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Sanada stupisce e vola oltre il limite con Prometheus & Pandora

E’ Prometheus e Pandora  la magia di Samanda Maitreya. Pubblicato in tutti i suoi tre volumi (1. Prometheus, 2. Pegasus e 3. Pandora), 53 brani, 178 minuti di gloria. Prodotto e interamente suonato da Sananda stesso (tranne in alcuni casi in cui si riunisce con i vecchi amici) questo è il suo settimo album in studio (dopo WildCard!, Angels & Vampires, Nigor Mortis, The Sphinx, Return to Zooathalon, The Rise of The Zugebrian Time Lords). Per la prima volta dal cambiamento del suo nome avvenuto nel 1995 e divenuto poi legale nel 2001, il nuovo lavoro è stato registrato in settimane e non in mesi.

La cover di Sanada

La cover di Sanada

di Carlotta Sorrentino

Prometheus e Pandora è composto da tre volumi intitolati Prometheus, che rappresenta la parte più maschile, Pegasus, con il tema del viaggio, e Pandora, ultima parte con un suono più delicato e femminile. Questi volumi contengono 53, 178 minuti di gloria, identificati in modo preciso in ogni volume, ognuno di questi volumi ha è l’espressione propria dell’artista che ha prodotto e suonato interamente il suo settimo album in studio. Prometheus e Pandora è un album di un polimata che è a proprio agio se si discute di politica e di sport come di musica. Contiene intelligenza e saggezza, rabbia e tristezza contemplativa: “Questo album racconta una storia -dice Sanada- la mia storia. Questo album celebra 30 anni della mia carriera, a questo punto ho dovuto scalare il monte olimpo, è il momento di mettersi al lavoro”. Tanti sono i richiami alla mitologia, e altrettanti alla bibbia, una figura ricorrente nei tre volumi è Noè: “A Noè è stato detto di prelevare dalla terra due animali di qualsiasi specie, senza giudicarli, senza avere pregiudizi. Dobbiamo prendere esempio e anche noi umani non dobbiamo giudicarci tra noi, dobbiamo avere un posto sulla terra perché è questo che dio ci ha detto”. Con questo album Sanada vuole offrire uno spazio per dare all’anima un’ulteriore elevazione.

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Il rock romantico di Gianna Nanni è…Amore Gigante: la recensione

Amore Gigante è il diciottesimo album della cantautrice e musicista senese. Dopo il successo ottenuto di Hitalia e Hitstory, Gianna Nannini torna con un album di inediti, nuove date in Italia e una tour gigantesco.

Gianna Nannini (foto di Gloria Bressan)

Gianna Nannini (foto di Gloria Bressan)

di Irene Venturi

Il titolo riflette solo in minima parte la grandezza di questo progetto che comprende un cd semplice accompagnato da un secondo cd con il live Sotto la pioggia – Live a Verona nella versione deluxe e un box superdeluxe in edizione limitata numerata. Amore Gigante sarà disponibile anche in vinile e in una declinazione “picture” anch’essa in edizione limitata. L’abbiamo lasciata 4 anni fa con Inno e la ritroviamo più rocker, più innamorata e più imprevedibile di prima. Il marchio Nannini è inconfondibile e sempre presente. In questo disco non troviamo uno spirito diverso o sonorità diverse, è un rincontro con l’artista più rock d’Italia più che una riscoperta. Fenomenale, il primo singolo in rotazione radiofonica dallo scorso 15 settembre, è il brano più sensuale e più forte dell’album, cadenzato ed energico, cantato con un sorriso liberatorio sulle labbra. All’interno del disco c’è molto amore e molta passione sussurrati dalla chitarra blues e dagli archi, in un suono intimo e leggero come a voler far risaltare le intenzioni. É un contrasto tra il rock, della chitarra e dell’artista, e l’amore, con i testi e la dolcezza degli archi della London Session Orchestra diretta da Wil Malone. Chi lo ha detto che il Rock non possa essere romantico? É un album pieno di sfumature, dalla copertina del disco in cinque colori diversi, all’amore raccontato in tutte le sue sfaccettature, perché: “Liberiamo le emozioni senza aver paura/Della diversità/No non sono il tuo riflesso/L’ amore non ha sesso”, né età, né razza, né religione aggiungiamo noi.

C’è un ritorno all’elettronica soprattutto nelle prime canzoni, risultato della collaborazione con Michele Canova, produttore della maggior parte degli artisti pop italiani (Marco Mengoni, Tiziano Ferro, Elisa, Giorgia tra gli altri). E’ amore vissuto, rimpianto, combattuto e doloroso che collima con la solarità con cui vengono cantati i brani come fosse un’arma di difesa e di reazione. In questo disco Gianna Nannini si è affidata per alcune canzoni a Michele Canova e per altre a
Wil Malone e Alan Moulder, con cui collabora da anni, creando quindi un disco in progressivo cambiamento. La distinzione è netta, ci sono canzoni più elettroniche e quindi radiofoniche e altre che ci riportano alla Nannini che riconosciamo, trasgressiva, oltre i tempi e contro i tempi. La preferiamo contro tendenza, anche a costo di sentirla meno in radio e più nelle nostre playlist. Ci saremmo aspettati più sperimentazione da chi come lei se lo può permettere, ma siamo sicuri che le nostre aspettative saranno ripagate. Nel frattempo non cambia il nostro Amore Gigante per la rocker italiana con tutte le lettere maiuscole, la gigante Gianna Nannini.

TRACKLIST
1- Cinema
2- Fenomenale
3- Amore gigante
4- Pensami
5- Piccoli Particolari
6- Filo Filo
7- Tutta mia
8- Non è vero
9- Quasi Quasi rimango
10- Tutto quello che voglio
11- Senza un’ala
12- Una vita con te
13- Sabbie mobili
14- Cosa vuoi
15- L’ultimo latin lover

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Arriva L’Infedele di Colapesce: vi raccontiamo il suo concerto

Di cosa è fatta la pelle di un isolano lo sa solo la sua isola. E se l’isola è la Sicilia, sarà imperfetta eppure unica, forte eppure ingombrante, potente e, soprattutto, incredibilmente bella. Non puoi scrollartela di dosso, fa parte di te in qualunque cosa tu faccia e ovunque tu vada. Il mio rapporto con Lorenzo Urciullo parte proprio da qui. Da un’isola in comune e da una leggenda da cui trae ispirazione il suo nome d’arte: Colapesce, il ragazzo che sorregge dal profondo del mare la punta orientale della Sicilia, proprio quello spicchio di terra da cui provengo io.

Colapesce

Colapesce

di Caterina Prestifilippo

E’ tanta per me l’emozione, quindi, quando arrivo all’Auditorium di Radio Popolare. Ho cominciato ad ascoltare la musica di Colapesce appena un anno fa, quando all’attivo aveva già un paio d’album, di discreto successo nella scena indie italiana, “Un meraviglioso declino” ed “Egomostro”: due lavori ricchi di una carica emotiva molto forte, che si gioca su testi altamente poetici e su sonorità malinconiche, principalmente acustiche. All’inizio siamo in pochi ad aspettare che l’evento cominci, dietro la porta a vetri: in effetti, l’idea di ascoltare un disco per intero, dal disco stesso, e quindi non suonato dal vivo, è qualcosa di insolito. Il “brivido” del live svanisce, e si porta via tutta quell’adrenalina che contraddistingue i concerti. Eppure qualcosa accade, qualcosa che ha del surreale: la sfarzosità del digitale fa posto al qui ed ora, ad un ascolto “analogico”. E’ un po’ come assistere ad un parto: un gruppo di persone che si ritrova in una stanza ad accogliere una creatura appena nata, in attesa di congratularsi col genitore.  E’ un momento intimo, riservato, del quale ti senti un ospite speciale.  Finalmente la folla arriva, ci accomodiamo tutti dove meglio crediamo, e l’ascolto inizia. Le luci soffuse e l’assenza di Lorenzo dal palco, mi permettono di vagare con lo sguardo, e di perdermi negli occhi e nei gesti del pubblico che mi attornia.

Ecco che prende vita la magia: adesso tutti sono attenti ad ascoltare le parole e la musica. Non stanno semplicemente godendosi uno spettacolo, è quasi un momento di studio, forse religioso, in cui c’è chi chiude addirittura gli occhi per concentrarsi meglio. Qualcuno sorride e canta all’arrivo dei singoli già noti, “Ti Attraverso” e “Totale”, rispettivamente la seconda e terza traccia del disco; qualcun altro accenna un applauso tra una canzone e l’altra. Quello che mi colpisce è che si tratta certamente di un album diverso. E’ pop ma anche sperimentale, ricco di suggestioni e di citazioni. E’ effettivamente “infedele” rispetto al passato. E mi piace moltissimo. Ad ascolto finito, ecco che Colapesce timidamente sale sul piccolo palco, inforca la chitarra ed intona “Maledetti Italiani”, che conclude con “I migliori anni della nostra vita”, con un po’ di ironia nella voce. Il primo applauso ci sintonizza definitivamente: la distanza è a zero, Colapesce torna Lorenzo col suo forte accento siracusano, e c’è spazio per qualche canzone a richiesta: “Sottocoperta”, una cover improvvisata di Battisti (“Il nostro caro angelo”), ed infine la meravigliosa “Talassa”, colonna sonora per l’omonimo documentario di Gianluca Agati. Tra le domande del pubblico ed i complimenti, decido di presentarmi con l’idea di strappargli una foto. Mentre penso a questo, con la fila di fans dietro di me, mi sento un po’ in imbarazzo: vorrei raccontargli di quanto il suo “torneremo felici” in “Totale” mi abbia accompagnata nell’ultimo mese della mia vita, di come “Satellite” mi faccia commuovere sempre, di come dipinga delle immagini così evocative della nostra terra che sembra quasi di sentirne l’odore… ed invece finisco per congratularmi e basta, e per chiedergli una foto in cui, però, suggerisco espressamente: “Non sorridiamo”. Ecco. Così sembriamo due amici che fanno gli scemi. Ci rivediamo a gennaio, Lorenzo.