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Robbie Williams, ilive a Verona: il racconto di Party like Italians

É partito dall’Etihad Stadium di Manchester il tour internazionale di Robbie Williams, tour che oggi fa tappa a Verona, al Bentegodi. Stadio gremito con oltre 45 000 spettatori in attesa del grande performer. L’ultimo album pone l’accento su quella che è la caratteristica che ha portato al successo il cantante britannico, l’entertainment.

Robbie Williams a Verona

Robbie Williams a Verona

di Irene Venturi

Considerato tra i migliori performer del mondo, Robbie non ci fa aspettare, e come immaginavamo nemmeno il suo ego, sempre dichiaratamente enorme. Live che apre il sipario con uno pseudo audience karaoke sulle note di Land of Hope and Glory. God bless our Robbie, he’s the king of song, he can swing like a bastard and can rock all night long.. he’s global except in US of A.. he’s so well hung, autoproclamazione a caratteri cubitali che perdoniamo e appoggiamo in pieno. Non per niente nel 2016 è stato nominato BRITs Icon, riconoscimento toccato precedentemente solo a Elton John e David Bowie. La scenografia riprende la copertina dell’ultimo album The heavy entertainment Show, disco che lo ha reso l’artista britannico di maggiore successo di tutti i tempi. Robbie Fucking Williams si presenta al pubblico con l’accappatoio da boxe per poi scoprire un kilt. Lo stadio lo abbraccia con un calorosissimo boato e il parterre lo avrebbe fatto volentieri fisicamente. Ci lasciamo intrattenere senza se e senza ma dall’inarrestabile showman con Let me entertain you. Mentre ci lasciamo trasportare dai suoni rock di Monsoon, senza capire come, le mani cominciano ad alzarsi, poi sulle spalle e poi ondeggiano. Come si è arrivati a
WMCA? L’ex Take That riporta all’ordine i musicisti con un accettabile no, grazie mille.

Party like a Russian diventa Party like Italians, raccontando l’edonismo come una grande festa. Canzone ispirata dalla danza dei Cavalieri tratto da Romeo e Giulietta, perfettamente in tema con la cornice veronese. Da buoni italiani ci autoinvitiamo alla festa. Le fiamme che spiccano nel cielo ed escono dal Bentegodi scaldando anche le più lontane gradinate. É un show scintillante ed esagerato che trova il suo fulcro negli effetti speciali e nello slogan your asses are mine tonight. Intermezzo blues-swing con il tributo al grande Cab Calloway, dialogo con il pubblico che si diverte a rispondere hidehidehidehi, seguito dal tributo a George Michael a cui Robbie dichiara grande amore. Dagli effetti speciali alle macchine scenografiche. I love my life, dedicata a tutti i figli, viene cantata a bordo di un guanto da boxe, piattaforma che gli permette di sorvolare parte del pubblico. C’è molta interazione ma soprattutto voglia di fare festa con la gente più che per la gente. Fuochi d’artificio, fiamme e coriandoli animano la scena, ma niente potrà garantire la carica necessaria come Robbie. Alle 22 già metà scaletta è stata lasciata alle spalle, i ritmi sono veloci e le chiacchiere poche e sintetiche. Comincia la sfida al pubblico. L’hitmaker ci mette tutti alla prova accennando gli inizi di Livin’ on a prayer/ Take on me/ Rehab/ Simply the best/ Kiss/ Can’t touch this/ Don’t you want me/ Stayin’Alive/ She’s the one/ Hotstepper/ Candy/ you’e the one/That I want/ Back for good/ Come undone, prova che superiamo con massimi voti (Per i lapsus sulle sue canzoni veniamo tranquillizzati dal cantante britannico che ci confida di non sapere nemmeno lui tutti i testi delle sue canzoni). Come già fatto in altre tappe di questo tour una ragazza viene pescata dal pubblico ma invece del bacio le aspetta l’interpretazione di Nicole Kidman, peccato che per farlo sia necessario farle indossare una maschera da marionetta parlante più inquietante che credibile. Se prima tutte le donne invidiavano Simona, ora forse sono
contente che sia salita lei sul palco. Solidarietà femminile?

Robbie Williams Romeo per una notte

Robbie Williams Romeo per una notte

Tra Fuck you all a grandi lettere sul maxi schermo e altri slogan, dopo molto rock ed eccitazione Robbie lascia spazio ad un contesto familiare, letteralmente. Il padre si appropria del palco e canta Sweet Caroline su un divano di quelli che non si vedono dagli anni 60/70 nei salotti di casa. E’ un ritorno al passato che ci fa sentire parte di una grande e affettuosa famiglia. Molte canzoni vengono cantate da seduto per colpa di un forte mal di schiena che impedisce a Robbie di muoversi come ai tempi d’oro, è comunque magia. Si chiude con Angel, prima a cappella e poi in versione live, raggiungendo il massimo dell’emozione della serata. Emozione segnata anche dalla commozione di Robbie che sembra non abituarsi mai. Lo capiamo benissimo. Da un lato, da buoni italiani, non vedevamo l’ora, dall’altro, sempre da buoni italiani, speravamo di poterlo fare si, ma in altri contesti, fatto sta che Williams, divertito, intona il famoso popopopo che tanto lo aveva stupito in una data a San Siro nel 2006 e che ora ripropone in ogni data italiana. Lo stadio si sveglia ed è 2006. Sono fuochi d’artificio e lacrime, fiamme e coriandoli, rock e pop-soul-swing, sono cuori e cuori, siano essi dei 2 mila spettatori stranieri provenienti da Olanda Svizzera, Gran Bretagna, Germania o siano dell’intera Italia riunitasi a Verona in questo 14 Luglio. Stasera niente paure o confini, solo buona musica e un ottimo spettacolo da ricordare. Le altre date sono al Lucca Summer festival il 15 Luglio e a Barolo il 17 Luglio.

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Il bello di avere qualcosa da dire: Nicole Stella ha “Something to Say”

Nicole Stella è una cantautrice indipendente originaria del Lago Maggiore. Ha pubblicato due album, New day e Something to say. Si racconta su Note Spillate.

Nicole Stella (foto (Headliner)

Nicole Stella (foto (Headliner)

di Nicole Stella

Canto e suono chitarra e pianoforte da quando sono ragazzina. Ho studiato lirica al Conservatorio di Novara durante gli anni del liceo, poi canto jazz mentre frequentavo l’università a Pavia e ora, da circa due anni a questa parte, mi sto dedicando a tempo pieno al mio personale progetto musicale. Fin da piccola ascolto molta musica americana e, in particolare, il folk. I miei idoli includono Bob Dylan, Neil Young, Suzanne Vega e, soprattutto, Joni Mitchell. Questo amore per la musica d’oltreoceano (e la mia esterofilia congenita) mi hanno spinto a scegliere l’inglese per i testi delle mie canzoni. Ho vissuto per circa tre anni nel Regno Unito, a Londra, dove ho iniziato ad esibirmi in maniera regolare e dove l’idea di potermi dedicare interamente alla musica si è fatta lentamente strada nella mia testa. Nel 2014, quasi per gioco, ho deciso di riscuotere il regalo di laurea che mi aveva fatto il padre del mio ragazzo: un buono per una giornata in studio di registrazione. Dopo quella giornata ho capito che non avrei voluto fare molto altro nella vita, se non scrivere canzoni e registrarle. Nell’agosto 2015, in seguito ad altre giornate simili e infiniti viaggi tra Londra e il paesino in provincia di Varese dove lo studio è collocato, è nato New Day, il mio primo progetto discografico. Pochi mesi dopo ho deciso di concretizzare il titolo dell’album e lasciar davvero spazio a un nuovo giorno, rientrando in Italia e iniziando a svolgere l’attività di musicista a tempo pieno. Con New Day, un album interamente acustico e molto fedele alla tradizione folk americana di cui sono appassionata, sono riuscita a trovare una piccolissima nicchia di sostenitori, tra cui qualche speaker radiofonico inglese e americano.

Nel 2016, invece, mi sono concentrata soprattutto sulle serate dal vivo, esibendomi in diversi contesti e in diverse zone d’Italia. Tra i vari eventi a cui ho partecipato, il Buscadero Day è stato forse il più emozionante perché, nello stesso giorno, si è esibita anche Suzanne Vega. Nello stesso anno mi sono dedicata anche alla scrittura dello spettacolo “Both Sides: Conversazioni con Joni Mitchell”, un ibrido tra musica, letteratura e teatro, sulla figura della mia cantautrice preferita. Lo spettacolo è stato patrocinato dalla casa editrice romana SUR ed è stato presentato anche al festival milanese JazzMI. In questa prima parte del 2017 mi sono dedicata, invece, alla pubblicazione di un nuovo album, Something To Say, e al tour che ho organizzato per la sua presentazione. Something To Say, a differenza del mio primo album, vede la partecipazione di altri musicisti: Claudio Benvenuto (chitarra elettrica), Giorgio Campera (basso) e Davide Lepido (batterista e tecnico del suono). In esso, infatti, sperimento più generi diversi: i confini del folk si allargano per lasciare spazio al blues (specialmente in Plastic) e al rock (Something To Say, A Letter). Something To Say mi ha dato l’opportunità di riflettere in maniera più approfondita sulla tematica delle mie canzoni e del messaggio che mi sta a cuore esprimere. Tutte le canzoni dell’album, infatti, trattano il tema della libertà sotto vari punti di vista.

La traccia d’apertura, Wild Flower, tratta il tema della ricerca della propria identità nella fase di crescita. È molto autobiografica perché la protagonista della canzone è un’artista alla ricerca della propria strada e della propria libertà. Il riferimento più chiaro dell’album è forse quello a Harry Houdini, nella canzone a lui dedicata. In essa, l’escapologia è una metafora della ricerca della libertà, in particolare dai nostri condizionamenti interni. La canzone che dà il titolo all’album, Something To Say, invece, è stata spesso fraintesa. Qualcuno ha pensato che io volessi affermare qualcosa, ma in realtà la canzone è un elogio del silenzio in tempi in cui, come avviene sui social network ad esempio, chiunque può giudicare gli altri. Ho pensato che la libertà, qualche volta, coincide con l’astenersi dall’esprimere un’opinione (specie se non richiesta o se espressa in maniera aggressiva). Tra le altre canzoni più ‘degne di nota’, vi è forse A Letter, ispirata al racconto di Salinger Franny& Zooey, e Plastic, una sorta di critica alla nostra idea di successo basata sul denaro e il possesso. Il tour di Something To Say, che ho organizzato contattando in prima persona vari locali ed enti in Italia e all’estero, mi ha portato in diverse città (Milano, Bologna, Biella, Pavia,…) e negli Stati Uniti (Montauk Music Festival e diversi locali storici a New York City, tra cui Pianos e The Bitter End). A settembre, invece, presenterò l’album in Olanda. La mia decisione di lavorare in completa autonomia, cercando di instaurare un rapporto personale con le persone che apprezzano la mia musica, promoter di festival e locali, speaker radiofonici e giornalisti musicali, si spiega forse con il mio desiderio di tradurre in realtà la ricerca di cui parlo in Something To Say. Vorrei riuscire a mantenere la libertà di parlare delle cose che mi appassionano per arricchire, nel mio piccolo, la vita delle persone. Credo che dietro ogni progetto musicale debba esserci un’idea, che però va sviluppata e ricercata nel tempo, esattamente come la propria libertà personale. Non credo ci sia un modo per “arrivare” o “avere successo”, se non proseguire in questa ricerca e tentare di offrire un punto di vista personale e sincero sulla vita e il mondo.

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C’era una volta l’autoradio: sulle ali della nostalgia con Andrea Dotti

La passione per i motori è una costante della sua vita. Andrea Dotti, dirigente d’azienda ma soprattutto amico, racconta quando la musica era davvero la compagna di un viaggio. Ascolti attenti e pensati, calibrati, ragionati e soprattutto condivisi. E per far sì che il tutto diventasse realtà, serviva un oggetto prezioso che si chiama(va) autoradio. Il suo racconto.

Il mestiere della Vita di Tiziano Ferro

Il mestiere della Vita di Tiziano Ferro: nel cofanetto, oltre a cd, vinile e foto c’è la musicassetta

di Andrea Dotti

Ancora mi ricordo di un viaggio in Olanda nei primi anni ’80, con le macchine che di notte dormivano – per strada – ciascuna con la sua bella autoradio in vista sul cruscotto. Qui da noi c’erano invece gli apparecchi “con slitta estraibile”. Soluzione che mi faceva venire l’orticaria, per più di un motivo. Cominciando dal borsello per il trasporto… ce l’aveva lo splendido Furio (di Verdoniana memoria), e ho detto tutto. L’autoradio nell’apposita custodia era a dir poco inguardabile, così come le persone che la utilizzavano. Poi c’era la scomodità della rimozione dall’alloggiamento: tranne le “Autovox” (che avevano la scocca esterna cromata, quindi scorrevole) le altre si opponevano tutte strenuamente all’estrazione dalla slitta, lasciandoti in mano la cornice e altri pezzi vari. Poi c’erano i contatti tra la radio ed il suo alloggiamento fisso; che ovviamente cominciavano ad ossidarsi subito dopo l’installazione. Quindi una volta non funzionava la cassa destra, una volta la sinistra; talvolta entrambe. Quindi – prendendomi qualche rischio – avevo preferito montare la radio in posizione fissa e nascosta nel cassetto porta-oggetti, celando le casse acustiche sotto la moquette del piano copri-bagagli (opportunamente irrobustito allo scopo) e riducendo l’antenna ad un filo annegato alla base del parabrezza. Dovevo ricordarmi di spegnere la radio e chiudere il cassetto prima dell’arrivo: ma l’essere affrancato dall’uso borsello non aveva prezzo. Comunque: estraibile o fissa, l’autoradio era un oggetto agognato ed assai prezioso (nel vero senso della parola). La si sceglieva nei negozi specializzati, si valutava l’illuminazione del quadrante e si apprezzava la morbida risposta di tasti e potenziometri, segno di qualità costruttiva. A metà anni ’80 già compravamo le prime radio con sintonia e memorizzazione digitale delle stazioni, che mandavano in pensione quelle dotate della primitiva “memoria meccanica” della sintonia (brutale ed imprecisa nella selezione dei canali preferiti). A metà anni 90 il frontalino aveva a sua volta spedito in soffitta la slitta estraibile. Il Dolby c’era ma non lo si usava mai perché tagliava le frequenze più alte, riducendo il suono ad un borbottio di fondo insopportabile. Il fader, proprio non capivamo a cosa servisse: poche erano le automobili con quattro altoparlanti, e va detto che portare i cavi nelle porte posteriori di un’auto non predisposta era impegnativo quanto costruire un elettrodotto. C’era l’autoreverse, e questo si che faceva comodo (quando non tritava i nastri a fine corsa, evento non improbabile nei modelli di fascia bassa). C’erano anche tanti altri tasti più piccoli, dei quali si sapeva ben poco; ma averne molti faceva comunque scena e dava prestigio al guidatore. Quello per il “loudness” era l’unico apprezzato: aumentava la pressione acustica ed impressionava gli ospiti.

Comunque, l’autoradio serviva – in buona sostanza – a coprire i tanti rumori presenti nell’abitacolo. Doveva sostituirsi a loro. Per questo – da sola – non bastava: quasi sempre era aiutata da un amplificatore, che – in casi estremi – veniva addirittura collocato sotto uno dei sedili anteriori (e da qui venivano le raccomandazioni ai passeggeri dei sedili posteriori, affinché trattenessero i piedi in posizione educata e raccolta). “Si mandava su il motore” per fare un modesto sorpasso o per mantenere una media appena dignitosa in autostrada, e la radio doveva celarne il rumore. La musica aveva anche da combattere con i fragorosi vortici d’aria, che invadevano l’abitacolo da quel “dito di finestrino” lasciato aperto per non oltrepassare i 40° di temperatura (il condizionatore verrà, ma solo negli anni ’90). Era bello pensare che, dietro il ritmo serrato di un brano rock, l’onesto quattro cilindri da famiglia urlava – soffocato dalle note dell’autoradio – per farci viaggiare prossimi ai 130 all’ora, sperando in una sosta per tirare il fiato e rinfrescarsi. Ed eccoci giunti all’autogrill: una mano esperta sapeva come abbassare progressivamente il volume dell’autoradio (lungo la rampa di decelerazione) accordandolo al diminuito lamento del motore. Che maestria….

La scelta delle musiche era in funzione del viaggio ma soprattutto del percorso. Così, rock e pop a gogò; ma bando alla musica classica e d’ambiente (a meno di non guidare una blasonata e silenziosa auto tedesca). Si preparavano le “musicassette” con cura, a casa, usando la piastra di registrazione e cartucce al cromo di buona qualità. Si facevano compilation vere, che non erano solo una mera lista di titoli: partendo dai dischi in vinile, per incidere una vera “cassetta da 90” occorreva pazientemente trascorrere almeno due ore di fronte all’impianto hi-fi, mettendo in pausa il registratore – senza mai distrarsi – ad ogni cambio di traccia. Il raggruppamento dei brani era già mirato al tipo di utilizzo che se ne sarebbe fatto in automobile: si preparavano nastri adrenalinici per i lunghi tratti autostradali, soft pop per le morbide statali lungolago, “trendy mix” per le frizzanti serate in città a caccia di nuove avventure. C’era una musicassetta per ogni percorso, e non era difficile ritrovare quella giusta, nel cassettino portaoggetti , riconoscendo al tatto la finitura dell’astuccio; alle ragazze meritevoli  se ne regalava sempre una alla fine della serata, con tanto di dedica a penna sul cartoncino bianco ben ripiegato nella sua custodia. Erano oggetti fisici, che rimanevano tra le mani, o in borsetta – così come le foto 10×15 tanto attese dal laboratorio di stampa. Adesso tutto è cambiato. Il mio abitacolo super-silenzioso non ha bisogno d’essere irrigato con una pioggia di musica per offuscare il morbido suono del motore. Che ormai si fa fatica a sentirlo, anche viaggiando a una certa velocità. L’impianto è potente ma non serve, bisogna sempre tenerlo al minimo. Ho una serie di porte d’ingresso per schede di memoria capienti e veloci, che credo non utilizzerò mai. I miei figli utilizzano cuffie che li isolano dalla mia musica; mia moglie dorme oppure guarda – annoiata – le notizie sul suo telefonino, cullata dal silenzio assordante dell’abitacolo. Io resto solo, con la digital radio che si sente benissimo, ma che nelle gallerie sparisce. Lì resta ad aspettarmi solo Isoradio, con quella casalinga di Asti che saluta e dice di ascoltarla tutti i giorni, a tutte le ore, mentre stira (è sola, è matta, è aggiornata sulle code, ma non ha la patente). Così io mi rassegno ad essere informato di un tamponamento sulla A3 mentre attraverso, pensoso, l’Appennino Ligure. Il motore è praticamente assente. La mia autoradio è perfetta, interconnessa, cambia frequenza autonomamente, equalizza il suo suono in base alla velocità, ai rumori di fondo, alla pioggia, al traffico. Ha comandi sensibili, ergonomici ed intelligenti, ma quasi non la ascolto più. Per piacere ridatemi il mio Pioneer con “l’ampli”, l’autoreverse e le mie musicassette al cromo…ma soprattutto, ridatemi i miei vent’anni.