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Donna Roma è il nuovo singolo di Nicole Riso

Una vittoria annunciata da un’estate di piazze e locali per la cantautrice/cantastorie Nicole Riso e la sua “Donna Roma”, brano che il 13 novembre sarà disponibile in radio e in download su tutte le piattaforme digitali.

Nicole Riso

Nicole Riso



Venerdi 19 ottobre è infatti andata in scena, dalla storica Sala A di Via Asiago, sede di Radio Rai, la 4a edizione del contest ideato da Elena Bonelli “Dallo Stornello al Rap” dedicato ai cantautori che raccontano Roma. Una giuria capitanata da Amedeo Minghi e composta da figli d’arte (Francesco Venditti, Gianmarco Tognazzi, Aisha Cerami, Francesco Fiorini, Corrado Guzzanti, Adriano Giannini, Cesare Rascel, Carlotta Proietti, Margherita D’Amico, Gianluca Guidi, Jacopo Fiastri) ha decretato la vittoria di “Donna Roma” con Nicole Riso che ha dichiarato:
 
 
“Grazie a chi mi ha contagiato Dallo Stornello al Rap. Emilio Stella e Mirkoeilcane con cui ho avuto il piacere di dividere un palco. Vittorio Cranio Randagio con cui purtroppo non potrò più dividerlo. Ai bravi musicisti che hanno suonato con me. Alla Noise Symphony e a Francesco Tosoni per aver impreziosito il brano. A Radio L’Olgiata che mi supporta e sopporta. Ma soprattutto grazie ad Elena Bonelli che crede in un sogno che sta contagiando tanti giovani cantautori”.
 
Nicole Riso ha iniziato nel 2015 il suo percorso cantautorale ad Area Sanremo con “Un Viaggio”, brano pop dedicato ai tanti giovani che lasciano l’Italia alla ricerca di fortuna all’estero. A questo pezzo sono poi seguiti altri brani tutti dedicati all’universo femminile, tra cui spicca “Non avrete il mio odio” la lettera d’amore dedicata a quella mamma deceduta nell’attentato del 13 novembre 2015 al Bataclan proprio la sera in cui Nicole iniziava il suo primo tour su un palco di Milano.
 
Nel 2017 nasce il progetto “Donna Roma” dove la musica tradizionale romana intreccia i suoni di infiniti generi musicali con testi scritti in un linguaggio semplice e popolare, che raccontano storie di vita della Capitale ma che sono simili ad ogni altra città italiana. Storie come quelle che faranno parte dell’album e dello spettacolo in preparazione, come Nino e Antonio e la loro storia d’amore contrastata dalla società; o Fortunella e la sua gioventù da precaria.
 
“Donna Roma” è stata presentata quest’anno in anteprima negli eventi collaterali del Festival di Sanremo; poi nel maestoso scenario del Circo Massimo, accompagnata dai gladiatori del Gruppo Storico Romano, durante i festeggiamenti per il Natale di Roma. Sono poi seguiti una serie di eventi in piazza tra cui l’apertura del concerto de L’Orchestraccia davanti a 5.000 persone. Ma “Donna Roma” è stata apprezzata anche oltre i confini regionali: in Toscana è arrivata tra i sette finalisti del Premio Valentina Giovagnini, unico brano cantautorale in dialetto.
 
“Donna Roma” è prodotto, con la direzione artistica di Francesco Tosoni, da Radio L’Olgiata Media Group in collaborazione con l’etichetta Noise Symphony,due realtà impegnate sulla scena romana con una sinergia che ha dato vita ad INDIeFFUSIONE, un progetto che sta valorizzando la musica indie ed emergente nella Capitale.
 
In “Donna Roma” hanno suonato: Samuel Stella (chitarre) Ruggero Giustiniani (batteria) Martina Bertini (basso) Stefania Nanni (fisarmonica).

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Satori Junk, The Golden Dwarf: la recensione di Federico Moia

Tra i mille sottogeneri del metal, uno dei più ostici, complessi, quasi indigeribili, è sicuramente il doom metal. Tempi dilatati, atmosfere opprimenti, riff ipnotici e ripetitivi che danno l’impressione di addentrarsi in un labirinto di suoni e suggestioni. Un genere difficile e di nicchia, che però non ha scoraggiato i milanesi Satori Junk a comporre la loro seconda fatica discografica, due anni dopo l’esordio omonimo.

Satori Junk

Satori Junk

di Federico Moia

The Golden Dwarf mostra un’evoluzione nel suono dei nostri. Il sound, pur non allontanandosi dai canoni dettati dai maestri del genere, si è evoluto arricchendosi di personalità e lasciando capire il percorso artistico intrapreso. L’approccio al disco può essere difficoltoso, data anche la lunghezza dei pezzi, e solo dopo vari ascolti si iniziano davvero ad apprezzare le trame musicali tessute dai quattro milanesi. Dopo una breve intro, si parte con All Gods Die, che mette in luce le molteplici influenze della band. Una partenza quasi jazz, con colpi di batteria appena accennati e una voce suadente che inizia ad avvolgere l’ascoltatore. A metà pezzo l’atmosfera cambia di colpo e ci si ritrova avviluppati da riff ipnotici e avvolgenti e tastiere psichedeliche che modulano melodie inafferrabili e variopinte. La traccia apparentemente monotona cambia spesso e repentinamente proponendo ritmi sempre diversi. Se All Gods Die giocava ancora con influenze jazz e melodie fusion, la successiva Cosmic Prison incede pachidermica con riff pesantissimi e quasi monotòni che proseguono imperterriti per tutti i 10 minuti abbondanti della canzone, lasciando spazio solo a intermezzi di suoni alieni, che sembrano uscire dai “migliori” film sci-fi di serie B. Le atmosfere spaziali portano l’ascoltatore sempre più in profondità, in un vortice che sembra non finire mai, con la voce del vocalist Luke Von Fuzz che si allontana sempre di più nella spirale cosmica in cui siamo ormai intrappolati. Psichedelie cosmiche al sintetizzatore, suonato sempre da Von Fuzz, danno il via alla successiva Blood Red Shine che prosegue il trip. Il gioco tra la chitarra di Chris e il basso di Lory Grinder si fa qui più intricato, tra i numerosi break e – finalmente – da alcuni assoli melodici davvero pregevoli che rimandano alle origini stesse del doom, ovvero ai maestri indiscussi Black Sabbath. La canzone è anche la più corta dell’album, poco più di 5 minuti, anche meno se si esclude la lunga outro tra campane, piatti e strumenti orientali che conducono nella successiva e mastodontica Death Dog. L’inizio riprende la melodia accennata nel pezzo precedente, ma qui i sintetizzatori passano momentaneamente in secondo piano, dando più risalto ai riff stoner di chitarra. Anche la voce quasi strascicata riporta alla mente tanti gruppi del passato che è innegabile abbiano avuto  un’influenza sul quartetto milanese. Oltre ai già citati Black Sabbath, vale la pena ricordare gli Electric Wizard – che più di tutti si avvicinano al sound proposto dai Satori Junk – e gli Sleep. Riff monolitici e incursioni elettroniche rendono Death Dog sicuramente la traccia più pesante di tutti. Un vero macigno che incede in un crescendo di violenza e follia lungo tutti i 15 minuti del pezzo. Si chiude con la title track, The Golden Dwarf, che racchiude tutta la potenza  immaginifica ed evocativa dei quattro, inquietante nella sua lentezza esasperata. Piccola chicca finale, la cover di Light My Fire dei Doors, spettrale e angosciante, in cui i riff che furono di Robby Krieger sono dilatati e distorti all’inverosimile e la voce è quasi un pallido velo che ricopre il tutto. Che dire? The Golden Dwarf non è certo un disco di facile assimilazione e richiede ascolti attenti per poter essere compreso nelle sue molteplici sfumature. L’incrocio di doom metal, stoner, acid rock e jazz crea atmosfere particolarissime, in cui immergersi, cadere in catalessi sospesi tra sogno e realtà, perennemente in bilico sul baratro. Una conferma della bontà e della fantasia espressa dalla scena metal tricolore, con la speranza che possa sempre più riscuotere gli apprezzamenti e il successo che merita.

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Il racconto di Roberto Vecchioni è una lunga canzone verso l’Infinito

A distanza di cinque anni dal suo ultimo lavoro discografico, il 9 novembre esce L’infinito, il nuovo album di Roberto Vecchioni. Lo abbiamo incontrato nella meravigliosa cornice del teatro Gerolamo di Milano per farci raccontare il lavoro dietro questo album.

La cover de L'Infinito di Roberto Vecchioni

La cover de L’Infinito di Roberto Vecchioni

di Carlotta Sorrentino

L’album è composto da dodici tracce inedite che lui definisce dodici momenti di una storia. “…non dodici canzoni, ma una sola lunghissima canzone divisa in 12 momenti”. L’album uscirà solamente in analogico (cd e vinile) non in streaming o download, scelta fatta per andare in controtendenza con il “consumo” decontestualizzato e rapido dei brani. Il susseguirsi dei brani è parte integrante della narrazione. In questo album ogni parole è importante! L’album contiene due importanti collaborazioni. In primis Morgan, nel brano Com’è Lunga La Notte, per il cantautore Morgan è come un figlio che in questo brano interpreta lo stesso Vecchioni in una ironica autobiografia del professore  della musica. L’altra collaborazione vede il ritorno sulle scene di un altro big della canzone d’autore: Francesco Guccini. “Convincerlo non è stato faile, sono andato a casa sua e gli ho detto di ascoltare tutto l’album, lui si è seduto e lo ha ascoltato tutto in silenzio, quando è terminato si è alzato e mi ha abbracciato, siamo stati abbracciati un bel po’”. Due padri della canzone d’autore si rivolgono alle nuove generazioni invitandole a sfidare l’impossibile. Francesco Guccini e Roberto Vecchioni duettano per la prima volta nel singolo Ti Insegnerò a Volare, ispirato al grande Alex Zanardi. Le foto dell’album e la cover sono opera di Oliviero Toscani. Tra i vari artisti che hanno partecipato a quest’album troviamo anche il bassista Marco Mangelli, che nonostante non stesse bene ci teneva molto a suonare in basso in questo album. “Questo è il ricordo più bello, tutte le volte che ascolto l’album non cerco la mia voce ma il suono del basso che mi riporta ai momenti di divertimento passati insieme”. L’album si conclude con il brano Parola, questo brano vuole essere un elogio sulla morte della parola “fuori tema” nel contesto dell’album che vuole essere prevalentemente un inno alla vita e all’uomo. A marzo ripartirà in tour e ci “spoilera” che questo non sarà il suo ultimo album.