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Dire Straits Legacy, l’intervista a una leggenda

La super formazione fondata da Phil Palmer e Alan Clark presenta il disco Three Chord Trick. Dire Straits Legacy sono le radici dei Dire Straits. Li abbiamo incontrati e intervistati.

Dire Straits Legacy

Dire Straits Legacy


di Carlotta Sorrentino

Bella l’idea di concept band: come è nata? E perché Legacy?
Noi abbiamo creato una band che si chiama Dire Straits Legacy perche siamo parte della musica originale dei Dire Straits, ora è per noi il momento di andare avanti con un progetto originale e lo abbiamo chiamato Legacy. Questa parola ha tanti significati, tra cui quella di lasciare un’identità.
Prima i Dire Straits, ora voi, siete tra le poche band al mondo che fuggono alle categorizzazioni: quanto è difficile essere liberi oggi?
Questo progetto è nato in maniera molto naturale, è come un seme dal quale nasce un’albero, poi vedremo come si svilupperà. Per noi è facile essere liberi perché siamo noi stessi, e cerchiamo sempre di essere fedeli a noi, non copiamo nessuno. E’ anche un’impegno essere liberi, bisogna essere integri nel guadagnare denaro continuando a fare un lavoro che ci piace, è impegnativo raggiungere questa libertà.
Come ve la cavate con i social?
Phil: Ne comprendo perfettamente l’utilità e il potere, sto cercando di capire come usarli nel modo migliore perché ho un po’ paura che a volte escano notizie non corrette e chiedo spesso aiuto a mia moglie. Noi siamo un’altra generazione, va usato in giusta misura.
Alan: i social media hanno avuto un’importanza chiave per la Brexit.
Ci raccontate la storia dell’album Three Chord Trick?
Novanta per cento divertimento, dieci per cento duro lavoro. E’ stato un processo del tutto naturale loro sono musicisti e compositori e hanno deciso di far il loro album, le loro canzoni. Ci siamo trovati a Los Angeles per fare questo album. Ogni canzone è un racconto speciale.
Perché avete scelto come primo singolo Jesus Street? Quanto conta la Fede nella stagione 2.0?
Phil
: Questo diventa il singolo dell’album perche è il brano più radiofonico e trainante dell’album. E’ la storia di un mio viaggio nel sud della Spagna che dopo un a lunga camminata mi sono trovato in una strada con questo nome. Non è legata strettamente legata alla regione. Noi non abbiamo un vero e proprio attaccamento religioso, oggi la fede è essere umani pacifici con rispetto.
Alan: Ogni essere umano bene o male crede sempre in qualcosa. L’uomo ha bisogno ed è importante che creda in qualcosa.
Che musica ascoltate oggi?
Marilyn Manson, John Mayer, Ed Sheeran è molto bravo. Paolo Nutini, Radiohead.
Ci raccontate il fascino di lavorare all’antica, ovvero suonando insieme e non inviandosi mp3?
La magia è che quando si lavora insieme si crea una chimica diversa.
La vostra agenda nei prossimi mesi? Tornerete in Italia in concerto?
A gennaio siamo in sud America, iniziamo il tour da lì; in Italia dovremmo tornare a ottobre 2018.

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Mark Knopfler incanta Milano: due ore di grande musica

C’è un momento speciale in tutti i concerti di Mark Knopfler: si spengono le luci sul palco, il pubblico nel buio sa cosa sta per succedere e si scalda, urla, incita, applaude… Passano pochi lunghissimi secondi, poi il batterista conta il tempo sul charleston e l’ultimo quarto lo dà con un colpo secco di rullante. A quel punto si accendono le luci, sempre rosse e blu sul palco sono rimasti solo in quattro (due chitarre, basso e batteria) e parte Sultans of Swing. (Grazie a Roberto Sasso per le foto)

Mark Knopfler (foto di Roberto Sasso)

Mark Knopfler (foto di Roberto Sasso)

di Giovanni Nahmias

Impossibile non avere un brivido lungo la schiena. Seguito dal boato del pubblico che saluta il pezzo con cui tutto è cominciato ormai quasi 40 anni fa.

Era il 1978 quando si affacciò sulla scena musicale inglese e mondiale il rock dei Dire Straits, un rock dal suono nuovo, impastato di blues e folk, capace di dilatare ogni spunto in un racconto sonoro in più scene, quasi cinematografico, con la regia di una chitarra dal suono inconfondibile.

Ma non è stato un concerto rock quello di Mark Knopfler ieri sera al forum di Assago, gremito.

L’atmosfera fin dal primo pezzo -Broken Bones, dal suo ultimo album- è molto più calda, più rarefatta, la voce intensa per raccontare le storie delle sue canzoni, non solo suonarne le melodie.

Non ci sono megaschermi, solo luci molto belle per sottolineare l’emozione di un cambio di accordo o di un crescendo di intensità negli arrangiamenti.

Non si balla, si ascolta, si gode della maturità artistica di un musicista che dipinge con la sua chitarra e la sua ottima band panorami diversi, un po’ americani un po’ scozzesi…

Mark Knopfler (foto di Roberto Sasso)

Mark Knopfler (foto di Roberto Sasso)

Il secondo pezzo ci porta a Corned Beef City, mentre con Privateering entra in scena la cornamusa che darà anche a molti pezzi successivi (Father and Son, Laugh and Jokes and Drinks and Smokes, Done With Bonaparte) un forte sapore folk britannico, molto melodico e emotivamente coinvolgente.

Il primo vero assolo di chitarra Knopfler lo suona al quinto pezzo, Hill Farmer’s Blues.

Subito dopo introduce sul palco Ruth Moody, songwriter australiana dalla splendida voce, che lo accompagna nel ritornello di Skydiver, poi arriva anche il sassofonista Nigel Hitchcock: quasi tutti i membri della band suonano con Knopfler da molti anni e sono talentuosi polistrumentisti, e in Laugh and Jokes and Drinks and Smokes va in scena un meraviglioso duetto tra chitarra e flauto.

Dopo il rock and roll di I Used to Could Knopfler imbraccia la chitarra dobro e pizzica gli arpeggi di Romeo and Juliet. Tutto il pubblico la conosce a memoria, ma la canta sottovoce, per non perdere nessun suono e il sussurro della voce.

Questo è il momento in cui si spengono le luci e arriva Sultans of Swing, con un lungo assolo finale che esce dai binari di quello su disco, in gran parte improvvisato, molto più jazz.

Knopfler subito dopo suona Done With Bonaparte, eseguita per la prima volta in questo tour a Milano.

La band viene presentata sulle note allegre e latine di Postcard from Paraguay.

E la band da questo momento diventa sempre più protagonista, con momenti solisti davvero di pregio (come i duetti violino-contrabbasso e flauto-pianoforte in Marbletown) e il crescendo meraviglioso di Speedway of Nazareth (uno dei suoi pezzi migliori in assoluto, ieri sera particolarmente forte).

Il passato con i Dire Straits è omaggiato con altri due pezzi, che appagano pienamente le aspettative dei fans: Telegraph Road, che conclude il concerto prima dei bis (quando tutto il pubblico del parterre si alza e corre sotto il palco), e il primo bis: So Far Away, malinconica e dolce, che si accomiata, ma con un abbraccio.

Non è però l’ultimo pezzo: dopo Knopfler suona Wherever I Go, in duetto con Ruth Moody, in un mix di voci armonizzate davvero da pelle d’oca.

E infine chiude mandandoci a casa con Going Home, il tema strumentale da Local Hero.

A 65 anni Mark Knopfler è apparso più in forma che mai, divertito e coinvolto, e ci ha regalato uno show fresco e raffinato per due ore abbondanti di ottima musica. (FOTO: Roberto Sasso)