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Laurie Anderson tra arte, musica, suggestioni e impegno sociale

È una cornice strana quella che stasera fa da cornice allo show di Laurie Anderson, la musicista/artista/attivista che da quasi cinquant’anni sa coniugare musica, arte e impegno sociale. L’esibizione della newyorkese si colloca al termine della prima giornata del Terraforma Festival, festival della musica sperimentale e sostenibile.

Laurie Anderson a Milano

Laurie Anderson a Milano

di Federico Moia

E, in effetti, la Anderson rappresenta il non plus ultra di entrambe queste categorie. Fin dagli anni ’70 il suo estro artistico la porta a giocare, a contorcere a sperimentare con i suoni fino all’inverosimile. Suggestioni sonore si mischiano a frammenti e brani recitati, mentre la luce e i video amplificano la componente sensoriale della sua performance/concerto. È un pubblico eterogeneo quello che assiste alla sua esibizione. Dalle centinaia di giovani campeggiatori che parteciperanno al festival fino a hipster che la additano a guru per questo XXI secolo così ricco di sfide globali e problematiche. Senza scordare tanti “giovani dentro” che probabilmente la conoscono e la seguono dagli esordi, o almeno dagli anni ’80, quando la sua stella ha iniziato a brillare anche nel circuito mainstream. Quasi senza preamboli, verso le 21.30 sale sul palco e attacca senza un saluto né un’introduzione con le sue visioni audiovisive. Il suo violino sciorina cacofonie, suoni distorti, acuti infernali, alternati a passaggi dolci e armoniosi tra cui il pubblico si perde. Ad accompagnarla un solo altro musicista al contrabbasso, che pur in posizione centrale sul palco, catalizzerà su di sé ben pochi sguardi. La Anderson propone un’esperienza più che uno show, in cui chiede spesso al pubblico di interagire, come parte fondante e indispensabile del tutto. Urla, risate, battiti di mani, tutto contribuisce a creare l’opera d’arte.

I suoni e le melodie sono improvvisati al 100% e cercano di accompagnare il mood dei vari brani che la Lauren recita cercando di raccontare il suo mondo. Addirittura – si vanta – non ha mai ripetuto due volte la stessa sequenza di note. Le sue parole rievocano tempi in cui il mondo era sano e forte, e in cui gli animali non si erano ancora estinti. Scandaglia le profondità dell’animo umano e si interroga dell’origine della nostra esistenza e della nostra memoria. Chiede di gridare, di alzare un vero e proprio inferno con le urla di rabbia che scaturiscono dal cuore dei presenti, così come fece Yoko Ono quando apprese dell’elezione di Trump, presidente che verrà più e più volte attaccato durante lo show. Ma anche risate e momenti più spensierati come quando improvvisa su una base musicale del noto cantante soul James Brown. Insomma, al termine dell’esibizione ci si rende conto di aver partecipato – e non solo assistito – a una vera e propria opera d’arte. La cosa più speciale è che anche chi non si trovava davanti al palco ha potuto essere parte di questa cornice musicale, grazie ai suoni potenti e puliti che si diffondevano in tutto il parco di Villa Arconati di Bollate, hinterland milanese– la venue per i tre giorni di festival – arricchita da luci, laser e installazioni artistiche di vario tipo, rendendo la performance un evento nell’evento e l’evento dell’evento. Difficile descrivere diversamente i giochi e le suggestioni che una delle più grandi artiste americani dell’ultimo mezzo secolo offre al pubblico. Un inizio migliore per il Festival Terraforma non si poteva proprio desiderare.

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King Crimson, la loro festa dei 50 anni passa dall’Italia

È difficile parlare di un concerto come quello che si è tenuto ieri sera all’Arena di Verona. La band in questione? Talmente importante e seminale nella storia della musica che è al di sopra di giudizi o critiche. Le canzoni? Semplicemente l’abc del prog. I musicisti? Professionisti con decenni di esperienza capaci di sperimentare e improvvisare anche davanti a migliaia di persone. La cornice? Una meraviglia architettonica in cui la semplicità essenziale della scenografia lasciava parlare solamente la musica. Loro sono i King Crimson

King Crimson

King Crimson

di Federico Moia

In più, l’occasione è di quelle importantissime. 50 anni. Tante sono le candeline che spengono quest’anno i King Crimson, una delle band fondamentali del rock progressivo e che ha dettato i canoni e le regole per generazioni e generazioni di musicisti e gruppi dopo di loro. Più che l’anniversario dei King Crimson, è l’anniversario della creatura di Robert Fripp, il geniale chitarrista, il metodico compositore e l’eccellente direttore d’orchestra, vero cardine della band e unico punto fisso in questi cinquant’anni, nonostante alcuni dei suoi attuali gregari vantino decenni di militanza nella band. Il motore, il cuore della macchina però è lui, così schivo e riservato. Alle 21 e qualche minuto, dopo che gli altri musicisti hanno già preso posto sul palco, arriva anche Fripp, fa finta di guardarsi intorno, quasi sorpreso dall’affetto che il pubblico gli sta tributando – con una lunghissima standing ovation prima ancora di iniziare – e si colloca sul suo sgabello, dal quale non si muoverà per tutte le due ore e mezza di concerto.

Il pubblico sta ancora impazzendo quando il rumore degli applausi è coperto dal roboante boato delle batterie. Al plurale, già, visto che quest’ultima formazione della band prevede ben tre batteristi in prima fila, davanti cioè agli altri strumentisti. Esattamente l’opposto di tutte le altre band, ma si sa che i King Crimson osano e stravolgono. Accanto allo storico Pat Mastellotto, il tornado Gavin Harrison e Jeremy Stacey, impegnato anche alle tastiere. È con l’energica Hell Hounds of Krim che si apre la prima parte del concerto, sotto ai pesanti e precisi colpi di rullanti, piatti e grancassa su cui i tre improvvisano e si sfidano all’ultima battuta. Pochi minuti di furia per poi lasciare spazio a una delle canzoni più note del combo britannico, Picture of a City, opening track del secondo disco della band, quel In the Wake of Poseidon del 1970. Suoni precisi e puliti rendono la serata una vera e propria emozione. Un godimento continuo per gli amanti di sonorità complesse e ricercate, per le partiture oniriche e le atmosfere soffuse che permeano la maggior parte dei brani dei King Crimson, poeti post moderni e dalle liriche a volte ermeticamente impossibili.
Con una discografia così vasta e in continua evoluzione – ogni versione di ogni singola canzone risulta diversa dalle altre visto che l’improvvisazione è l’elemento cardine del gruppo di Fripp – i nostri scelgono in occasione del cinquantenario alcuni dei brani più celebri della band, oltre a qualche chicca più rara e inusuale. Si passa infatti dalle celeberrime e austere elegie di Epitaph, alla scanzonata e più energica Cat Food, fino alla dolce e melodiosa Islands, così sognante e melliflua. Come detto in precedenza, colpisce subito la grande capacità di improvvisazione dei musicisti. Partendo da melodie e canzoni già molto complesse, ognuno dei sette musicisti suo palco aggiunge a piacimento parti inedite, gioca con gli arrangiamenti o semplicemente improvvisa variazioni del tema. E niente risulta fuori posto, andando a incastrarsi alla perfezione nella cornice più ampia della canzone. Un approccio molto jazz, di cui non per niente è parte fondamentale il polistrumentista Mel Collins, altro protagonista storico del gruppo, attivo per lo più al sassofono e ai fiati. Una manciata di altri canzoni per qualche decina di minuti di arpeggi, suggestioni e improvvisazioni – tra cui Suitable Ground for Blues, Frame by Frame e Level Five – prima della pausa tra i due set in cui è diviso lo show.
Nonostante all’inizio fossero stati annunciati 20 minuti di intervallo, la pausa è stata notevolmente ridotta, forse anche per timor della pioggia paventata, rimasta per fortuna solo una minaccia.
Il secondo set, dopo una breve incursione nel passato più “recente” della band con The ConstruKction of Light, manda letteralmente in visibilio il pubblico accorso. La band scioglie i propri cavalli da battaglia, i pezzi più famosi e amati, i super classici che i giovani – pochi – e i meno giovani – tanti – ascoltano da anni, decenni in molti casi, e che comunque continuano a emozionare, a stupire e a coinvolgere con il loro carico di suggestioni, di magia, di incanto, e in veste live resi ancora più ricchi, sospesi tra la bravura dei musicista e le tante sezioni e parti inedite con cui vengono arricchite, tra un assolo di batteria, uno di contrabbasso di Tony Levin – il musicista che forse ha accompagnato Fripp per più tempo – e qualche riff improvvisato di chitarra. Alla chiusura di Cirkus, si passa al capolavoro che ha consacrato la band nel 1969, quell’In the Court of the Crimson King da cui sono tratte Moonchild, allungata nel finale per permettere un momento di improvvisazione a testa, e la possente e solenne title track, che fa esplodere il pubblico in un applauso lunghissimo ed estasiato. Chiudono il set Indiscipline e la struggente Starless.
Il gran finale del bis è ovviamente per il brano più celebre del gruppo, un pezzo di storia della musica, che con la sua energica aura di rottura, tra virtuosismi prog, venature jazz e primi echi – forse – di riff più heavy, ancora oggi rappresenta un vero e proprio inno di un’epoca. Si tratta ovviamente di 21st Century Schizoid Man, le cui liriche stralunate, disperate sono urlate nel microfono da Jakko Jakszyk, che non fa rimpiangere nemmeno un secondo l’interpretazione originale del compianto Greg Lake. Un brevissimo saluto al pubblico della band che – con una piccola gag – si allontana dal palco lasciando il solo Fripp ancora per qualche secondo a ricevere il caloroso applauso che gli tributa il pubblico. Unico momento in cui il riservato chitarrista guadagna il centro del palco, abbandonando il suo sgabello a bordo dello stage. Poi fa finta di accorgersi che è rimasto solo e, accennando un inchino, se ne va.
Un concerto che sicuramente rimarrà nel cuore di tutti gli appassionati e che corona idealmente la carriera di una delle band più importanti e influenti della storia della musica. Non che ci fosse bisogno di riconoscimenti o tributi particolari, dal momento che da 50 anni i King Crimson preferiscono che sia la musica a parlare per loro, che siano le loro canzoni così complesse e ricche di significati e interpretazioni a interagire con il pubblico. Sono questi inni immortali che tra altri 50 anni continueranno a rappresentare il desiderio di cambiamento di una generazione e che continueranno a incarnare i disagi e le angosce dell’uomo schizzato del ventunesimo secolo.

Dopo Verona i King Crimson saranno a Nichelino, in provincia di Torino, il 10 luglio e poi il 18 a Perugia nell’ambito di Umbria Jazz

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Laura e Biagio, parte da Bari la loro avventura: il racconto della serata

L’attesa è finita, il 26 giugno 2019 è iniziato a Bari  il tour di Laura Pausini e Biagio Antonacci. Hanno scelto proprio Bari per cominciare perché Biagio ha un rapporto speciale con questa terra per il suo legame familiare infatti, Laura dedica questo spettacolo al padre di Biagio, Paolo Antonacci.
bari pausini antonacci
di Gegé Cifinelli

E’ un concerto ma anche uno spettacolo maestoso realizzato in omaggio alla loro amicizia sincera e pura. Due anime che si completano e che vivono questa esperienza insieme, per la prima volta. Ci sono 16 schermi, due palcoscenici a forma delle loro iniziali: L e B e una passerella a forma di due frecce che si incontrano, simbolo anche del tour. Otto minuti prima del concerto viene proiettato un documentario col quale hanno condiviso il percorso che da gennaio fino a novanta secondi prima dell’inizio del concerto è fatto; inoltre questo video è stato proiettato ogni ora, diviso in otto parti da un minuto fin dall’apertura dei cancelli. Finalmente lo spettacolo è iniziato, Laura e Biagio salgono sul palco cavalcando due cavalli digitali, la scenografia rimanda al film “Il gladiatore” e al mondo di “Woodkid” . L’esibizione ha inizio con Emergenza d’amore, suonata da entrambi con solamente due chitarre, una color corallo e l’altra di color ottanio, la carica si  percepisce nell’aria e il pubblico è sempre più entusiasta. In seguito cantano “Resta in ascolto” dove allo spettacolo si aggiunge la band. Il pubblico in tribuna vuole entrare in contatto con loro e inizia a scavalcare nel momento in cui parte “Il coraggio di andare”, scritta anche in spagnolo, terra dove ha riscontrato un enorme successo vincendo anche un premio.

Il palcoscenico si colora di ottanio, evidenziando le loro iniziali ma anche la loro bellissima amicizia ed emozione. Successivamente Laura saluta i suoi fan calorosamente sulle note di “E.Sta.te” dove il palco assume i colori dell’arcobaleno, accompagnato dal corpo di ballo costituito da sei ragazzi e tre ragazze che danzano sotto un arco posto alla fine del palcoscenico, a stretto contatto con il pubblico. Un altro brano rappresentativo è “Mi fai stare bene” introdotto da Laura con una dichiarazione molto dolce…“mi fai stare bene”. A questo punto c’è il primo colpo di scena da parte di Biagio che si traveste e interpreta Charlie Chaplin ispirandosi al film “Il dittatore” in cui cerca di conquistare con un fiore Laura che non è presente sul palco. Il “corteggiamento” fra loro si infiamma con Sognami, Laura interpreta una geisha e i richiami sono tutti al paese del Sollevante, ma dai video gli artisti si materializzano sul palco e allora si lanciano in un sensuale tango che esplicita il loro feeling. Laura lascia spazio a Biagio che emoziona tutto il pubblico con “Una storia che vale” mentre la Pausini si sta preparando per un emozionante duetto al fianco di Biagio con “Lato destro del cuore”, le luci rosse accompagnano il brano  trasmettendo ulteriori emozioni. Laura si prende il palco in solitaria con “La geografia del mio cammino “e “Le cose che vivi”. Biagio e Laura decidono di portarci indietro nel tempo con il loro medley in cui si intrecciano alcuni brani iconici della Pausini come “La solitudine”, “In assenza di te” e allora la serata diventa “Incancellabile” come l’omonimo brano interpretato magistralmente dai due artisti. Il fantastico medley continua con “Strani amori” come quelli che tutti noi abbiamo vissuto e che inevitabilmente ci segnano e ci fanno sentire “Simili”; e con questo brano termina il medley per lasciare spazio a una intervista doppia fatta ai fratelli di Biagio e Laura, graziano e silvia, in cui mostrano il lato umano di due star del nostro panorama musicale.

Il palco diviene proprietà di Biagio con “Se io se lei”, solo per poco tempo perché Biagio diventa “Pazzo di lei” ed ecco che Laura ci delizia con un ballo in stile Beyoncè, attorniata da 6 ballerini per far diventare pazzi tutti gli spettatori. Il feeling tra i due è palese, sembrano essere nati per esibirsi uno di fianco all’altro. L’emozione cresce di minuto in minuto, brano dopo brano con “Buongiorno bell’anima” e “Se non te” fino a raggiungere l’apice emozionale con “Non ho mai smesso”. Laura si impone prepotentemente con “Frasi a metà”, brano denso di energia, in cui emerge tutto l’odio contro la categoria degli stronzi. Il bellissimo duo si ricongiunge in “Primavera in anticipo” in cui Biagio, con uno stile veramente  rock, accompagna l’esibizione di Laura con una chitarra elettrica, ma la vera sorpresa è che gli artisti portano la primavera tra il pubblico con un’esplosione di petali di rosa.

Laura decide di restituire il favore suonando magnificamente il flauto sulle note di “Se è vero che ci sei”, incantando tutti i presenti. Lo stadio si trasforma in “Una stanza quasi rosa” utilizzando dei fantastici giochi di luce sul palco in grado di donare a tutti i presenti un forte senso di intimità; questo è solo il preludio a cio che avverrà in seguito, perché la stanza si trasformerà in un loft in cui laura rispolvera vecchi brani di Antonacci e viceversa, il tutto in un’atmosfera intima quasi impensabile se si distoglie lo sguardo dal palco accorgendosi che il loft è abitato da più di 43.000 spettatori. Le emozioni sono l’elemento caratterizzante di questa serata e Laura decide di portarci  indietro di 40 anni vestendo i panni di un mito della musica mondiale, Freddie Mercury, durante il brano Ritorno ad amare,  forse non avrebbero potuto omaggiare meglio di cosi il leader dei Queen, portando la sua figura negli 11 stadi del tour legandola ad una loro fantastica impresa.

La spettacolo ci accompagna in un momento amarcord in cui Laura e Biagio ricordano la genesi di “Vivimi” in cui la voce della cantante restituisce alla vita le parole scritte per lei da Biagio; l’esecuzione del brano al pianoforte manda in visibilio gli spettatori. Lo show scorre, lasciando ricordi  che per sempre rimarranno impressi nei cuori e nelle menti dei presenti con i brani “Come se non fosse stato mai amore” e “Iris”. Incredibilmente sui maxischermi compaiono dei piccoli volti innocenti e puri che provano a introdurci all’idea che loro hanno di amore e di casa, questo è l’anticipazione di quella che sarà la prossima canzone di questa magnifica serata; “In questa nostra  casa nuova” unisce l’idea di casa come scudo contro le intemperie della vita a quella di amore come elemento che restituisce certezze e che ci fa sentire in una nuova casa ogni qualvolta ci si innamora di qualcuno. Tutto sembra essere terminato dopo il caloroso abbraccio di Laura e Biagio, ma mentre il pubblico, ignaro,  lascia il parterre, un fulmine color arcobaleno illumina il palco al ritmo frizzante di “Non vivo piu senza te” in cui Biagio rispolvera le sue radici pugliesi facendosi accompagnare da delle ballerine di pizzica.

I due si alternano incessantemente non lasciando un minuto di quiete nei cuori dei presenti, ed ecco laura che decide di portare la luce in questa calda notte pugliese con “Invece no” cantata sotto un arco di scintille. Dopo tre ore di show si giunge al termine, con un brano che ha fatto la fortuna della Pausini, “Tra te e il mare” infiamma per gli ultimi istanti il San Nicola, i due cantano e incitano il pubblico all’unisono, si muovono sul palco parallelamente ma come se fossero un corpo unico riescono a coprire l’immenso palco splendidamente. Una serata in cui forse entrambi hanno davvero trovato la loro casa nuova, osservando la naturalezza e l’intimità con cui i due si sono esibiti.