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C’era una volta l’autoradio: sulle ali della nostalgia con Andrea Dotti

La passione per i motori è una costante della sua vita. Andrea Dotti, dirigente d’azienda ma soprattutto amico, racconta quando la musica era davvero la compagna di un viaggio. Ascolti attenti e pensati, calibrati, ragionati e soprattutto condivisi. E per far sì che il tutto diventasse realtà, serviva un oggetto prezioso che si chiama(va) autoradio. Il suo racconto.

Il mestiere della Vita di Tiziano Ferro

Il mestiere della Vita di Tiziano Ferro: nel cofanetto, oltre a cd, vinile e foto c’è la musicassetta

di Andrea Dotti

Ancora mi ricordo di un viaggio in Olanda nei primi anni ’80, con le macchine che di notte dormivano – per strada – ciascuna con la sua bella autoradio in vista sul cruscotto. Qui da noi c’erano invece gli apparecchi “con slitta estraibile”. Soluzione che mi faceva venire l’orticaria, per più di un motivo. Cominciando dal borsello per il trasporto… ce l’aveva lo splendido Furio (di Verdoniana memoria), e ho detto tutto. L’autoradio nell’apposita custodia era a dir poco inguardabile, così come le persone che la utilizzavano. Poi c’era la scomodità della rimozione dall’alloggiamento: tranne le “Autovox” (che avevano la scocca esterna cromata, quindi scorrevole) le altre si opponevano tutte strenuamente all’estrazione dalla slitta, lasciandoti in mano la cornice e altri pezzi vari. Poi c’erano i contatti tra la radio ed il suo alloggiamento fisso; che ovviamente cominciavano ad ossidarsi subito dopo l’installazione. Quindi una volta non funzionava la cassa destra, una volta la sinistra; talvolta entrambe. Quindi – prendendomi qualche rischio – avevo preferito montare la radio in posizione fissa e nascosta nel cassetto porta-oggetti, celando le casse acustiche sotto la moquette del piano copri-bagagli (opportunamente irrobustito allo scopo) e riducendo l’antenna ad un filo annegato alla base del parabrezza. Dovevo ricordarmi di spegnere la radio e chiudere il cassetto prima dell’arrivo: ma l’essere affrancato dall’uso borsello non aveva prezzo. Comunque: estraibile o fissa, l’autoradio era un oggetto agognato ed assai prezioso (nel vero senso della parola). La si sceglieva nei negozi specializzati, si valutava l’illuminazione del quadrante e si apprezzava la morbida risposta di tasti e potenziometri, segno di qualità costruttiva. A metà anni ’80 già compravamo le prime radio con sintonia e memorizzazione digitale delle stazioni, che mandavano in pensione quelle dotate della primitiva “memoria meccanica” della sintonia (brutale ed imprecisa nella selezione dei canali preferiti). A metà anni 90 il frontalino aveva a sua volta spedito in soffitta la slitta estraibile. Il Dolby c’era ma non lo si usava mai perché tagliava le frequenze più alte, riducendo il suono ad un borbottio di fondo insopportabile. Il fader, proprio non capivamo a cosa servisse: poche erano le automobili con quattro altoparlanti, e va detto che portare i cavi nelle porte posteriori di un’auto non predisposta era impegnativo quanto costruire un elettrodotto. C’era l’autoreverse, e questo si che faceva comodo (quando non tritava i nastri a fine corsa, evento non improbabile nei modelli di fascia bassa). C’erano anche tanti altri tasti più piccoli, dei quali si sapeva ben poco; ma averne molti faceva comunque scena e dava prestigio al guidatore. Quello per il “loudness” era l’unico apprezzato: aumentava la pressione acustica ed impressionava gli ospiti.

Comunque, l’autoradio serviva – in buona sostanza – a coprire i tanti rumori presenti nell’abitacolo. Doveva sostituirsi a loro. Per questo – da sola – non bastava: quasi sempre era aiutata da un amplificatore, che – in casi estremi – veniva addirittura collocato sotto uno dei sedili anteriori (e da qui venivano le raccomandazioni ai passeggeri dei sedili posteriori, affinché trattenessero i piedi in posizione educata e raccolta). “Si mandava su il motore” per fare un modesto sorpasso o per mantenere una media appena dignitosa in autostrada, e la radio doveva celarne il rumore. La musica aveva anche da combattere con i fragorosi vortici d’aria, che invadevano l’abitacolo da quel “dito di finestrino” lasciato aperto per non oltrepassare i 40° di temperatura (il condizionatore verrà, ma solo negli anni ’90). Era bello pensare che, dietro il ritmo serrato di un brano rock, l’onesto quattro cilindri da famiglia urlava – soffocato dalle note dell’autoradio – per farci viaggiare prossimi ai 130 all’ora, sperando in una sosta per tirare il fiato e rinfrescarsi. Ed eccoci giunti all’autogrill: una mano esperta sapeva come abbassare progressivamente il volume dell’autoradio (lungo la rampa di decelerazione) accordandolo al diminuito lamento del motore. Che maestria….

La scelta delle musiche era in funzione del viaggio ma soprattutto del percorso. Così, rock e pop a gogò; ma bando alla musica classica e d’ambiente (a meno di non guidare una blasonata e silenziosa auto tedesca). Si preparavano le “musicassette” con cura, a casa, usando la piastra di registrazione e cartucce al cromo di buona qualità. Si facevano compilation vere, che non erano solo una mera lista di titoli: partendo dai dischi in vinile, per incidere una vera “cassetta da 90” occorreva pazientemente trascorrere almeno due ore di fronte all’impianto hi-fi, mettendo in pausa il registratore – senza mai distrarsi – ad ogni cambio di traccia. Il raggruppamento dei brani era già mirato al tipo di utilizzo che se ne sarebbe fatto in automobile: si preparavano nastri adrenalinici per i lunghi tratti autostradali, soft pop per le morbide statali lungolago, “trendy mix” per le frizzanti serate in città a caccia di nuove avventure. C’era una musicassetta per ogni percorso, e non era difficile ritrovare quella giusta, nel cassettino portaoggetti , riconoscendo al tatto la finitura dell’astuccio; alle ragazze meritevoli  se ne regalava sempre una alla fine della serata, con tanto di dedica a penna sul cartoncino bianco ben ripiegato nella sua custodia. Erano oggetti fisici, che rimanevano tra le mani, o in borsetta – così come le foto 10×15 tanto attese dal laboratorio di stampa. Adesso tutto è cambiato. Il mio abitacolo super-silenzioso non ha bisogno d’essere irrigato con una pioggia di musica per offuscare il morbido suono del motore. Che ormai si fa fatica a sentirlo, anche viaggiando a una certa velocità. L’impianto è potente ma non serve, bisogna sempre tenerlo al minimo. Ho una serie di porte d’ingresso per schede di memoria capienti e veloci, che credo non utilizzerò mai. I miei figli utilizzano cuffie che li isolano dalla mia musica; mia moglie dorme oppure guarda – annoiata – le notizie sul suo telefonino, cullata dal silenzio assordante dell’abitacolo. Io resto solo, con la digital radio che si sente benissimo, ma che nelle gallerie sparisce. Lì resta ad aspettarmi solo Isoradio, con quella casalinga di Asti che saluta e dice di ascoltarla tutti i giorni, a tutte le ore, mentre stira (è sola, è matta, è aggiornata sulle code, ma non ha la patente). Così io mi rassegno ad essere informato di un tamponamento sulla A3 mentre attraverso, pensoso, l’Appennino Ligure. Il motore è praticamente assente. La mia autoradio è perfetta, interconnessa, cambia frequenza autonomamente, equalizza il suo suono in base alla velocità, ai rumori di fondo, alla pioggia, al traffico. Ha comandi sensibili, ergonomici ed intelligenti, ma quasi non la ascolto più. Per piacere ridatemi il mio Pioneer con “l’ampli”, l’autoreverse e le mie musicassette al cromo…ma soprattutto, ridatemi i miei vent’anni.