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Eman, il cantore della contemporaneità

Arriva dalla Calabria e con le sue storie in musica è riuscito a raccontarci la quotidianità in modo ironico e disincantato. Il suo disco si chiama Amen…lui si chiama Eman (alias Emanuele Aceto) ve lo racconto.

Eman

Eman

Eman canta Amen: il video

Eman lei fa parte di quella generazione di coraggiosi che ha rilanciato il cantautorato.
Fa parte della cultura italiana, forse c’è stato un periodo buio ma lui non se ne è mai andato. E ora è un’onda che cresce.
Lei è parte di questa onda.
Voglio essere al passo con i tempi. Il testo deve essere social e profondo. Se si trova l’alchimia giusta si possono mandare bei segnali.
I social fanno smarrire il senso della comunicazione vera.
Gli esseri umani comunicano attraverso ogni cosa. Certo la comunicazione globale ha impoverito il linguaggio e io credo che il lavoro grosso è quello nascosto. Per me è naturale essere ermetico.
Un ermetismo pieno di simboli.
Il mio lavoro sul testo è lunghissimo. L’ispirazione quando arriva finisce su una moleskine. Poi ho un telefonino che funziona anche da computer. L’italiano è un linguaggio armonicamente difficile.
E lei come lo doma?
Cavalco il ritmo.
Usa anche una bella elettronica.
La amo. Bisogna essere aperti al nuovo. Non si può fingere che non esista. Bisogna cercare suoni nuovi.
Lei è spesso spiazzante.
Bisogna esserlo. Tutti guardano da una parte e tu vai dall’altra. Lo ho sempre fatto. Il popolo calabro è ostico da convincere.
Amen è stata la svolta?
Devo tanto a quell’album. Mi ha fatto maturare.
Prossimamente come ci spiazzerà?
Il nuovo sarà ancora più cantautorale ma vestirà di nuove sfumature. E sparirà le radici reggae che sono state importanti per molto tempo.
I suoi live sono ipnotizzanti.
E’ la mia dimensione. E poi è il pubblico che decreta se e quanto vali.
Che sentiero prende?
Quello che mi assicura più libertà.

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Giorgia Nicoli, musica e parole per inseguire un sogno: l’intervista

Vent’anni, bolognese, cantautrice e autrice. Giorgia Nicoli è il vessillo del nuovo cantautorato: idee, voce, spirito di collaborazione e un lavoro nel ristorante di famiglia. Il meglio delle mie parole è il disco in arrivo, il singolo che lo presenta è Primo Amore. Cammina (anche) sotto lo sguardo attendo dell’anima nomade di Beppe Carletti.

Giorgia Nicoli in concerto

Giorgia Nicoli in concerto

Giorgia quando inizia la sua relazione con la musica?
Avevo 12 anni e facevo un karaoke personale.
Ovvero?
Cantavo davanti allo specchio, su basi vere ma senza pubblico.
E i suoi genitori?
Quando hanno capito che potevo avere delle qualità mi hanno iscritto a lezioni di canto e poi sono arrivati i primi concorsi.
Le prime soddisfazioni?
Un incontro casuale in spiaggia con Sergio Vinci e le canzoni Per ogni momento e Qualcosa rimane. Con quest’ultima sono entrata tra i primi dieci di un concorso di Radio Latte e Miele.
Poi?
L’incontro con Serenella Occhipinti, in arte Sara 6. Con lei ho sviluppato il mio progetto. Io scrivo ma ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a sviluppare le idee.
Ha sempre scritto?
Da tempo. Ma avevo una sorta di timidezza che limitava la mia espressività. A volte mi tremava la voce.
Ora si direbbe che tutto sia perfetto.
Raccontarmi in musica mi dà sicurezza, è quasi una seduta psicanalitica.

Giorgia Nicoli

Giorgia Nicoli

Si capisce ascoltando Primo Amore.
Racconta un fase importante della mia vita.
E’ riuscita a scriverla in modo tale che ognuno possa, con varie sfumature, riconoscersi.
Sono felice di ciò. Io parlo di me ma l’amore è inteso in senso ampio. Può anche essere per un figlio.
Prossimo obiettivo?
Mi piacerebbe provare ad arrivare a Sanremo Giovani attraverso Area Sanremo.
Cosa ascolta?
Tutto, da Whitney Houston e Celine Dion. Fedez magari faccio un po’ fatica. Tra i nuovi mi piacciono Gabbani e Sylvestre.
L’incontro con Beppe Carletti?
Anche quello casuale. Mio padre ha dato un mio demo a un amico e di mano in mano è arrivato a Beppe. Ma non credevo me lo presentassero davvero.
Cosa le ha detto?
Non si è espresso ma mi ha invitato ad aprire qualche data dei Nomadi e spero lo faccia ancora.
Quando non fa la musicista?
Lavoro nel ristorante di famiglia, l’Osteria Duse a Bologna.
Che fa?
Tutto. Sala, cucina, chef…anche la baby sitter per il pizzaiolo se serve.
Il piatto che le riesce meglio?
La tagliatelle alla romagnola.
Ovvero?
Con prosciutto crudo e limone. Buonissime!

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Paolo Vallesi, un filo senza fine: l’intervista

Un filo senza fine è l’ultimo album di Paolo Vallesi, uscito il 12 febbraio: l’artista ci racconta ciò che c’è dietro un album che lui stesso dice aver fatto con il cuore.

Paolo Vallesi

Paolo Vallesi

di Carla Budri

Pace e Un filo senza fine, che aprono il disco, hanno una profonda valenza sociale: come ci si approccia musicalmente a tematiche così emotivamente forti?
Queste prime canzoni sono le due facce della stessa medaglia. Se Pace è una canzone con l’intento di mettere in risalto il fatto che senza un po’ di pace interiore è difficile pensare di poterla pretendere all’esterno di noi stessi. Trovo che il testo scritto da Amara sia molto bello in quanto parla di pace, che è un termine enorme, quasi ingombrante, senza mai parlare di guerra proprio perché parla di pace interiore. Un filo senza fine invece è un po’ il mio modo di vedere le coseriguardo violenza: ho srotolato questo filo per andare a cercare di capire chi abbia iniziato prima, con la convinzione però che la violenza generi soltanto altra violenza. Se c’è una soluzione ai problemi che la nostra società sta vivendo in questo momento è la comprensione, il dialogo e l’accoglienza, non sicuramente la violenza, la quale può sembrare risolvere gli stessi non può essere ritenuta neanche una soluzione temporanea perché provoca altra violenza, morte edistruzione. L’uso che si fa delle armi è spropositato, Un filo senza fine vuole essere una critica all’uso delle armi e alla violenza in genere.
Pace è frutto della collaborazione con Amara, che lei ha definito vera e sentita. Com’è nata?
La nostra collaborazione è nata in maniera molto casuale: fa parte di un disegno di cui noi siamo solo gli attori. Non ci conoscevamo personalmente ma avevamo molta stima l’uno dell’altra. Ero rimasto colpito dalla canzone che aveva presentato a Sanremo giovani due anni prima: mi aveva inchiodato al teleschermo per il suo messaggio forte. Lei invece aveva seguito la mia produzione musicale, ma non avevamo mai avuto modo di incontrarci prima di un concerto di beneficienza a Prato, durante il quale siamo andati uno incontro all’altra per dimostrarci la reciproca stima e presentarci. Questo inizio, dettato da una serie di coincidenze, si è trasformato in una nottata a parlare di musica, di canzoni e dei temi che le stesse trattano. Abbiamo capito subito che Pace fosse fatta per un duetto insieme: le nostre voci si sposavano benissimo ed è nata una bellissima amicizia oltre che una collaborazione musicale densa di coincidenze. Senza saperlo infatti avevamo entrambi fatto una cover di Fossati ed entrambi l’avevamo messa come quarta traccia dell’album. Nonostante io abbia molti più anni di esperienza di lei, non credo di essere stato l’unico a insegnarle qualcosa, ho appreso tantissimo lavorando con lei.
La terza canzone, In questo mondo, è la più elettronica: viene posizionata dopo le prime due per alleggerire i toni?
Non credo. Credo invece che rappresenti la mia musicalità, che è più proiettata verso il futuro. Sono dell’idea che le canzoni non debbano essere necessariamente vestite in un modo o nell’altro per scelta commerciale. Quando ho scritto  quella canzone, l’ho fatto con un loop di batteria che era già quello e la composizione si è basata su di esso. È una musica che adoro e si avvicina molto a quello che sto ascoltando in questo periodo e che può essere anche un ponte verso le  cose che farò più avanti. L’ho inserita all’inizio dell’album perché ho voluto mettere le canzoni con una musicalità più forte all’inizio, per poi fare un passo indietro con le versioni sinfoniche delle canzoni più vecchie e poi, solo per chi arriva fino a quel punto, parte la parte finale del disco, quella più intima, di non facilissimo ascolto ma che volevo fosse ascoltata solo da chi ne aveva davvero voglia.
Tra Una notte in Italia e Persone inutili si è divertito a lavorare con l’orchestra sinfonica: vuole essere un preludio ad un lavoro con orchestra?
Per adesso è stata una grande soddisfazione cantare con un’orchestra di 74 elementi: il suono meraviglioso e il lavoro magistrale di Carlo Avarello, che è anche il produttore dell’album, mi ricordano molto la musicalità di Ennio Morricone. Sono, tra l’altro, un appassionato di orchestrazione sinfonica ma non c’era mai stata l’occasione di lavorarci prima, magari sarà un’esperienza che si chiude con quest’album. Non mi domando nulla, per il momento sono felice di aver riproposto i brani in questa veste, anche perché canzoni di successo come Persone inutili, La forza della vita e Una notte in Italia, apprezzate dal pubblico per più di vent’anni, non possono essere rovinate: quest’orchestrazione le ha collocate fuori dal tempo e da una logica sonora. L’occasione delle nozze d’argento de La forza della vita da celebrare è stata la scusa giusta.
Come mai ha scelto proprio Una notte in Italia, cover dell’omonima canzone di Ivano Fossati, da inserire in questo disco?
Ci sono delle canzoni che sono state un riferimento per me, canzoni che ascoltandole mi hanno dato la voglia di fare musica ma non ne ho avuto consapevolezza fino a che non ho dato ad un altro questo tipo di opportunità. Ho incontrato Giovanni Caccamo al concerto di Natale a Roma, e in quell’occasione mi ha detto che mi avrebbe ringraziato per tutta la vita: ascoltando a ripetizione La forza della vita in un periodo un po’ particolare aveva deciso cosa voleva fare. Così ho iniziato a cercare la canzone che mi aveva dato la stessa emozione e la stessa voglia e sono risalito a Una notte in Italia. La ascoltavo quando ero adolescente, mi faceva sognare, mi ha dato la voglia di incominciare a scrivere e il sogno di poter comunicare le emozioni che mi comunicava la musica ad altri. Per questo ho inserito la traccia nell’album, per ringraziare Ivano Fossati, è grazie a lui che ho iniziato a scrivere.
Il mio pensiero fa parte di una colonna sonora: come cambia l’approccio creativo rispetto a quando la canzone non deve commentare delle immagini?
È stata un’esperienza bellissima. Ho scritto la colonna sonora di Un angelo all’inferno con Giancarlo Giannini dalla prima all’ultima nota, ed è qualcosa che avevo sempre voluto fare. Guardavo il film con Jack Black “L’amore non va in vacanza” dove lui fa il compositore di colonne sonore di fronte ad un mega schermo, scrivendo su una tastiera. Ed è proprio così: guardi le immagini scorrere e mentre arrivano i dialoghi, in qualsiasi momento, puoi puntualizzare la cosa emetterci del tuo. È un lavoro bellissimo perché non si confronta con il minutaggio di una canzone, che deve avere una certa durata; sei libero di scrivere qualcosa che duri cinque secondi o che sia una suite di sette minuti. Vorrei replicare l’esperienza, nonostante sia molto faticosa, perché per un musicista è una bellissima soddisfazione. Dentro la colonna sonora, poi, c’è una vera e propria canzone, Il mio pensiero, che ho voluto estrapolare e volevo rientrasse in questa track list.
Il mio amore, si ispira al cantico dei cantici: è casuale o strategico che chiuda il disco?
È una canzone che ho messo in fondo in quanto molto intima, scritta con una persona che fa tutto fuorché musica, un biologo all’Università di Bologna. Da un insieme di considerazioni è nato questo testo e questa canzone, che svela la parte più intima, più spirituale di me che, pur non riconoscendomi in un dogma ben preciso ho chiamato mio figlio Francesco, il quale è stato battezzato da un frate Francescano. Ho una passione, una sorta di adorazione per San  Francesco, per quello che ha rappresentato nella sua vita e quello che ci ha insegnato. Il testo è un tentativo di spiegare l’amore.
Qualche anticipazione sul tour?
In questi giorni “chi di dovere” sta organizzando una serie di concerti con Amara, che si svolgeranno tra fine Aprile e i primi di Maggio a Milano, Roma, Firenze e Bologna tra le altre date, le quali verranno pubblicate a breve da entrambi anche sui nostri social. Non vedo l’ora di fare questi concerti con lei, per presentare i nostri rispettivi dischi. Dopodiché, a fine Giugno, partirà il tour per tutt’Italia con anche qualche data in Spagna, Stati Uniti e Canada a fine Settembre. La nazionale cantanti è sempre stata una costante durante la sua carriera. Il calcio è una sua passione?
Il calcio è una mia grande passione e le persone della nazionale cantanti sono tra coloro che più frequento nella mia vita. Ma non è tutto legato alla passione per il calcio, all’appagamento delle migliaia di persone che ti guardano, ma ho sempre partecipato soprattutto per i progetti che vi sono dietro e che sono realizzati grazie a coloro che ci guardano e credono in tutto ciò. È una parte fondamentale della mia vita e poco importa quanti minuti gioco, mi piace esserci per la squadra, anche consapevole che non posso giocare più di un tempo. Se prima sgomitavamo per entrare in campo, adesso molti di noi sgomitano per rimanere in panchina.
Cinque canzoni che non possono mancare nella playlist di Paolo Vallesi?
Senza andare nel dettaglio dei titoli, in quello che ascolto ogni giorno non può mancare una canzone dei seguenti artisti: Coldplay, U2, Elisa, Jovanotti e Steve Wonder.