0

Alanis Morissette: il racconto di una notte di musica ed emozioni

Alanis Morissette in concerto a Milano. ha seguito il concerto per Note Spillate Federica Infante, songwriter piacentina da poco uscita col disco Non importa, che la conferma tra le songwriter più strutturate e profonde degli ultimi anni. Aspettandola in tour, leggete la sua sentita recensione e soprattutto fatevi accompagnare, in vacanza, dal suo disco.

Alanis Morissette a Milano

Alanis Morissette a Milano

di Federica Infante

Ci sono concerti emotivamente sconvolgenti, quelli che fai giorni a guardare il biglietto nell’attesa e che poi conservi per incorniciarlo, quelli che arrivi ai cancelli ore prima per arrivare davanti al palco, quei concerti che canti tutte le  canzoni urlando così forte come se anche Dio dovesse arrivare a sentirti. Poi ci sono concerti oggettivamente sconvolgenti, quelli che ti inondano di un’emozione inaspettata e perdurante nei giorni, quei concerti che alla fine ti fanno dire: accidenti, sapevo che sarebbe stato bellissimo ma non me lo aspettavo così “tanta roba…Si…tanta roba..oggi si dice così penso. Ma il pubblico dell’altra sera non era quello di oggi, era fatto di gente che di concerti ne ha visti tanti, dove la maggior parte del pubblico è arrivato non alle 15 ma in tempo, dopo una giornata di lavoro, camminando, preparando il cuore passo dopo passo ad accogliere una delle artiste internazionali più brave e stimate al mondo. Un pubblico rispettoso, amorevole. Un pubblico che ancora alza le mani per applaudire e che tira fuori il telefonino solo per immortalare il “pezzo storico”… fatto di quella classe di sognatori che ormai qualche sogno l’ha dovuto chiudere a chiave nel cassetto ma che ancora sa dove andare a cercare la bellezza … eccoli qui, c’erano tutti. Eravamo pronti a ritrovarla, come una vecchia amica che torna dopo un viaggio importante…ciao Alanis, ti stavamo aspettando, com’è andata? Noi tutto bene…siamo rimasti qui in attesa del tuo ritorno. Ma Alanis non scende dal treno, è ancora di passaggio in un suo percorso continuo ed infinito 21.20 circa, si accendono le luci e parte la musica di una band composta da musicisti che solo da come salgono sul palco capisci che hanno i cosiddetti controcazzi, la gente allunga il collo a cercarla, ed eccola salire con una camminata quasi sbarazzina suonando la sua armonica a bocca, e anche se il taglio cortissimo di capelli ti colpisce e lascia sbalorditi per un attimo, ti ritrovi subito involontariamente a sorridere davanti a tanta felicità, ecco una che fa quello che le piace e accidenti se lo fa bene.

In un’era dove agli artisti viene chiesto di avere un look ed uno stile identificativo, avere un modo di fare particolare, dove “tirarsela un po’” pare essere necessario, Alanis Morissette ha un semplice pantalone di pelle ed una camicia bianca, sorride e cammina percorrendo tutto il palco perché lei è vestita e brilla semplicemente della sua straordinaria bravura. Cammina a destra e sinistra, sembra quasi non guardarci, e canta con il microfono a mezzo metro dalla bocca per dosare la potenza impressionante della sua voce che negli anni non è cambiata. Il primo pezzo è “All i really want”, la gente la segue, balla e canta con lei a darle il benvenuto e sulla coda dell’ultima nota parte uno di quegli applausi lunghi, rumorosi, scaldanti ed eccola che finalmente “mette la testa fuori dal finestrino” per un attimo e sorridendo dice: “i missed you” (mi siete mancati) A tutti noi ormai conquistati e completamente affascinati non ci è rimasto altro da fare che andare avanti con Lei e seguirla con “21 things i want in a lover” Alanis inizia a muoversi come in una danza con i suoi musicisti, sembrano un tutt’uno…un’onda che trascina lei e tutti noi, e ancora tutto d’un fiato “Forghiven” e Woman down”. Alanis non sta mai ferma continua a percorrere tutto il palco e accidenti che forza travolgente trasmette mentre si dimena e suona la sua chitarra glitterata nera, sembra un vera rocker ed ha un’energia da quindicenne. Ringrazia con il “nostro grazie” il pubblico entusiasta, e lo fa quasi timidamente, o per non uscire mai del tutto dal suo intimo e personale mondo, o forse per tenere sempre “qualcosa solo per se”.

I primi accordi del quinto pezzo infiammano il pubblico e penso di aver sentito come una bolla di emozione creatasi dalla pelle d’oca di tutti i presenti alzarsi ed abbracciarci tutti cantando una delle canzoni più belle di Alanis che ci consola e ci da forza con “You learn” e da li giù in una discesa dolce verso la malinconica “Mary Jane” cantata divinamente ogni parola una scossa sotto la pelle, è l’esempio che lei non solo canta, lei suona con la sua voce, i vocalizzi finali ascoltati in silenzio reverenziale prima di un applauso sincero e riconoscente che dura tutto il tempo che lei va ad abbracciare di nuovo la sua chitarra glitterata, questa volta d’oro, e penso lo abbia fatto sorridendo pregustando lo “scossone” che stava arrivando ed ecco che con un quattro deciso del batterista ci fa spiccare il volo attaccando energicamente con “Guardian” e queste note ci fanno saltare con lei che suona e di dimena energeticamente sul suo palco, nel suo mondo, nella sua bellezza, in una grandezza che possiamo probabilmente solo percepire noi da qui, ma abbastanza che sembra quasi di sentire il suo sudore, il suo dolore. E poi “Right through you” se la concede un po’ per se stessa, sciogliendo il collo come un pugile all’angolo, forse perché sa che stanno per arrivare…ed arrivano puntuali e forti le voci di tutti su “Hand in my pocket” e ci rapisce ancora sulle note della sua armonica (mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci). La successiva “Everything” la dedica a noi “this song is for you” e si..ti vediamo ora nitidamente e ti seguiamo ancora senza sosta con “sister blister” che torna con dei suoni più decisi e impattanti e dopo un cambio scarpe sul palco, si il palco è casa sua con le finestre aperte per noi, il suo pubblico canta quasi ipnotizzato “Head over feet” e a squarcia gola “Hands clean”, ed infine, come a volerci piazzare il colpo al cuore finale, chiude la tripletta con “Ironic” che viene accolta con un boato da stadio, e questa ce la concede e ce la fa cantare, e se la gode, e se la prende tutta ‘sta vagonata di bene che le sta arrivando da qui giù.

Ma la concessione finisce subito perché Alanis “You oughta know” se la canta tutta con una potenza vocale impressionante e ci scarica tutta la sua rabbia e tutta la sua potenza prima di arrivare a “Wake up” e scatenarsi di nuovo con la sua chitarra nell’assolo finale ed per poi salutare fugacemente con un bacio ed un grazie il suo pubblico prima di scendere dal palco. E li senti come con un pizzicotto che ti riporta sulla terra ferma a cercare di capire cosa diamine è successo? E ti accorgi che Alanis non è mai scesa dal palco tra noi ma ha fatto molto di più: ci ha attirato e ci ha fatto salire tutti noi sul suo treno, per un attimo ha condiviso il suo viaggio. I musicisti risalgono e con un bellissimo solo di pianoforte inizia il primo dei due bis “Unvited” un brano che vivi quasi come un “presagio” e l’angoscia la senti tutta chiaramente quando Alanis attacca e ti viene una pelle d’oca alta mezzo metro. E allora capisci chiaramente che la bellezza e la grandezza pura e autentica non ha bisogno di tante parole, di un vestito con lustrini, di pochi sguardi e tu puoi solo sentirti grato di aver potuto viverla per un po’ e lo capisci, lo senti che è giunto il momento di salutarci mentre lei scarica le ultime energie in una sua danza irrefrenabile ed energica percorrendo tutto il palco. Ci siamo: l’inconfondibile intro del synth di “Thank you” sono il suo saluto a noi, forse per la prima volta in tutta la sera ci guarda nitidamente, ci ringrazia e ci saluta timidamente mentre noi siamo completamente sconvolti e con la bocca aperta. Quante altre donne possono vantare una carriera così solida? Quanto spessore e sincerità artistica ci vogliono per essere così grandi e trasmettere così tanto? Ma lei sembra quasi non saperlo, gestisce tutto con gratitudine ed umiltà, spiazzandoci ancora una volta di fronte ad un artista “tutto arrosto e niente fumo” e che, diciamolo chiaramente, dovrebbe essere presa come esempio da molti. Quindi no Alanis , assolutamente “thank to you” e Ciao…ti aspetteremo di nuovo qui quando vorrai !

0

DANIEN & THEØ: Sono Rock, sono giramondo Metal ma con la dolce vita sono Indie-Trap

La dolce vita è il primo album delle rockstar-urban italiane Danien & Theø,  appena uscito per Urbana Label e distribuito da Sony Music. Danien, originario di Livorno, e Theø, bresciano, si catapultano dal mondo metal, con la band Upon this Dawning, al mondo trap italiano, per portare una ventata di aria nuova. Più di dieci tour in America, centinaia di palchi e una dimora mai fissa. L’approccio alla trap è avvenuto su un furgone tra un live americano e l’altro. Tornati in Italia, mantenendo un look e un’attitudine collegati al loro background rock, iniziano a pubblicare brani trap per poi evolversi in qualcosa di più personale. La dolce vita manifesta il connubio tra mondo urban e il rock, valorizzando anche l’anima da musicisti che caratterizza Danien & Theø. Le sonorità americane, immagini pop, il linguaggio diretto della trap, un look più glam che street, rende questo album prorompente. Dieci i brani contenuti, con testi in cui viene raccontata la loro dolce vita tra notti nei club, alcool e groupie. Oltre al disco è anche disponibile una versione DELUXE, a tiratura limitata, che conterrà anche altri nove brani finora mai pubblicati con due featuring d’eccezione come Samuel Heron e Darksine del collettivo Dark Polo Gang. Abbiamo intervistato Danien.

La cover di Danien & Theø

La cover di Danien & Theø

di Irene Venturi

Primo album da “Rockstar urban”, cosa vuol dire?
Veniamo da una band metal. Abbiamo vissuto 4 anni in America con una vita frenetica e 5 day off al mese. Alternavamo momenti nei superhotel e momenti nei ghetti. Possiamo dire di aver fatto una vita da rockstar in giro per il mondo.
In Italia esistono ancora rockstar?
É uno stile di vita. mi vengono in mente Morgan e Vasco.
Possiamo definirlo un album trap o preferite non ghettizzarvi?
É un disco che può dare tanto di nuovo. Non è un disco trap, è un disco pop, con sonorità più morbide, a tratti indie. Possiamo chiamarlo indie-trap.
Un indie-trap dalle sonorità molto americane.
Si, abbiamo vissuto in America e l’abbiamo girata con la band. Ora ci piace fare una musica americana con i testi in italiano ma non escludo un singolo in inglese in futuro.
Il fatto che molti volti della trap (per primo Sfera Ebbasta) si definiscano Rockstar fa pensare che ci sia un legame con il Rock. Voi venite dal mondo rock effettivamente.
É un altro mondo. La trap è piena di dissing mentre nel rock è molto più pacifico. Da questo punto di vista preferiamo il rock. Non abbiamo mai risposto ai dissing che ci hanno fatto.
É un album pensato a 360 gradi perchè costruito per essere suonato dal vivo. C’è un grande attenzione al live, dopotutto siete musicisti.
Si, io suono chitarra batteria e tastiera. Vogliamo essere una band. Odiamo come il filone trap si esibisce live. Non vogliamo utilizzare basi e cantarci solosopra. Vogliamo far vedere che i nostri brani live possono suonare anche meglio del disco.
La vostra dolce vita è quella raccontata in questo album? É molto frenetica.
Alterniamo momenti in cui non ci va di fare niente e momenti di super felicità dove andiamo per locali. Mi piace definire questo album come un diario dove raccontiamo tutti i momenti.
Non vi siete mai fermati
Ho sempre avuto un vita frenetica. Sempre in tour fin da piccoli, poi l’America, prima i tour in Europa e in Russia. Non avevamo mai una casa fissa.
Non temete che le tematiche che trattate portino ad emulazione soprattutto dei più giovani?
Più che di droga parliamo di marijuana, siamo contro qualsiasi altro tipo di droghe.
Che consigli dareste ai giovani?
Se volete prendere la strada da musicisti o cantanti dovete dare tutto, non farlo diventare un piano B. Bisogna fare sempre che il tuo piano B sia il tuo piano A.

0

Iron Maiden a Milano: il racconto di un concerto che entra nella storia del metal

Battaglia di suoni e di luci ieri sera all’Ippodromo di San Siro. Brividi di paura, suggestioni da apocalisse, mostri metallici padroni del palco, ali metalliche a planare minacciose tra la gente estatica e plaudente di una sera d’estate milanese trasformata in festa e celebrazione per i 20mila che hanno affollato l’immenso prato dell’Ippodromo.

Iron Maiden a Milano

Iron Maiden a Milano

di Federico Moia

Nella lunga serie di concerti dell’estate milanese, uno dei più attesi dagli appassionati è sicuramente il ritorno in Italia degli Iron Maiden, tra le band più importanti e rappresentative dell’heavy metal. Ripercorrere la quarantennale carriera della band in poche righe sarebbe riduttivo. Basti sapere che dal 1980, anno di uscita del primo storico album, il gruppo guidato dal bassista Steve Harris ha conseguito un successo dietro l’altro, grazie a una squadra di musicisti competenti e affiatati, e a performance dal vivo che per le migliaia e migliaia di fan sono sempre e comunque “da urlo”. Quella di ieri sera, probabilmente, potrebbe essere considerata la vera e propria ciliegina sulla torta. Già, perché il tour di quest’anno, dal titolo The Legacy of the Beast, prometteva fin dall’annuncio un vero e proprio tuffo nell’intera discografia del gruppo inglese, partendo dai capolavori degli anni ’80, incisi nei cuori metallici di tutti gli appassionati,
fino ad arrivare ai successi più recenti. La formula sembra aver fatto breccia nel cuore dei metallari italiani, che hanno riempito completamente la venue scelta per il concerto-spettacolo, l’Ippodromo di San Siro. È la seconda apparizione della Vergine di Ferro in Italia di quest’anno. La prima è stata al festival Firenze Rocks circa tre settimane fa, davanti a quasi 50mila persone. Dopo l’apertura dei cancelli e i controlli di rito, si entra finalmente all’ippodromo e si aspetta con trepidazione sotto il palco l’arrivo dei sei inglesi. Prima della portata principale, in ogni caso, il menù prevede ben altre due band, i The Raven Age e il gruppo di Mark Tremonti.

THE RAVEN AGE
Alle 18:25 aprono le danze i The Raven Age, che fanno spesso da spalla agli Iron Maiden. Il motivo è presto spiegato: nella band milita come chitarrista George Harris, figlio del più famoso Steve, bassista e leader degli Iron Maiden. Una band che vive di luce riflessa, quindi, anche perché la loro proposta musicale non si può certo definire innovativa o coinvolgente. Un metal melodico in cui le canzoni finiscono per assomigliarsi un po’ tutte. Anche il cantante, Matt James, dà quasi l’impressione di non crederci nemmeno lui, presentando le canzoni svogliatamente, ben sapendo il vero motivo per cui la gente si trova all’ippodromo stasera. Tra i brani presentati “Promised Land”, “Salem’s Fate” e “My Revenge”, che si susseguono senza infamia e senza lode. E infatti l’ovazione maggiore del pubblico arriva alla fine quando lasciano lo stage dopo un’esibizione di 40 minuti circa.

MARK TREMONTI
Alle 19:30, sale sul palco, puntuale, Mark Tremonti. L’ex chitarrista dei nu metaller Alter Bridge, ormai da 6 anni dedito alla carriera solista, è in tour per promuovere l’ultimo album “A Dying Machine”, anche se durante il concerto viene comunque dato spazio ad ogni album. Il gruppo propone un heavy metal moderno ed energico, con delle chiare influenze thrash/groove (quasi di scuola Pantera). Nei 50 minuti circa a sua disposizione, la band spara un brano dopo l’altro senza quasi nessuna pausa, se non per salutare i presenti e ringraziare gli Iron Maiden dello spazio offerto loro. A differenza di chi li ha preceduti, si nota subito che il gruppo di Mark è di ben altra caratura. Tra i brani proposti spiccano sicuramente “My Last Mistake”, “Flying Monkeys” e la roboante “Bringer of War” che insieme a “Throw Them to the Lions”, costituiscono gli highlight dell’ultimo album. L’esibizione di Mark e della sua combriccola è in realtà abbastanza statica, con il chitarrista-cantante che non abbandona mai la sua posizione a centro palco, risultando quindi visivamente un po’ noiosa. Conclude il set la stupenda “Wish You Well”, a salutare, con il suo orecchiabile ritornello, il pubblico e ad augurargli una buona continuazione di serata. Purtroppo, il nostro viene “ricompensato” anche da una buona dose di fischi. È vero che, probabilmente, nessuno tra il pubblico lo aspettava particolarmente, ma si è trattato comunque di un’esibizione solida e ben riuscita.

IRON MAIDEN
Mancano pochi minuti alle 21 quando, finalmente, risuona nell’aria “Doctor Doctor”, canzone degli UFO che da molti anni la Vergine di Ferro utilizza come tema d’apertura dei propri concerti. Due militari in uniforme entrano sul palco e svelano parte della scenografia: una trincea con filo spinato e siepi. Sui maxischermi vengono proiettate alcuni filmati di guerra, con battaglie aeree e bombardamenti, accompagnati dalle parole di Winston Churchill che incoraggia i piloti della Seconda Guerra Mondiale. I fan più attenti capiscono subito la canzone che li aspetta. Il riff di “Aces High”, una dei pezzi più veloci della Vergine di Ferro, apre il concerto con un botto. Steve Harris, Dave Murray, Adrian Smith, Janick Gers e Nicko McBrain vengono salutati con calore da un boato del pubblico che esplode ancora di più quando finalmente fa la sua comparsa Bruce Dickinson, il cantante del gruppo. All’alba dei sessant’anni e reduce da un cancro alla lingua, questo signore inglese brizzolato trascina il pubblico con i suoi acuti e le sue grida, e sembra incredibile che riesca ad azzeccare ogni tono e ogni nota. Il protagonista indiscusso della serata. Mentre le tre chitarre di Murray, Smith e Gers si sfidano a colpi di riff e di assoli, un gigantesco aeroplano si libra in aria, dominando il palco. Il pubblico è senza parole. È solo la prima delle imponenti scenografie che si alterneranno durante tutto lo show. Sì, perché questo “Legacy of the Beast Tour” non colpisce solo per la spettacolare scaletta e per la prova perfetta di tutti i sei Maiden, ma anche per il grandioso impianto visivo. Tutto sul palco è estremamente curato, tra giochi di luce, fiammate, giochi pirotecnici e pupazzoni giganteschi che animano le canzoni. Uno spettacolo che si vede raramente in un concerto e che, probabilmente, solo la band heavy metal più importante del mondo può permettersi. Dopo il primo brano, l’assolo di batteria di Nicko McBrain, 66 anni, introduce “Where Eagles Dare”, primo estratto dall’album dell’83 “Piece of Mind”. Una vera chicca che viene raramente proposta live, graziata da un bellissimo assolo di Murray. Il brano seguente è un altro grandissimo classico che viene cantato a squarciagola da tutto il pubblico, “Two Minutes to Midnight”, dall’album “Powerslave” del 1984. Terminato anche questo pezzo, il vocalist prende finalmente la parola e, tra le ovazioni del pubblico, saluta calorosamente i 20mila spettatori. È l’unico momento in cui si dialoga con il pubblico, concedendo qualche momento di riposo ai musicisti. Da quel momento, zero distrazioni, sarà la musica a dire tutto. Anche la canzone successiva è abbastanza rara da ascoltare in concerto. Si tratta di “The Clansman” dall’album “Virtual XI” del 1998, in realtà uno dei meno apprezzati del gruppo. Ma questo tour vuole essere una celebrazione a tutto tondo dei Maiden e allora trovano spazio brani che ripercorrono tutta la carriera della Vergine di Ferro, anche provenienti dai loro album meno amati. Il coro che urla a squarciagola il ritornello dimostra che, sì, forse avevano ragione loro. Dopo i 9 minuti abbondanti del pezzo, ecco che parte uno dei riff più famosi del metal tutto e il pubblico si scatena, alzando un polverone enorme. È il momento di “The Trooper”, uno degli inni classici dei Maiden, anche questa cantata in coro da tutto il pubblico. Bruce sul palco saluta Milano sventolando una gigantesca bandiera italiana. Durante la canzone, sul palco fa la sua comparsa Eddie, il mostro-zombie mascotte della band. Si tratta di un robot alto quasi tre metri pilotato a bordo palco da un membro dello staff che ingaggia una feroce battaglia a colpi di sciabola con il cantante, mentre il bassista e leader del gruppo, Steve Harris, dirige l’epica cavalcata. Dopo questo intenso momento, è tempo di un cambio palco. La trincea, scenario dei pezzi più battaglieri, si trasforma in un’immensa cattedrale, le cui vetrate riproducono le iconiche copertine dei dischi degli eighties, tra candelabri e bracieri. È il tempio in cui viene celebrato il gruppo. Il brano successivo si sposa benissimo, tra l’altro, alla rinnovata scenografia. “Revelations”, targato 1983 e ispirato al libro dell’Apocalisse, ammalia con i suoi passaggi trascinanti, sempre ad opera del duo Murray-Smith. Si passa rapidamente a quello che, forse, è l’unico passo falso del concerto: “For the Greater Good of God”  dall’album “A Matter of Life and Death” del 2005. Si tratta del brano più recente proposto questa sera e forse l’eccessiva lunghezza – quasi 10 minuti – stanca un po’ il pubblico. A far ritrovare ai presenti l’entusiasmo ci pensa però la successiva “The Wicker Man”, un altro brano “recente”, dall’album del 2000 “Brave New World”, con il suo ritornello che fa saltare e ballare tutto l’ippodromo. Anche il pezzo successivo, l’epica “Sign of the Cross”, conquista tutti, a partire dall’intro lenta e inquietante, fino ad arrivare al ritornello veloce e galoppante, in cui un incappucciato Bruce Dickinson gira sul palco trascinando una grande croce luminosa, 11 minuti che tutti i presenti si ricorderanno a lungo, dato che questo pezzo non veniva proposto da 18 anni. I brani restanti sono tutti veri e propri classici che il pubblico accoglie con boati e cantando in coro ogni singolo verso: “Flight of Icarus”, accompagnata da un gigantesco Icaro che prende il volo sopra il palco, mentre Bruce brandisce un lanciafiamme; “Fear of the Dark” di cui il pubblico “canta” anche le linee di chitarra; “The Number of the Beast”, dall’album omonimo del 1982, tra fiammate e bracieri ardenti; chiude l’inno “Iron Maiden”, del 1980, con un Eddie gigante in versione demone che spunta minaccioso da dietro le quinte oscurando l’intero palco. Ma non è finita qui, perché segue l’immancabile bis, con altri tre “classiconi” eseguiti magistralmente dai sei. Parliamo di “The Evil that Men Do”, unico estratto, purtroppo, da “Seventh Son of a Seventh Son” del 1988. Seguono la malinconica e suggestiva “Hallowed Be Thy Name” e la galoppata finale “Run to the Hills”, entrambe estratte dal disco “The Number of the Beast”, al termine del quale i sei signori inglesi salutano rapidamente il pubblico e lasciano il palco, dopo il consueto lancio di plettri, polsini e bacchette. Dopo un’ora e cinquanta circa, il tempio degli Iron Maiden torna infine silenzioso. È difficile spiegare a chi non era presente cosa ha rappresentato questo concerto. Un aggettivo per descriverlo potrebbe essere “corale”. Un grandissimo componimento in cui ogni singola parte ha contribuito a rendere l’intera serata un evento unico. La prova superlativa dei musicisti, e in particolare di Bruce Dickinson, vero mattatore della serata; le splendide scenografie che donavano ad ogni canzone un’atmosfera unica; il pubblico partecipe come non mai che cantava e accompagnava i propri beniamini sul palco in ogni istante, urlando, battendo le mani e rispondendo ai continui “Scream for me, Milano” di Bruce. Una vera e propria festa metallica a cui hanno partecipato persone di tutte le età. Famiglie con bambini al seguito, giovani adolescenti, adulti, e naturalmente metalhead più navigati (tra il pubblico giravano molte t-shirt provenienti direttamente dai tour degli anni ’80!). Un caleidoscopio di volti e persone, unite e accomunate da una grande, trascinante passione per la musica. Un heavy metal che aiuta a unire generazioni e annullare differenze culturali, spingendo 20mila persone a cantare insieme, sorridere e divertirsi.