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AMON AMARTH, la via dei vichinghi: la recensione del concerto

Tra i mille e mille sottogeneri del metal, quello che forse coniuga meglio la ferocia e la brutalità delle sue espressioni più estreme con la melodia e i ritornelli catchy è sicuramente il melodic death metal. La serata del 20 novembre, in particolare, sarà ricordata a lungo dagli appassionati perché all’Alcatraz di Milano si sono radunate tre delle band più famose e popolare del genere.

Amon Amarth

Amon Amarth

di Fabrizio Basso

Gli alieni Hypocrisy e le rockstar Arch Enemy accompagnano infatti in terra italica una delle band più famose e in vista degli ultimi anni, i vichinghi svedesi Amon Amarth. Alfieri di un metal tanto feroce quanto melodico e trascinante, la band, oltre che per la proposta musicale è famosa anche per l’immaginario che fa da cornice ai suoi show e di cui parlano i loro testi, la mitologia nordica e i vichinghi. Testi banali, da un certo punto di vista, ma che sono perfetti per uno
show roboante e ricco di effetti speciali come quello che ci offrono i nostri, per uno spettacolo davvero entusiasmante sotto tutti gli aspetti. Come detto, l’antipasto in attesa della portata principale è particolarmente ricco. Le due band, anch’esse di origine svedese, che precedono gli headliner sono due veri propri pezzi da 90 del death. Si comincia alle 19 precise con il metal a tema “alieni” degli Hypocrisy. Mezz’oretta abbondante di metal old school che si conclude con Roswell 47, dal loro album più famoso, Abducted. Tutt’altra atmosfera è riservata invece ai connazionali Arch Enemy sempre più sulla cresta dell’onda. Lo show, a parte alcuni anthem come Ravenous o Nemesis, si concentra quasi totalmente sugli ultimi due album War Eternal del 2014 e Will to Power del 2017. La band, con al comando la piccola ma energica Alissa Whit-Gluz, ipnotizza l’Alcatraz per un’ora esatta prima di lasciare il posto ai vichinghi Amon Amarth. Ottima prestazione, peccato solo che la scaletta sia ormai la stessa da vari anni…Mentre il sipario nasconde il palco, l’eccitazione in platea cresce a dismisura. Alla fine il sold-out – o quasi – è stato raggiunto grazie all’headliner, nientepopodimeno che i vichinghi più famosi del metal. E l’entusiasmo che esplode sulle note della prima Raven’s Flight non fa che consacrare gli Amon Amarth tra le band più amate dal pubblico italiano. Lo show è, come da tradizione, all’insegna dell’esagerazione. La batteria – enorme – di Jocke Wallgreen è collocata come sempre su un trionfale elmo vichingo, posto in bella vista al centro del palco, dai cui occhi verranno lanciate fiammate e sbuffi di fumo, mentre ai lati del palco torreggiano solenni due gigantesche statue di guerrieri. La “sobrietà”, insomma, non è proprio di casa tra giochi di luce pirotecnici, figuranti travestiti da Loki o Thor e lanci di coriandoli. Al centro del palco, il cantante Johan Hegg salta e incita il pubblico, chiedendo – spesso in uno stentato italiano – di saltare, cantare o battere le mani. Anche in questo caso l’attenzione è posta sugli ultimi due album del gruppo, Berserker uscito da pochi mesi e Jomsviking del 2016, da cui vengono trattate ben la metà delle canzoni in scaletta. Nonostante siano composizioni recenti, il pubblico dà segno di conoscere già bene le nuove Fafner’s Gold, con tanto di cascata di coriandoli dorati a cadere sulle teste del pubblico, Shield Wall o Crack the Sky, intonando ad altra voce i ritornelli mentre in platea ci si dimena a più non posso. L’entusiasmo però sale davvero alle stelle quando il gruppo propone i suoi classici come Deceiver of gods, Guardians of Asgard o la più chiassosa Raise your horns, intonata dalla band mentre sorseggiano birra da alcuni grossi corni. La serata proposta dagli Amon Amarth è una chiassosa e disordinata festa vichinga, in cui per un’ora e mezza
ci si può immaginare di essere diventati dei guerrieri a bordo di un drakkar o dei soldati di una legione. L’atmosfera e la carica guerresca dei pezzi scaldano davvero gli animi tanto delle prime file quanto delle ultime e, alla fine, l’intero Alcatraz si trasforma in un vero e proprio campo di battaglia. L’encore è dedicato a due dei brani più rappresentativi dei nostri, The pursuit of vikings e soprattutto Twilight of the thunder god, in cui Johan Hegg-Thor brandisce un martellone contro un gigantesco mostro marino comparso a bordo palco. Pur non avendo adornato il palco con la caratteristica nave che da sempre li accompagna in tour, possiamo dire che la scorribanda vichinga degli Amon Amarth, anche questa volta, è stata un successo e i circa tremila partecipanti possono finalmente riporre l’ascia di guerra e tornare felici a casa. La band conferma il positivissimo riscontro che sta ottenendo sempre più in tutto il mondo, potendo ormai definirsi a vertici della scena metal. Qualcosa ci dice che sentiremo parlare nuovamente degli Amon Amarth molto, molto presto.

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Sacred Reich, i signori del thrash metal old school: la recensione

Nell’affollatissima stagione concertistica autunnale, un gruppo come i Sacred Reich potrebbe passare inosservato. Errore imperdonabile, visto che i paladini del thrash metal old school sono a tutti gli effetti un unicum nel panorama metal, facendoli assurgere a vero e proprio gruppo cult.

sacred reich

di Federico Moia

Il Legend Club gremito di appassionati – tanto della vecchia guardia quanto di nuove leve – ne è la dimostrazione. Provenienti da Phoenix, Arizona, i Sacred Reich si sono affacciati al mondo del music business tra la fine degli anni ’80 e
l’inizio degli anni ’90, quando ormai il thrash metal era in declino e, nonostante alcuni album entrati nel cuore degli appassionati, sono stati condannati a una fine precoce e quindi a un lungo periodo lontani dai riflettori. Solo lo scorso agosto, dopo aver ripreso a suonare in tutto il mondo da qualche anno, sono riusciti a pubblicare il loro quinto album, Awakening, a ben 23 anni di distanza dal precedente. Ieri sera il debutto milanese. Dopo un piccolo antipasto offerto dai Night Demon, tra il clamore e l’eccitazione generale i nostri salgono sul palco, felici ed emozionati come non mai. Come dirà subito il leader e cantante Phil Rind, non sono mai venuti a suonare a Milano e ciò rappresenta per loro una
grandissima vittoria. Una band scomparsa nelle nebbie del tempo che finalmente riesce ad affrontare un tour europeo nelle più importanti metropoli del vecchio continente. E non a caso il loro album si chiama Awakening. È proprio Manifest Reality dall’ultimo lavoro ad aprire le danze, intonata in coro dai presenti, segno che l’album ha colpito nel segno. La canzone seguente, poi, spazza completamente ogni dubbio e porta tutto il pubblico all’entusiasmo: The American way, dall’album omonimo del 1990. Uno spietato grido di rabbia contro il loro Paese, considerato corrotto e nelle mani di pochi potenti. I testi duri e senza riserve della band colpiscono i leader globali che – secondo la band – stanno cercando di dividere il mondo, facendo leva sulle differenze di classe, educazione, nazionalità, razza o religione, cercando di mettere le persone le une contro le altre. Un appello a prendere coscienza e a capire chi siano i veri nemici nella nuova Divide and conquer. La scaletta corre veloce, passando dai classici come One Nation, Independent e Crimes against humanity, alle nuove Awakening, Killing Machine o Salvation. Oltre al già citato Phil Rind, vero mastermind del gruppo che tra una canzone e l’altra illustra al pubblico la sua visione politica e filosofica della vita, sempre e comunque votata al pacifismo e alla “ricerca di sé stessi”, le ovazioni del pubblico vanno alla coppia d’asce Wiley Arnett e Joey Razdwill e al batterista Dave McClain, paradossalmente forse più famoso degli altri per via della sua militanza nei Machine Head e tornato solo di recente nel gruppo dove aveva suonato agli inizi della carriera. Gran finale con due “hit” della band, Death Squad e l’attesissima Surf Nicaragua. Virgolette obbligatorie visto che, come ricorda Phil, purtroppo loro di hit non ne hanno mai avute, si tratta semplicemente di canzoni popolari tra i fan. Questo non spegne l’entusiasmo visto che il pubblico canta a squarciagola entrambi i pezzi tra la felicità e la soddisfazione della band. Una bella serata, graziata da un Legend decisamente pieno, segno che un certo tipo di metal old school è ancora largamente apprezzato e amato. Sacred Reich, la dimostrazione che anche nel mondo metal possono nascere gruppi attenti a problematiche politiche, sociali e ambientali, fortemente attivi e convinti nella propria causa. Alla prossima!

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Mabel e le sue “High Expectations”: la popstar inglese presenta il suo primo album

Mabel e le sue “High Expectations”: la popstar inglese presenta il suo primo album Forte, decisa, bella e soprendente: sono queste le frecce all’arco di Mabel, la giovanissima popstar inglese rivelazione dell’anno che – a soli 23 anni – conta già oltre 3,5 milioni di singoli venduti nel Regno Unito e oltre un miliardo di stream in tutto il mondo.

Mabel

Mabel

di Alberto Dotti

Quest’estate l’abbiamo conosciuta con “Don’t call me up” (entrato al numero tre delle chart inglesi e con una permanenza di ben otto settimane nella top 10 UK), vera hit e singolo di successo mondiale che le ha permesso di essere nominata nella categoria “British Breakthrough Act” dei Brit Awards. E adesso, il grande passo: s’intitola ‘High Expectations’, il suo album di debutto, pubblicato su etichetta Universal/Polydor Records. Ben due anni di lavoro e quattordici canzoni attraverso le quali Mabel affronta con decisione e coraggio molti temi quali l'amore giovanile, il dolore e le sfide delle relazioni nell’era digitale. Il messaggio? Percepire aspetti come la vulnerabilità e la sensibilità non come ostacoli, ma come vantaggi. L’uscita del disco è affiancata dall’annuncio di un tour internazionale che toccherà l’Italia il 24 febbraio ai Magazzini Generali di Milano.

Il disco parla letteralmente di alte aspettative, ma quali sono le tue high expectations?
Trovo sempre difficoltà nel distinguere le aspettative che io ho sugli altri e le aspettative che hanno gli altri su di me. Le canzoni mi permettono di raccontarmi, suonare mi permette di esprimermi al meglio: ho la musica nel sangue e spero di mandare un messaggio positivo a chiunque mi ascolti. Scrivendo questo album ho guadagnato tanta fiducia: è questo che voglio trasmettere ai miei fan.
Com’è essere popstar? Te lo immaginavi così?
È diverso, il mondo delle popstar mi sembrava il mondo perfetto, con solo giorni positivi e umore sempre al top, ma non è così: il sogno della pop star dalla vita perfetta non è più valido per la nostra generazione. Sento di avere molte responsabilità e non è facile relazionarsi con le stesse. Mi ispiro a tante figure già affermate, da Beyonce a Justin Timberlake. L’importante è che chi mi ascolta riesca a immedesimarsi nei miei brani, a trovare se stesso.
Com’è andata ieri sera a X Factor?
Ieri per me è stata la prima volta su un palco italiano così grande, ero molto emozionata. Sono molto felice di ritornare qui il 24 febbraio per il live ai Magazzini Generali. La cosa bella delle mie esibizioni è che non si tratta di semplici e banali concerti. Io non canto e basta: sul palco ballo, mi diverto, lo rendo mio.
Don’t call me up è una ballad ma strong.
È stata un’esperienza questa canzone, mi ha permesso di raccontare il mio rapporto con le mie emozioni, il mio cercar di esser ogni giorno più forte. Sai, se vuoi fare un disco che parla delle persone, devi metterti a sedere, ascoltare e analizzare tutto al microscopio. Non puoi generalizzare.
Che rapporto hai con social?
Non mi ero mai fatta video prima di uscire con delle canzoni. Ho sempre avuto paura perché la gente ti giudica. Ma adesso ho imparato a fregarmene, non do spazio e attenzione alle negative vibes perché so che le positive ones sono più forti. Mi sento viva, sono felice e questo è quello che conta. Non ho nemmeno paura di mostrarmi senza trucco su instagram: ci sono giorni belli e giorni brutti, la vita è così. E menomale.
Il tuo sogno era diventare una popstar e ora lo sei diventata, hai altri sogni nel cassetto?
Il desiderio di fare grandi collaborazioni e tour mondiali è altissimo, ma sono comunque felicissima al momento.
Tra le 14 canzoni presenti nell’album, ne hai una preferita?
La mia preferita è “Bad Behaviour”, anche se ogni giorno cambio risposta a domande del genere. Ma dovendone scegliere proprio una… direi questa, sì!
Che rapporto hai con la moda?
È un modo per esprimere sè stessi, anche se non credo di avere uno stile definito. Oggi sono vestita così ma domani potrei vestirmi diversamente e con stile completamente differente. Non cederò mai a un’etichetta, poco ma sicuro: voglio esser libera.