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U2, Innocence + Experience Tour al Forum di Assago: il racconto

Seconda data italiana per il mastodontico Experience + Innocence Tour e secondo sold-out per il Mediolanum Forum, gremito di spettatori di ogni età. Un gruppo che, dopo oltre 40 anni dalla loro formazione, ha ancora molto da dire e da raccontare al suo pubblico. Sono gli irlandesi U2 i protagonisti della serata.

U2 a Milano

U2 a Milano

di Federico Moia

Il gruppo – uno dei più importanti della storia del rock – regala al capoluogo meneghino una grandissima esibizione in cui la musica è importantissima, ma è solo parte di uno spettacolo più grande e complesso. Grandi canzoni, come si diceva, quattro musicisti in formissima, un impatto visivo grandioso e intelligente nella sua semplicità e, soprattutto, un messaggio universale di fraternità, amore, generosità e unione di cui gli irlandesi sono i portabandiera da moltissimi anni, come ben sa chi segue il gruppo. Con grande gioia di tutti i fan, la seconda data milanese non è stata una mera replica della serata precedente, ma ha saputo regalare a tutti i presenti alcune chicche esclusive, che la faranno ricordare a lungo.

Una lunga intro, sulle note di Love is All We Have Left e di Zooropa, in cui vengono proiettate sul megaschermo – che sarà l’elemento fondamentale della scenografia – immagini di alcune città europee distrutte all’indomani della Seconda Guerra mondiale. L’idea di Europa unita, perno di tutto lo show, viene subito messa in chiaro. Dopo questo potente filmato iniziale, ecco il primo pezzo su cui, finalmente, si
presentano i quattro musicisti, tra le ovazioni del pubblico. Si tratta di The Blackout, uno dei brani dell’ultimo album Songs of Experience – seguito ideale del precedente Songs of Innocence del 2014. Il palco, anzi i palchi, sono enormi e gli U2 giocano con la scenografia, facendola diventare parte integrante dello show. Due palchi, uno appunto gigantesco, l’altro più intimo, collegati da una lunga passerella-
megaschermo in cui i quattro entrano letteralmente durante l’esecuzione di Stay (Faraway, so Close), sovrastati dalle immagini, dalle luci e dai colori che vengono proiettati da tutte le parti, trasformando l’arena in un arcobaleno popolato di volti felici e sorridenti. Più di 10.000 persone che saltano, ballano e cantano incessantemente per tutte le due ore dello show, dirette magistralmente dall’istrionico Bono, al
secolo Paul David Hewson, che sarà il vero mattatore della serata, togliendo, forse, un po’ di visibilità ai compagni di una vita, almeno agli occhi del grande pubblico. I più appassionati, certamente, hanno riconosciuto come le performance del chitarrista The Edge, del bassista Adam Clayton e del batterista Larry Mullen Jr. siano state a dir poco fenomenali.

Dopo i primi brani, un filmato animato ci proietta nella seconda parte dello show, quella più intima e raccolta, che non a caso si svolge sul palco minore. Il poco spazio costringe i musicisti a unirsi, farsi vicini. È la metafora della storia della band, che dopo lo strepitoso successo dei primi dischi si trova quasi sepolta, oppressa dalla gloria e dalla fama. È la metafora che dà il nome al tour. L’innocenza di una band viene messa a dura prova dall’attrattiva sensualità dei riflettori. È un lungo cammino, anche interiore, attraverso il quale si viene tentati continuamente dalla fama. Bono, veste i panni del diavolo tentatore Macphisto, prima di lanciarsi nell’acclamatissima Elevation, seguita a ruota da altri due dei brani più amati del gruppo Vertigo e Even Better Than the Real Thing, rispettivamente dagli album How to Dismantle an Atomic Bomb del 2002 e dal famigerato Achtung Baby, probabilmente l’album più famoso della band, targato 1990. Insomma, un lungo percorso attraverso l’intera discografia della band. Un percorso in cui, come ricorda Bono, l’esperienza si trasforma in saggezza. Proprio in questa seconda parte le prime stoccate del gruppo, da sempre attivo nelle battaglie sociali, alla delicatissima e complessa situazione politica e sociale di odio e discriminazione che incombe sull’Europa e in cui anche l’Italia è tra i Paesi più coinvolti. Bono – sempre nei panni di Macphisto – allude in modo esplicito alle recentissime uscite del governo in tema di politica interna, come la proposta di costringere alla chiusura entro le 21 i “negozi etnici”. Forse il paragone con Mussolini è un po’ scontato, ma fa ben capire quale sia la posizione politica del gruppo irlandese, che ricordano al pubblico italiano come “la grande città europea Milano” si meriti ben più dei politici attuali. L’unione, la fratellanza, la generosità e l’accoglienza saranno quindi il leit-motiv di tutta la seconda parte del concerto, che si snoda con equilibrio tra gli inediti del disco, tra cui Get out of your Own Way e Summer of Love e i brani storici che tutti i fan attendevano come Pride (In the Name of Love) e New Year’s Day. Sui maxi schermi vengono proiettati filmati drammatici a cui i notiziari degli ultimi mesi ci stanno tristemente abituando. Gommoni in mare, migranti che fuggono da città bombardate e distrutte dalla guerra, scene di povertà e miseria. Dall’altra parte della barricata, cortei anti-immigrazione e raduni di naziskin. Una realtà che affligge allo stesso modo tutta l’Europa, in bilico tra la difficile gestione del fenomeno migratorio e l’incombente avanzare dei sovranismi. Ma le immagini di dolore e sofferenza si trasformano presto in un messaggio di speranza. Volti sorridenti, abbracci generosi e una vera intesa tra esseri umani a suggellare quei valori di cui gli U2 si fanno da sempre alfieri. L’ultimo brano City of Blinding Lights, introdotto dall’Inno alla Gioia di Beethoven e sulle note del quale viene issata una gigantesca bandiera dell’Unione Europea ci ricordano quali sono i valori sui quali è stata costruita la civiltà del nostro continente.

L’encore ci regala altri quattro brani, tra cui la primissima live di Landlady, dal nuovo album, un inno alle donne di tutto il mondo e alla parità tra i sessi, e alla famosissima One, sempre da Achtung Baby, insieme all’ultimo Songs of Experience l’album più rappresentato. Mentre sfumano i colori e la musica non mancano ringraziamenti e parole di stima per Milano e per l’Italia intera da parte di Bono e compagni, al termine di un concerto che va al di là del mero intrattenimento musicale. Un’esperienza che prima di tutto vuole far riflettere e che vuole trasmettere le idee del gruppo su tanti temi di attualità. Missione raggiunta, vedendo l’entusiasmo del pubblico e la pioggia di applausi quando alla fine il gruppo scende dal palco.

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Alcest un concerto tra sperimentazione e misticismo: la recensione

Il Santeria Social Club è la location adatta per concerti di nicchia, in un’atmosfera intima e in cui è possibile entrare in contatto direttamente con gli artisti, stringendo nuove amicizie e condividendo la passione per la musica con altri fan.

Alcest

Alcest

di Federico Moia

La serata del 28 settembre ce lo conferma nuovamente, con il concerto dei francesi Alcest. Attivi da quasi 20 anni, il gruppo capitanato da Neige (al secolo Stephane Paut) ha saputo conquistare una fanbase fedele e appassionata, grazie a un sound che spazia attraverso vari generi, dal post-rock allo shoegaze. Lo dimostra il fatto che il Santeria è gremito, con il pubblico che riempie ogni angolo della sala. Tantissimi metalhead, ma anche tanti giovanissimi appassionati di musica alternativa e sperimentale (quasi “hipster”, diciamo), compongono una platea attenta ed eterogena. Prima degli headliner, la sorpresa dei Vampillia. La band giapponese, o come si definiscono loro brutal orchestra, si presenta puntuale sul palco del Santeria alle 20, anche se in forma ridotta. Dei 13 membri del loro ensemble, solo sette musicisti si esibiscono stasera. La particolarità del gruppo è di unire la furia e l’aggressività tipica del black metal con l’armonia e la dolcezza portata dalle tastiere di Yamamoto-san e dal violino di Rei Miyamoto. Il risultato è un continuo alternarsi tra passaggi aggressivi, velocissimi, e melodie sognanti. I suoni sono nitidi e, nonostante il caos musicale prodotto dal gruppo, ogni nota, ogni strumento è
distinguibile. Vero fulcro dell’esibizione è il corpulento vocalist Possession Mongoloid (così si fa chiamare) che sperimenta e gioca con la voce, producendo effetti sonori “impossibili” e avvolgenti. Il pubblico è partecipe e viene trascinato dai musicisti che scendono di tanto in tanto dal palco per motivare la platea e coinvolgerla in bizzarre coreografie. Un piccolo problema alle chitarre che impone uno stop di una decina di minuti, non inficia la bellezza di un’esibizione perfetta. La follia sperimentale dei Vampillia è promossa a pieni voti. Pochi minuti di cambio palco ed è finalmente la volta degli headliner.

Gli Alcest vengono accolti da un boato, segno di quanto la band sia apprezzata. A Neige, in particolare, è tributato un lungo applauso non
appena si piazza al centro dello stage, posizione che non abbandonerà mai durante l’ora e venti di show. L’occasione è di quelle speciali: verrà infatti eseguito per intero l’ultimo album del gruppo, l’apprezzatissimo Kodama, che segna il ritorno alle sonorità più tipicamente metal, dopo alcune sperimentazioni in altri generi. Si parte subito con la title track Kodama, seguita a ruota dalla lunga Eclosion. Riff ipnotici, ritmi lenti e cadenzati, linee di chitarra uniformi e monolitici trasportano subito il pubblico nella dimensione onirica degli Alcest, dipinta dalle melodie malinconiche del mastermind Neige, che sembra provengano da un’altra dimensione, come ricorda il titolo della successiva Je suis d’ailleurs (io sono dell’altrove), in cui il muro sonoro composto dai distortissimi assoli di Neige e dal blast beat di Winterhalter (l’unico altro membro della band, gli altri sono turnisti) diventa ancora più pesante e opprimente. L’atmosfera è aliena, evocativa, distante, introspettiva. Gli Alcest sono un gruppo da ascoltare in silenzio. Non si presta a cori da stadio o a platee scatenate. Appaiono distanti e silenziosi e anche l’interazione col pubblico è minima, ridotta a sporadici ringraziamenti e timidi saluti di Neige, che appare quasi a disagio davanti a fan così calorosi. È una costante del genere (o uno dei generi) proposto dagli Alcest: lo shoegaze, in cui i musicisti impegnati in lunghissimi brani pachidermici raramente interagiscono con il pubblico, concentrati solo sulla musica. E gli spettatori rispettano questo velo che li separa dagli artisti, mentre loro appaiono ancora più distanti e impercettibili coperti dal fumo e immersi nelle luci fredde. Dopo una quarantina di minuti, la riproposizione di Kodama finisce e la band offre un’altra manciata di brani provenienti da tutta la loro discografia, come Souvenirs d’un autre monde, dall’album omonimo del 2007, o Là où naissent les couleurs nouvelles, da Les Voyages de l’Ame del 2012, tutti suonati con il solito serafico distacco. Il bis è riservato alla sola monolitica Délivrance, 10 lunghissimi minuti lontani dai paradigmi metal e che si avvicinano a sonorità più mainstream di derivazione Sigur Ros. Ringraziando quasi impacciato, Neige saluta il pubblico e si ritira senza troppe cerimonie nel backstage, seguito dai suoi compagni. Un concerto intenso ed emozionante per tutti coloro che sanno lasciarsi catturare dalle melodie sognanti e impenetrabili degli Alcest. Non un genere facile, ma un’esperienza quasi mistica che tutti gli amanti delle sonorità più sperimentali e alternative dovrebbero provare. Alla prossima!

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An Early Bird debutto con “Of Ghosts & Marvels”: la recensione

Stefano de Stefano, in arte An Early Bird, si propone al mercato discografico da solista dopo dieci anni e 3 album con i Pipers, band indie pop che ha ricevuto attenzioni anche da parte di NME, Rai, XFM, MTV e Virgin Radio. L’album è Of Ghosts & Marvels.

La cover di An Early Bird

La cover di An Early Bird

di Irene Venturi

É un progetto alternative folk intimista quanto raffinato, sentimentale quanto malinconico. Ascoltando l’album vengono appena sfiorate le nostre corde emozionali facendole vibrare più di quanto ci possiamo aspettare. Il timbro è dolce, il cantato appena sussurrato. Tutto rimane nell’aria, guidato dall’arpeggio della chitarra e dall’armonica: “Mi sono laureato e contemporaneamente ho iniziato a suonare, in un primo tempo ho fatto tutti i lavori possibili, dal giornalista freelance al postino. Attaccavo alle 7 del mattino ma non appena finivo mi mettevo a cercare date per andarmene in tour il fine settimana, come fosse una sorta di bisogno fisiologico. la testardaggine e la passione sono sempre andate di pari passo nella mia vita”.

L’album, in uscita il 5 Ottobre e dal titolo Of Ghosts &Marvel, è stato anticipato dal primo singolo, Warnings Signs, lanciato da MTV New Generation. Il secondo singolo è stato At Sunset e il 4 Settembre è stato pubblicato Till Dawn, entrando a far parte della playlist ufficiale di Spotify Italians do it better. Stefano, oltre ad aver scritto testo e musica di tutto l’album, è la voce, la chitarra, l’armonica, il
pianoforte acustico e il dulcimer del questo disco. Of Ghosts & Marvels è stato registrato e mixato a Venezia da Andrea  Liuzza e masterizzato presso i Masterlabs di Dublino da Aidan Foley. Esce il 5 Ottobre per Dead Bes/Riff in formato digitale e in vinile. Il tour toccherà numerosi palchi in Italia e in Europa.

TRACKLIST
To the Trees 5:31
Something Left 3:53
Never Ending Present 3:37
At Sunset 3:18
Warning Sign 4:19
Till Dawn 3:54
Let Me Go 2:59
Compromise 3:34
Your Sewn Mouth Secrets 4:29
Still I Had to Love You 3:49