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La nuoca stella del rap è Chadia Rodriguez con Sister (Pastiglie)

Esce oggi su YouTube il video di “Sister (Pastiglie)”, il nuovo singolo di Chadia Rodriguez, uscito in radio e in digitale lo scorso 5 ottobre, scritto da Fabrizio Conte e diretto da F&F

 

Chadia Rodriguez (foto di Mary Olano)

Chadia Rodriguez (foto di Mary Olano)

Sister (Pastiglie): guarda il video

“Sister (Pastiglie)”, prodotto da Big Fish, è ispirato alla hit degli anni ’90 “Pastiglie” dei Prozac+, inno scanzonato di una generazione sempre più dipendente da farmaci e dalle diverse sostanze, più o meno legali, con l’unica necessità di provare ogni sorta di sensazione, dalla tranquillità all’euforia. 

Chadia è un’artista italiana classe ’98, di origine metà marocchina e metà spagnola, mix decisamente magnetico. Appassionata di trap/rap americano e latino, Chadia ha l’attitudine sfrontata e sessualmente esplicita che distingue le sue colleghe d’oltreoceano, cosa tutt’ora invece assai rara, in Italia.

Nel 2018 inizia a lavorare con Big Fish e Jake La Furia, che la mettono sotto contratto come prima artista della loro nuova label. Il primo singolo di Chadia è “Dale”: pubblicato a fine aprile, la posiziona immediatamente sul radar della scena rap italiana e le permette di iniziare la collaborazione con Sony Music Italy, che pubblicherà i singoli successivi. A giugno esce “Fumo Bianco”, che supera il milione di plays sia su Spotify sia su YouTube, a cui segue lo street single “Bitch 2.0″.

Chadia è la prima rapper donna sulla copertina di una playlist rap di Spotify Italia, a riprova che sono bastati pochi mesi a farla diventare il punto di riferimento per la scena rap femminile italiana.

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Mike Sponza va ad Abbey Road per Made in the Sixties

Mike Sponza ritorna con il suo secondo album registrato negli Abbey Road Studios. Un Blues dedicato agli anni’60, che profuma di rivoluzione.Il blues non è morto.

Mike Sponza con la sua band

Mike Sponza con la sua band

di Irene Venturi

Mike Sponza, musicista da oltre 4 lustri sulla scena live europea con 8 album all’attivo, ci riporta non solo alle sonorità degli anni ’60 ma ci fa rivivere i grandi avvenimenti della decade più rivoluzionaria della seconda metà del ’900. “Un album dedicato agli Anni ’60, una decade per me molto affascinante sotto molti profili e su cui c’è molto da dire. È anche il periodo in cui sono nato e da un po’ di tempo pensavo di realizzare un disco su quel decennio. 10 canzoni. Una per ogni anno.” Persone, eventi, culture e musica concorrono a costruire 10 anni controversi che hanno cambiato la cultura giovanile per sempre. La forte evoluzione continua viene rappresentata in questo album dai generi e linguaggi musicali diversi, dal rock al latin, dal pop all’acustico, dal soul al rock n’roll. Mike Sponza esordisce nel mercato discografico nel 1997 con l’album “News for you” e nel 2016 registra il suo primo album negli Abbey Road studios. “Ergo sum” non viene definito solo come un album ma come un progetto rivoluzionario ed originale che vede la partecipazione di Dana Gillespie, ricordata per la sua interpretazione della Maddalena in Jesus Christ Superstar e per la sua unione artistica e sentimentale con David Bowie. In Italia lo troveremo live a Cerea, in provincia di Verona, dove terrà uno show case il 13 Ottobre alla manifestazione “Blues Made in Italy”. 8 gli elementi che lo accompagneranno. Ingresso libero.

Hai voluto dedicare questo album agli anni ’60 e alle sue rivoluzioni. Cosa dovrebbero imparare le nuove generazioni da quegli anni?
La capacità di non sostituire tutto subito, di provare a ricostruire. Il nostro è stato un decennio di classici e traevano dal passato le fondamenta. Oggi i giovani imparano tutto velocemente senza sapere cosa c’è dietro. Il sapere è una rottura di palle e l’intellettuale è noioso. In Italia c’è una superficialità che va troppo di moda.
Ma…
Ma da loro dovremmo imparare ad essere più aperti mentalmente. I nostri figli non hanno barriere, sono muri che cadono.
Le mura che resistono e continuano a creare sono quelle degli Abbey Road studios. Secondo album registrato in un tempio della musica rock-blues.
La prima volta entri tremando. All’inizio siamo stati accolti da due ragazzi, Paul e George. Puoi immaginare lo stupore? Per questo secondo disco, invece, ci è capitato di andare in studio a registrare la Domenica mattina. Eravamo solo noi e l’addetto alla sicurezza nello studio.
Vi siete dati alla pazza gioia?
Abbiamo potuto usare il pianoforte di Hey Jude, l’organo di Let it be e uno strumento degli Anni ’20, la celesta, utilizzato in diversi album dei Beatles.
La domanda sorge un pò spontanea, Beatles o Rolling Stones?
Assolutamente Beatles, per tutto il mondo culturale che hanno creato.
Tornando all’album, cosa hanno gli Anni ’60 per averti appassionato?
É una passione nata dall’ossessione verso i film, le macchine. Sono gli anni del glamour, John Kennedy, Martin Luther King e la musica.
Sono contrasti che hanno creato rivoluzioni e la musica era lo specchio della società.
I bei tempi andati?
No, nessuna nostalgia.
Pete Brown, uno dei più grandi autori inglesi, ha collaborato a questo album.
Pete mi ha detto che poteva essere la persona giusta per raccontare insieme a me quegli anni perchè “Non mi sono mai drogato o alcolizzato e ho una visione lucida”. Ci siamo seduti al tavolo e in una settimana abbiamo scritto i testi dell’album.
Sono brani che profumano di quegli anni ma sono reinterpretati in chiave moderna
Si, i testi indirizzavano a scelte musicali già chiare. Ho voluto attingere anche al mondo di armonie e sonorità del soul, della pop music inglese e del rock blues. Si sta rivelando il disco più importante della mia carriera.
Cos’ha di diverso dagli altri suoi album?
Riflette la mia voglia di andare in direzioni musicali nuove, andando a scavare dentro la mia cultura musicale che per anni voleva solo fare blues. Un giorno guidando mi sono accorto che in 5 ore di viaggio non ho mai ascoltato blues.
Cos’è oggi il blues?
Ora la black music è il blues, come Kanye West. Il blues vero e proprio invece è diventato molto manieristico, si è persa la connotazione fondante e il focus sulle tematiche.

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Alcest un concerto tra sperimentazione e misticismo: la recensione

Il Santeria Social Club è la location adatta per concerti di nicchia, in un’atmosfera intima e in cui è possibile entrare in contatto direttamente con gli artisti, stringendo nuove amicizie e condividendo la passione per la musica con altri fan.

Alcest

Alcest

di Federico Moia

La serata del 28 settembre ce lo conferma nuovamente, con il concerto dei francesi Alcest. Attivi da quasi 20 anni, il gruppo capitanato da Neige (al secolo Stephane Paut) ha saputo conquistare una fanbase fedele e appassionata, grazie a un sound che spazia attraverso vari generi, dal post-rock allo shoegaze. Lo dimostra il fatto che il Santeria è gremito, con il pubblico che riempie ogni angolo della sala. Tantissimi metalhead, ma anche tanti giovanissimi appassionati di musica alternativa e sperimentale (quasi “hipster”, diciamo), compongono una platea attenta ed eterogena. Prima degli headliner, la sorpresa dei Vampillia. La band giapponese, o come si definiscono loro brutal orchestra, si presenta puntuale sul palco del Santeria alle 20, anche se in forma ridotta. Dei 13 membri del loro ensemble, solo sette musicisti si esibiscono stasera. La particolarità del gruppo è di unire la furia e l’aggressività tipica del black metal con l’armonia e la dolcezza portata dalle tastiere di Yamamoto-san e dal violino di Rei Miyamoto. Il risultato è un continuo alternarsi tra passaggi aggressivi, velocissimi, e melodie sognanti. I suoni sono nitidi e, nonostante il caos musicale prodotto dal gruppo, ogni nota, ogni strumento è
distinguibile. Vero fulcro dell’esibizione è il corpulento vocalist Possession Mongoloid (così si fa chiamare) che sperimenta e gioca con la voce, producendo effetti sonori “impossibili” e avvolgenti. Il pubblico è partecipe e viene trascinato dai musicisti che scendono di tanto in tanto dal palco per motivare la platea e coinvolgerla in bizzarre coreografie. Un piccolo problema alle chitarre che impone uno stop di una decina di minuti, non inficia la bellezza di un’esibizione perfetta. La follia sperimentale dei Vampillia è promossa a pieni voti. Pochi minuti di cambio palco ed è finalmente la volta degli headliner.

Gli Alcest vengono accolti da un boato, segno di quanto la band sia apprezzata. A Neige, in particolare, è tributato un lungo applauso non
appena si piazza al centro dello stage, posizione che non abbandonerà mai durante l’ora e venti di show. L’occasione è di quelle speciali: verrà infatti eseguito per intero l’ultimo album del gruppo, l’apprezzatissimo Kodama, che segna il ritorno alle sonorità più tipicamente metal, dopo alcune sperimentazioni in altri generi. Si parte subito con la title track Kodama, seguita a ruota dalla lunga Eclosion. Riff ipnotici, ritmi lenti e cadenzati, linee di chitarra uniformi e monolitici trasportano subito il pubblico nella dimensione onirica degli Alcest, dipinta dalle melodie malinconiche del mastermind Neige, che sembra provengano da un’altra dimensione, come ricorda il titolo della successiva Je suis d’ailleurs (io sono dell’altrove), in cui il muro sonoro composto dai distortissimi assoli di Neige e dal blast beat di Winterhalter (l’unico altro membro della band, gli altri sono turnisti) diventa ancora più pesante e opprimente. L’atmosfera è aliena, evocativa, distante, introspettiva. Gli Alcest sono un gruppo da ascoltare in silenzio. Non si presta a cori da stadio o a platee scatenate. Appaiono distanti e silenziosi e anche l’interazione col pubblico è minima, ridotta a sporadici ringraziamenti e timidi saluti di Neige, che appare quasi a disagio davanti a fan così calorosi. È una costante del genere (o uno dei generi) proposto dagli Alcest: lo shoegaze, in cui i musicisti impegnati in lunghissimi brani pachidermici raramente interagiscono con il pubblico, concentrati solo sulla musica. E gli spettatori rispettano questo velo che li separa dagli artisti, mentre loro appaiono ancora più distanti e impercettibili coperti dal fumo e immersi nelle luci fredde. Dopo una quarantina di minuti, la riproposizione di Kodama finisce e la band offre un’altra manciata di brani provenienti da tutta la loro discografia, come Souvenirs d’un autre monde, dall’album omonimo del 2007, o Là où naissent les couleurs nouvelles, da Les Voyages de l’Ame del 2012, tutti suonati con il solito serafico distacco. Il bis è riservato alla sola monolitica Délivrance, 10 lunghissimi minuti lontani dai paradigmi metal e che si avvicinano a sonorità più mainstream di derivazione Sigur Ros. Ringraziando quasi impacciato, Neige saluta il pubblico e si ritira senza troppe cerimonie nel backstage, seguito dai suoi compagni. Un concerto intenso ed emozionante per tutti coloro che sanno lasciarsi catturare dalle melodie sognanti e impenetrabili degli Alcest. Non un genere facile, ma un’esperienza quasi mistica che tutti gli amanti delle sonorità più sperimentali e alternative dovrebbero provare. Alla prossima!