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Bouchra, la poetessa dell’indipendenza: l’intervista

Dopo il successo di  Blanc ou Noir, cantato in francese, ora c’è Yallah, il nuovo singolo di Bouchra. Per la prima volta Bouchra firma il testo, scritto in inglese con l’inciso in lingua araba. La canzone parla di una ragazza che scopre una forza interiore che non sapeva di avere. Da qui la decisione di poter vivere indipendente, cercando la propria strada, insieme alle persone che vogliono seguirla. Yallah, in lingua araba, significa infatti andiamo. E’ un messaggio per incitare le persone ad andare avanti  senza fermarsi mai, superando le insidie della vita. La abbiamo incontrata e intervistata.

Bouchra

Bouchra

di Carlotta Sorrentino

Quando ha capito che la musica poteva essere la sua vita?
La passione della musica la ho da sempre, già da piccola. Ho deciso di iniziare a concretizzare questa mia passione all’età di 16 anni. Ho pubblicato le mie prime cover. Sono partita facendo brani non miei e per arrivare a quelli da me creati.
A chi si ispira?
I miei artisti preferiti sono Amy Winehouse, Michael Jackson, Beyoncé, Sia e Stromae: da loro prendo molto ispirazione.
Quando ha iniziato a caricare i suoi video in rete, aveva qualche modello?
In realtà no, tutti su YouTube mettono in mostra ciò che sanno fare, però non lo avevo mai visto fare. Poi ovviamente ho scoperto altri artisti sempre usciti da lì.
Come è nato Yallah?
Sono andata a Livorno dal produttore Emiliano Cecere, mi ha messo questa base e mi ha detto : canta quello che ti passa per la testa. Io non conoscevo questo mio lato. Non pensavo di riuscire a scrivere un brano tutto mio. A parlare di indipendenza.
Altre sfide?
Sarebbe bellissimo riuscire a raccontare aspetti delle mia vita, la cosa più importante è riuscire a far capire alle persone che con l’impegno si arriva ovunque.
Ha dei fan fedeli?
Eccome. Super positivi con me fino all’inizio.
Album, concerti…il suo futuro musicale dove la porterà?
Per i concerti ancora non c’è nulla in programma, ho già un pubblico che mi conosce, quindi spero a breve di accontentarlo. Riguardo all’album è tutta l’estate che lo preparo però non ho dato ancora nessun dettaglio, posso solo dire che saranno otto brani.
Nei live oggi cosa porta?
Solitamente delle cover.
E’ nata in Italia ma le sue origini sono marocchine: la musica delle sue origini ha molto inciso nella tua formazione?
Non c’è un’artista arabo che prendo di riferimento, la lingua araba la uso ma a modo mio. Penso che il mio genere musicale sia molto differente dalla musica araba. Comunque mi riesce più facile cantare in arabo, francese e inglese rispetto all’italiano.
Cosa le manca?
Non sono ancora in grado ad usare bene le parole giuste in italiano.
Yallah è stata inserita da Spotify nella categoria del buonumore: oggi è un valore importante e difficile da raggiungere. Soddisfatta? A lei cosa mette buonumore?
Il caffè della mattina!
I suoi valori?
La famiglia e gli amici sono la cosa più importante.
Ha mai pensato ad altri percorsi artistici? Al cinema, ad esempio.
La recitazione, secondo me è molto affine alla musica….vedremo!

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Anna Dellai, la femmina alfa dei Junk Street

Da Vicenza con spirito Punk. Si chiamano Junk Street portano energia in un genere che da tanto tempo sembra essersi un po’ addolcito. Nati nel 2013, affrontano con (giusta) ambizione questo 2017 perché potrebbe essere l’anno della svolta. Lo sono Anna Dellai (voce), Samuele Cavedon (chitarra), Filippo Brun (basso) e Giacomo Dal Ben (batteria). Sono tutti di Longare. Ci racconta la loro storia, e un po’ la sua, Anna Dellai, la frontwoman.

Anna Dallai in concerto

Anna Dellai in concerto

Anna, quando nascono i Junk Street?
Ufficialmente nel 2013, quando anche io entro nella formazione. Prima Samuele, Filippo e Giacomo suonavano già insieme ma cambiavano spesso nome, erano inquieti. L’obiettivo era divertirsi.
Poi è arrivata lei.
All’inizio del 2013 mi hanno chiesto di cantare. Le voci provate prima non sono risultate armoniche col progetto.
Li conosceva già?
Sì. Io ho 22 anni, loro due in meno, 20, ma sono coetanei e amici di mio fratello.
Aveva altre esperienze?
E’ la prima in gruppo. In precedenza ho solo cantato nei cori.
Come è iniziata l’avventura?
Abbiamo suonato in qualche sagra poi nell’aprile 2013 vinciamo il primo contest cui partecipiamo: siamo premiati dalla giuria popolare.
Bella soddisfazione.
Anche perché abbiamo proposto un brano nostro, in italiano.

Anna Dallai

Anna Dellai

Poi siete passati all’inglese.
Guardi abbiamo anche iniziato, nel 2014, la pre-produzione di alcuni brani in italiano ma abbiamo abbandonato il progetto: meglio l’inglese per noi.
Avete degli equilibri in studio?
Io e Giacomo i testi, i tre maschi la musica ma quando siamo in studio si collabora tutti finché non si trova la giusta armonia.
Pare che il 2014 sia stato un anno importante.
E’ anche quello del nostro primo video in inglese, In the night. Eravamo entusiasti.
L’entusiasmo è poi diventato un vero EP.
A fine 2015 è nato Out Loud, cinque canzoni, la prima nostra carta di identità artistica.
Lo avete portato live?
Abbiamo suonato, e parecchio, tutta la prima parte del 2016: Giacomo fa parte di una associazione che si chiama VicenzaMagnaGati che si propone di diffondere il Pop Punk e ciò ci ha permesso di fare parecchi live.
Adesso?
Da qualche mese siamo in studio, speriamo di uscire con un disco dopo questa estate. E poi grazie a Sorry Mom! speriamo di allargare il nostro raggio concertistico, vorremo sconfinare il Lombardia ed Emilia Romagna.
Quando non suonate che fate?
Chi studia, chi si dedica di più alla musica e fa qualche lavoretto.
Lei?
Studio Biotecnologie a Padova.
E’ femmina alfa nella band?
I ragazzi sono tre teste calde. A volte dicono che sono nervosa perché ho il ciclo. C’è da combattere ma funzioniamo bene.
Duetto dei sogni?
Se la mia voce regge con Tylor Joseph dei Twenty One Pilots.

Junk Street

Junk Street

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Marla Green, la sua musica è una dolce “obsession”

Il nome è vero il cognome un mistero. Si chiama Marla Green, ha 22 anni, è romana ma soprattutto crea una musica che esula dagli schemi. Riesce a essere ai confini del folk, del pop, del rock, dell’elettronica…sfiora tutto ma non invade nulla riuscendo a essere unica.

Marla Green

Marla Green (foto di Evelyn Magrì)

Marla questo accento romano che sparisce nelle canzoni?
Mi fa piacere. Ci lavoro molto. Ascolto molto gli accenti anche dei colleghi.
La sua canzone più rappresentativa è Obsession.
E’ nata in modo strano. Facendo colazione ho iniziato a picchiettare sul tavolo e mi sono ritrovata un ritmo e un testo in un paio d’ore. La ho portata al mio mentore musicale Simone Sciumbata ed è nata Obsession.
Ne ha molte? Di ossessioni intendo.
Io le chiamo farfalline. Sì ne ho tante che volano in testa. Vorrei proporla allo Sziget Festival, chissà se mi ospitano sul loro palco.
Sarebbe bello…poi lei canta in inglese.
Ora sto scrivendo un brano in italiano ma il mio repertorio è in inglese. Ho vissuto un periodo a Londra, mi sono diplomata in canto pop.
Perché è tornata a Roma?
Sono di passaggio. Ho bisogno di lavorare qui, di crescere. Fra un anno non escludo di attraversare di nuovo la Manica ma in senso contrario.
Marla è un nome originale…
Lo ha scelto mia madre. Mio fratello si chiama Gilles. Sono nata il 17 luglio: in Italia si dice porti male, in America è il numero fortunato.

Marla Green

Marla Green (Foto di Evelyn Magrì)

Sarà che il suo destino è a stelle e strisce?
Non lo so. Posso dirle che il nome viene da una storia vera. Una ragazza vorrebbe fare la giornalista ma per mantenersi deve accettare anche di fare la modella. Un uomo le mostra interesse, lei non ricambia e lui la sfregia. E’ diventata una paladina delle campagne contro le violenze sulle donne.
Progetti per il 2017?
Serate a Roma, scrivere un bel brano in italiano da proporre per Sanremo 2018, tentare di avere uno spazio al concertone del Primo Maggio e poi Lo Sziget.
Quello torna sempre…
Il mondo che racconto è perfetto per quel Festival. Oltre a Obsession avrei anche Can’t feel my heart.
Scrive molto?
Fin da bambina. Qualunque situazione richiami la mia attenzione cerco di bloccarla su carta. Ad esempio da un sogno è nata l’idea di un concept album.
Scriverebbe per altri?
Sono molto gelosa. Ma per qualcuno sarei pronta.
Due nomi?
Elisa e i Landlord.
Ricorda la sua prima canzone?
Ho sempre masticato musica. Mio padre Adelio ha una azienda che affitta strumenti. Comunque la prima avevo 13 anni ed era dedicata al mare poi è nata Sunshine, direi la prima finita in forma-canzone.
Ascolti?
Dal babbo i Beatles. Lui vide il loro concerto al cinema Adriano di Roma. Li considero di famiglia.
I suoi?
Oggi mi intrigano gli M83 e il loro modo di usare la voce come un synth. Il mito resta Elisa. Poi ci metto Dido e Alanis Morissette. Ma anche Pink Floyd, Radiohead e Depeche Mode. Ho una canzone Anxiety che è molto nel loro stile. Credo che se cantata da un artista internazionale sarebbe da classifica.
Lei è internazionale…
Cresco, studio e tornerò all’estero.
Prima però lo Sziget.
Incrocio le dita e mi appello al 17 nella accezione americana!