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Al centro esatto di una nuvola c’è Carmen Alessandrello

Il difficile, oggi, è coniugare le epoche. Soprattutto per chi ambisce a fare il cantautore, a raccontare la vita vera, gioie e dolori, difficoltà e pensieri di una quotidianità che non sempre segue la strada dei nostri pensieri. Carmen Alessandrello, siciliana di Comiso, 23 anni, ha convinto la Fonoprint, storica etichetta italiana, a credere in un progetto e in una artista. Il risultato è un album fresco come sound, tra anni Sessanta e black music, raffinato come testi e vero come idee, che si intitola Al centro esatto di una nuovola. Contiene anche, a proposito di coraggio, il riarrangiamento di Un Giorno Dopo l’Altro di Luigi Tenco.

Carmen Alessandrello (foto di Nino Saetti)

Carmen Alessandrello (foto di Nino Saetti)

Carmen come le ha cambiato la vita lasciare la Sicilia per Bologna?
E’ stata una scelta fondamentale. Un cambiamento radicale, partito circa un anno fa, che è anche il tempo che mi è servito per realizzare il disco.
Un lavoro nato velocemente. Ma ragionato.
E’ vero. Sono tutti inediti nati negli ultimi 12 mesi cui ho aggiunto Elettrochoc dei Matia Bazar, Angelo Custode di Carlo Marrale e, appunto, Un giorno dopo l’altro di Tenco, canzone alla quale sono molto legata.
Il tutto griffato Fonoprint. La storia.
Giorno dopo giorno ho appreso particolari di una storia che già un po’ conoscevo. Mi sento una privilegiata, è bello percepire la fiducia che hanno in me.
Siete un bel gruppo.
Molto. E poi si respira ottimismo ed è fondamentale.
Cosa c’è al centro esatto di una nuvola?
Io vorrei trovarci il mio alter ego.
Non so difendermi è un brano crudo.
E’ una denuncia, la storia di una violenza. Una donna che vive in una campana di vetro, sempre col sorriso sulle labbra ma dentro ha una ferita che non si rimargina. La canta con tono provocatorio. E’ stato difficile ma è stato giusto farlo.
Una canzone è Si chiama amore
E’ la vita che è amore. Bisogna impegnarsi ad andare d’accordo.
Ritiene la sua musica forte come messaggi?
Credo che musica e arte siano lo specchio della società. La canzone è una finestra sul mondo ma prima di aprirla e lanciare dei messaggi devi essere forte dentro.
Bologna la ha cambiata?
Fino a un anno, fino a quando ho vissuto in Sicilia, non ho mai pensato di fare questo bellissimo lavoro. Ma va riconosciuto che è stata la mia isola a redermi quella che sono.
Di Bologna che dice?
La prima esperienza fuori, un grande paese una splendida città. E’ giusta per me che non amo i grandi spazi, sono un po’ agorafobica.
Come legge il suo futuro?
Farò dei concerti. Ho obiettivi ambiziosi ma li tengo per me. Non voglio vivere di aspettative.

 

 

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Francesco Gabbani, salpa da Verona, tra filosofia e allegria, il tour di Magellano

Palpabile l’emozione di Francesco Gabbani che sottolinea l’orgoglio per l’obiettivo raggiunto con il nuovo disco Magellano (grafica dei ragazzi di ShipMate Milano), certificato disco d’oro in un mese. Dal Teatro Romano di Verona lo attende con un live che deve la sua forza alle tracce del nuovo disco. Lo abbiamo incontrato e intervistato.

Francesco Gabbani a Verona

Francesco Gabbani a Verona

di Irene Venturi

É stato Amen a far girare il volano, perché?
Non avevo ancora raggiunto la combinazione emotiva ed esperienziale tale per avere le carte vincenti. Non avevo ancora incontrato Fabio Ilacqua e ad oggi non credo di potermi esprimere senza di lui nonostante io stesso sia autore di molti miei pezzi.
Cosa si aspetta dal questo tour ?
Mi aspetto una coerenza di supporto e che affrontino il mio live con lo spirito giusto. Il live è focalizzato sul valore delle canzoni e della musica, senza effetti speciali e filtri. lo ritengo un tour di grande responsabilità in cui spero di poter dare una giusta chiave di lettura al mio pubblico.
Avvertiamo un desiderio di presentarsi più come musicista, giusto?
Sarà un live Rock and Roll, mi divertirò a essere un performer, anche senza la scimmia. La maggior parte del tempo mi vestirò di musica e di strumenti. Mi farò guidare dal pianoforte, la chitarra e le percussioni.
Ultimamente il clima di terrore ha avvolto anche l’ambiente musicale aumentando le misure di sicurezza e le attenzioni. Esiste la tensione e la paura? Spegne la luce o qualcosa rimane ancora acceso?
Spengo la luce. Vogli spegnere la luce per evitare le paure insensate e per poter trasmettere pace anche al pubblico. Tendo a non percepire paura, anche in piazza Duomo per il concerto di Radio Italia è stato così.
Dopo il tour che la vede impegnato in 42 date in tutta Italia cosa la aspetta? Ha il tempo per scrivere canzoni ora?
Mi aspetterà una pausa. Cerco di elaborare le emozioni che mi aspettano in questo tour per ricavarne spunti interessanti per qualcosa di nuovo. Sono ottimista.
Il suo pubblico si riflette in un target under 14 molto presente, come lo interpretato?
Si tratta comunque di canzoni che hanno un doppio livello di lettura. Mi aspetto sempre un pubblico molto eterogeneo. Non pretendo che chi non ha mai colto il significato profondo delle mie canzoni lo capisca ai miei concerti. Nei live tendo a non parlare molto e quindi nemmeno a spiegare ciò che voglio trattare con i miei testi. Faccio il cantante, il mio mestiere è questo. I numerosi bambini nei miei concerti lo ritengo un risultato delle emozioni e dell’energia della mia musica.
In scaletta anche Vengo anch’io di Enzo Jannacci, ti senti un suo erede?
Semplicemente lo sento molto vicino a me. Riesce a combinare la facciata ironica con un’analisi sociale profondissima. Alla fine quanto è vera la frase Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale. Per vedere se la gente poi piange davvero e scoprire che per tutti è una cosa normale e vedere di nascosto l’effetto che fa.

Il Teatro Romanoi di Verona durante il live di Francesco Gabbani

Il Teatro Romanoi di Verona durante il live di Francesco Gabbani

IL CONCERTO
Ci sono 21 i brani in scaletta, arricchita dai brani dei suoi tre dischi. Ci aspetteremmo Occidentali’s Karma in chiusura, a completamento di un cerchio, di un viaggio, ma la troviamo tra le prime proposte come a dare importanza ad altre tappe e voler svoltare per raggiungere una nuova meta. Ci troviamo ad essere pellegrini di un percorso che si declina con suoni rock, elettronici, energici, alternati con intermezzi intimi, introspettivi, che nella loro semplicità arrivano diretti al pubblico. Salite e adrenalina per poi godersi paesaggi mozzafiato, silenziosi, che lasciano spazio al mondo individuale di ognuno. Non sapevamo mica che si andava di là e invece siamo qui. Incontro non casuale il nostro con Francesco che mantiene alta la tensione proponendo sempre nuove domande. Intro con percussioni al grido di Oh Oh Voga, che apre il viaggio musicale con Magellano. Teatro Romano caldo da subito. Si nomina Casanova e non si può far altro che togliersi la felpa, gesto accolto a furor di popolo. The show must go on nonostante una corda della chitarra non voglia collaborare e restare in “equilibrio”. Francesco vuole oscurare il frastuono e la frenesia che circonda per a moment of silence. Niente da fare, è comunque carica elettrica allo stato puro. Credete al destino? Ci crediamo al destino, che finge di essere lontano invece è qui vicino, clandestino. Allora luci accese, eternamente ora, ed è eternamente magia. Secondo cambio della chitarra che sembra non voler far parte dello show. Susanna, brano portato al successo da Adriano Celentano e reinterpretato sul palco di Sanremo da Gabbani, si conclude con un dialogo tra Francesco e il fratello Filippo, batterista e coautore, entrambi alle percussioni. C’è la voglia di tornare piccoli, rivivendo la musica come da bambini, spiriti liberi a cui non servono parole per comunicare quando in mezzo c’è la musica, e così è rimasto.

Francesco si lancia dietro al palco e lo ritroviamo con piacere con le mani che accarezzano il pianoforte, cantando l’amore e il mal d’amore, perché amore è tutto ciò che un essere umano può provare e tutto ciò di cui un essere umano è composto. Il teatro lo segue a squarciagola e telefoni accesi creando lui stesso la scenografia più semplice e bella che un concerto possa avere. Tutto si illumina d’immenso. Alla sedicesima canzone possiamo dire Amen, nonostante non sia ancora ora di andare in pace. La voglia è quella di rimanere fino alla fine. É uno spettacolo impreziosito da molte domande, perché sono le domande che mandano avanti il viaggio. Nell’introdurre i suoi brani Francesco si limita a non dare alcuna risposta ma a porgere solo spunti di riflessione. Si riflette in tutto il suo percorso artistico che vede la necessità di utilizzare una doppia chiave di lettura per ogni sua canzone, perché ognuna cela un’analisi della società attuale e dei suoi aspetti più contorti. Tra le granite e le granate, terza canzone in scaletta, ha come focus il fenomeno dei turisti dell’orrore, impegnati a scattare selfie in posti protagonisti di fatti terribili, e pone l’accento su una società che vive anche le cose belle in modo negativo. Giochi di parole con l’obiettivo di farci ballare senza perdere di vista messaggi non banali sull’esistenza dell’uomo. In conclusione, abbandonata la scimmia, troviamo pachidermi e pappagalli per farci affrontare il tema del complottismo dilagante. Album breve, potremmo definirlo un concept album, ma ricco di suoni e soprattutto di contenuti. E allora Amen e Namastè e continua il viaggio…

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Elisabetta Anselmo, un artista…mille musiche

Ha scelto, per alimentare la sua creatività, la campagna intorno a Torino, un po’ più spostata verso Ivrea. Respira, Elisabetta Anselmo, i fermenti di una Torino all’avanguardia e la freschezza dei venti che arrivano dalla Valle d’Aosta. Gioca col diaframma, e molto bene, per ammorbidire un accento piemontese che in alcuni momenti emerge prepotente. Uno spigolo di una persona che ha le idee chiare, che si divide in più progetti, che sa quel che vuole. Al suo fianco il “socio” Machy Acotto.

Elisabetta Anselmo

Elisabetta Anselmo

Il suo progetto principale cammina insieme a Sebastiano Barbagallo.
Stiamo lavorando su cinque singoli, nel momento in cui saranno pronti procederemo con alcuni ascolti mirati per capire l’interesse che può esserci intorno.
Il suo stile ricorda il trip hop.
Le sonorità sono quelle, qualcuno potrebbe obiettare che sono desuete: io ribatto che la musica è ciclica come la vita. Io mi rifaccio a Massive Attack e Casino Royale, per citare due esempi.
Come ci è entrata in sintonia?
Tanto ascolto e tanto studio.

Elisabetta e Machy

Elisabetta e Machy

Come sono divisi i ruoli creativi?
L’aspetto melodico e armonico e mio al 90 per cento e poi contribuisco ai testi con idee e spunti di riflessione.
Come si è trovata con Machy?
Per caso nonostante abitiamo nello stesso paese. C’è stata da subito la voglia di condividere la musica
La collaborazione come è scattata?
Lui è rimasto colpito dal mio suono e dal mio approccio al pianoforte. Tenga presente che all’epoca non cantavo.
Le sue origini?
Studi classici e tanti ascolti per arrivare a un approccio pop originale.
I vostri concerti come sono?
Un mix di brani originali e cover.
Perché MacBeth?
C’è la radice dei nostri nomi e poi è un’opera maledetta.
Dove vuole arrivare?
In alto ma sono conscia che l’interessa va conquistato!