata.

notespillate

notespillate

Giornalista musicale, lavoro a Sky TG24

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *