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Claudio Baglioni Al Centro della Musica: recensione, scaletta e date

Per festeggiare i 50 anni della sua carriera, Claudio Baglioni sceglie uno spettacolo a 360° degno di uno dei pilastri della musica italiana. L’Arena di Verona è stata scelta come luogo di inizio per questo memorabile tour ospitando l’artista per tre serate di fila, di cui quella di sabato 15 trasmessa in diretta su Rai 1 alle ore 21:00 (regia di Duccio Forzano).

Claudio Baglioni fotografato da Angelo Trani

Claudio Baglioni fotografato da Angelo Trani

di Antea Morbioli

La grande sfida è stata quella di voler posizionare il palco al centro inaugurando così, sia per l’Arena sia per  Claudio Baglioni, un’esperienza unica nel suo genere. Tutti i posti sono quindi numerati per ospitare fino a 17 000 spettatori, dando la possibilità al pubblico di godere di una visuale totale e senza aree privilegiate. Con 450 metri quadrati e 8 pedane computerizzate, il palco fa da scenario a quello che Baglioni definisce viaggio: il percorso senza soste ma incredibilmente piacevole che ha sperimentato insieme a tutti gli organizzatori nella preparazione dello show, ma anche il ripercorrere delle tappe importanti della sua carriera insieme ai suoi fan. Difatti lo spettacolo è stato concepito come un romanzo musicale da narrare in ordine cronologico, ovvero dalla prima canzone del 1968 fino ad oggi, scegliendo 35 brani su un repertorio di 400 totali e facendo in modo che ciascun album abbia almeno un pezzo che lo rappresenti all’interno dello
spettacolo. In occasione di questo evento, esce anche il cofanetto contenente 4 CD con 50 successi del grande artista e il video musicale di Al centro (ora online), che rappresenta il vero e proprio viaggio di una folla entusiasta, mescolata a grandi volti del cinema italiano, per arrivare in Arena dove si trova Claudio.

Concerto
Lo spettacolo inizia con il brano che dà nome al tour, Al centro. Un brano strumentale con un grande coro, poiché Baglioni stesso ammette di aver voluto creare una sorta di colonna sonora dedicata a tutta la sua carriera. Il palco è sfruttato pienamente: sulla sua superficie vengono proiettate immagini diverse a seconda delle situazioni e nei quattro angoli si trovano i vari musicisti, in tutto 22 e polistrumentisti. Dei ballerini camminano veloci da una parte all’altra con delle valige in mano (simbolo per eccellenza del viaggio) ma alla fine sul palco rimane solo un viaggiatore: Claudio Baglioni, che fa emozionare subito con Questo piccolo grande amore e il pubblico si illumina di lucine colorate. “Benvenuti, bentrovati e bentornati nel mercato delle emozioni e delle sorprese” così Claudio saluta le persone venute ad acclamarlo, mentre il palco si trasforma in una piazza con un via vai di ragazze corteggiate da militari sulle note di Porta Portese. Prende in mano la chitarra per Quanto ti voglio, mentre coppie di ballerini danzano leggiadre attorno a lui. Il romanticismo continua nei successivi Con tutto l’amore che posso e Amore bello dove l’Arena si tinge di rosa, per poi lasciare spazio a W l’Inghiterra, in cui Baglioni si ritrova circondato da scozzesi e ombrelli in vero stile british. Torna alla chitarra per Io me ne andrei e con E tu scalda tutti i cuori, mentre il mare  sul suolo sfiora di continuo i suoi piedi. “Ho anche corso da fermo per andare il più lontano possibile” afferma Claudio, anticipando Poster e poi a ruota Sabato pomeriggio, Quante volte e Solo. Quando è il turno di Un po’ di più delle ragazze ballano in modo molto sensuale su delle sedie e, dopo altri brani, è ora di accontentare anche il pubblico femminile con un gruppo di ragazzi euforici e atletici che si scatena con Via. Fino a ora la serata è stata un’esplosione di colori, coreografie e scenette coinvolgenti magistralmente coordinate dalla regia di Giuliano Peparini, il quale ha ammesso quanto fosse stato difficile creare uno show per qualcuno che si ammira, ma allo stesso tempo anche facile poiché le immagini uscivano spontaneamente attraverso il racconto delle varie canzoni. È quindi il momento di fare una breve pausa, come suggerisce l’entrata in scena di un pianoforte suonato da Walter Savelli, per dare tempo al protagonista di cambiarsi d’abito. Claudio rientra con una chitarra e intona Strada facendo, accompagnato unicamente dalle coriste. Anche in questa seconda parte, è un susseguirsi di canzoni senza sosta come Avrai, Uomini persi e Notte di note, note di notte, dove sembra di essere in un sogno con tanto di funambolo acrobatico. E ancora tanti brani, Baglioni non mostra nessun cenno di stanchezza e la sua voce risuona del tutto limpidissima mentre canta insieme al pubblico Mille giorni di te e di me e poi, con Acqua dalla luna, lascia spazio ai bravissimi giocolieri e circensi che condividono con lui il palco. Secondo e ultimo stacco con il pianoforte che porta alla fase finale dello show, con i brani più recenti dell’artista. Qui la situazione è meno sfarzosa di quella iniziale, forse perché Claudio Baglioni voleva arrivare al centro del suo viaggio e quindi sentire maggiormente la vicinanza con i suoi fan. Purtroppo verso la fine di Sono io inizia a piovere ma, nonostante ciò, Claudio si dimostra una tigre fino alla fine e canta gli ultimi due brani, Tutti qui e Con voi, con il pubblico rimastogli fedele anche sotto l’acqua. Lo spettacolo, prodotto da F&P Group e Bag, è stato un successo: più di tre ore filate di grandi pezzi, accompagnati da ottimi musicisti e coriste ed il tutto arricchito dall’eccellenza di oltre 150 performers, con 20 cambi d’abito in scena. Il tour si dividerà in due periodi, in modo tale da rendere possibile il lavoro a Sanremo dell’artista, e magari la tappa finale sarà proprio l’Arena di Verona come chiusura di un cerchio, di un viaggio.

TOUR “AL CENTRO”: PRIMA PARTE
16 e 17 ottobre – Nelson Mandela Forum di FIRENZE
19, 20 e 21 – Pala Lottomatica di ROMA
23 e 24 ottobre – Pala Prometeo di ANCONA
26, 27 e 28 ottobre – Mediolanum Forum di MILANO
30 ottobre – Pala Evangelisti di PERUGIA
2, 3 e 4 novembre – Pal’Art Hotel di ACIREALE (CT)
6, 7 e 8 novembre – Pala Florio di BARI

10 e 11 novembre – Pala Sele di EBOLI (SA)
13 e 14 novembre – Unipol Arena di BOLOGNA
16 e 17 novembre – Kioene Arena di PADOVA
20 e 21 novembre – Pala George di MONTICHIARI (BS)
23 e 24 novembre – Pala Alpitour di TORINO

TOUR “AL CENTRO”: SECONDA PARTE
16 marzo – Modigliani Forum di LIVORNO
26 marzo – Palasport di REGGIO CALABRIA
29 marzo – Pala Lottomatica di ROMA
2 aprile – Pala Rubini Alma Arena di TRIESTE
5 aprile – Forest National di BRUXELLES
7 aprile – Hallenstadion di ZURIGO
9 aprile – RDS Stadium di GENOVA
15 aprile – Pala Verde di TREVISO
24 aprile – Nelson Mandela Forum di FIRENZE

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Wolfen Reloaded – Changing Times: la recensione di Federico Moia

Riemergono dalle nebbie del tempo i Wolfen. Chi? Domanda legittima visto che la band non è tra le più conosciute e probabilmente il loro nome non suonerà familiare neppure agli appassionati più appassionati di hard rock.

Wolfen Reloaded

Wolfen Reloaded

Di origine bavarese, il gruppo è stato attivo per circa un decennio, tra la metà degli anni ’80 e il 1996, quando si sciolse per “divergenze artistiche e personali”. Nel 2009 la reunion ad opera del cantante Christian Freimoser, del chitarrista Wolfgang Forstner e del bassista Thomas Rackl, con il nuovo nome Wolfen Reloaded, e il nuovo EP, Open your Eyes. Se il breve flashback non accende nessuna scintilla della vostra memoria, tranquilli, è normale. D’altronde stiamo parlando di una band conosciuta probabilmente solo a Monaco e dintorni. Secondo quanto riportato sulla loro pagina Facebook, dopotutto, sono stati “una delle migliori band della Baviera meridionale”. Fatto sta che negli ultimi anni i quattro teutonici hanno conquistato la loro (piccola) fetta di pubblico, arrivando ad aprire per realtà più affermate come i connazionali Pink Cream 69 o addirittura Geoff Tate, ex vocalist dei Queensryche. Proprio i Queensryche sembrano essere una delle maggiori fonti di ispirazione del quartetto per questo Changing Times, edito qualche settimana fa dalla partenopea Volcano Records.

Echi della band culto son percepibili soprattutto nelle sfumature più progressive del loro sound, riscontrabili in brani come Promised Land, con i suoi cambi di tempo e i suoi passaggi più articolati. Niente di sconvolgente o di troppo tecnico: i brani sono comunque diretti e immediati. Altri modelli sembrano essere i Deep Purple o gli UFO, gruppi che propongono, in generale, un hard ‘n’ heavy con sfumature blues, come nei brani All the Heroes e A Million Faces, grazie anche alla voce di Freimoser, calda e avvolgente. Nonostante le ispirazioni principali vengano direttamente da gruppi nati tra gli anni ’70 e ’80, il sound dei Wolfen è decisamente moderno, debitore di tutta quella frangia di metal melodico americano tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, come Alter Bridge. Un prodotto quindi in bilico tra tradizione e modernità, che sicuramente potrà incontrare i gusti degli appassionati di heavy metal classico, tra riff energici (l’intro di Tomorrow Never Comes o Cyber Nation, la più aggressiva del lotto) e ritornelli di facile assimilazione (Amazing). Tirando le somme, la nuova fatica discografica dei Wolfen è un album solido e ben prodotto con dieci mid-tempo quadrati e robusti. Il rovescio della medaglia è forse la scarsa originalità della proposta musicale. Nonostante le canzoni siano interessanti e convincenti, l’effetto “già sentito” è inevitabile. Nessuna canzone può dirsi davvero innovativa o memorabile. Al di là della bravura dei musicisti – tra tutti il batterista Manuel Wimmer che regala ai brani una base robusta e ricca di tecnicismi – e dell’impegno profuso, il disco fatica un po’ a trovare una propria identità. La grinta, l’energia che il quartetto profonde nei brani è più nelle intenzioni che non nel risultato finale. Sono molti i brani in cui sembra che vogliano ingranare la quarta con il freno a mano tirato, facendo sì che i pezzi risultino forzatamente “trattenuti”. Rimane in ogni caso un ascolto consigliato per chi voglia puntare su un sano e rassicurante hard rock.

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Alanis Morissette: il racconto di una notte di musica ed emozioni

Alanis Morissette in concerto a Milano. ha seguito il concerto per Note Spillate Federica Infante, songwriter piacentina da poco uscita col disco Non importa, che la conferma tra le songwriter più strutturate e profonde degli ultimi anni. Aspettandola in tour, leggete la sua sentita recensione e soprattutto fatevi accompagnare, in vacanza, dal suo disco.

Alanis Morissette a Milano

Alanis Morissette a Milano

di Federica Infante

Ci sono concerti emotivamente sconvolgenti, quelli che fai giorni a guardare il biglietto nell’attesa e che poi conservi per incorniciarlo, quelli che arrivi ai cancelli ore prima per arrivare davanti al palco, quei concerti che canti tutte le  canzoni urlando così forte come se anche Dio dovesse arrivare a sentirti. Poi ci sono concerti oggettivamente sconvolgenti, quelli che ti inondano di un’emozione inaspettata e perdurante nei giorni, quei concerti che alla fine ti fanno dire: accidenti, sapevo che sarebbe stato bellissimo ma non me lo aspettavo così “tanta roba…Si…tanta roba..oggi si dice così penso. Ma il pubblico dell’altra sera non era quello di oggi, era fatto di gente che di concerti ne ha visti tanti, dove la maggior parte del pubblico è arrivato non alle 15 ma in tempo, dopo una giornata di lavoro, camminando, preparando il cuore passo dopo passo ad accogliere una delle artiste internazionali più brave e stimate al mondo. Un pubblico rispettoso, amorevole. Un pubblico che ancora alza le mani per applaudire e che tira fuori il telefonino solo per immortalare il “pezzo storico”… fatto di quella classe di sognatori che ormai qualche sogno l’ha dovuto chiudere a chiave nel cassetto ma che ancora sa dove andare a cercare la bellezza … eccoli qui, c’erano tutti. Eravamo pronti a ritrovarla, come una vecchia amica che torna dopo un viaggio importante…ciao Alanis, ti stavamo aspettando, com’è andata? Noi tutto bene…siamo rimasti qui in attesa del tuo ritorno. Ma Alanis non scende dal treno, è ancora di passaggio in un suo percorso continuo ed infinito 21.20 circa, si accendono le luci e parte la musica di una band composta da musicisti che solo da come salgono sul palco capisci che hanno i cosiddetti controcazzi, la gente allunga il collo a cercarla, ed eccola salire con una camminata quasi sbarazzina suonando la sua armonica a bocca, e anche se il taglio cortissimo di capelli ti colpisce e lascia sbalorditi per un attimo, ti ritrovi subito involontariamente a sorridere davanti a tanta felicità, ecco una che fa quello che le piace e accidenti se lo fa bene.

In un’era dove agli artisti viene chiesto di avere un look ed uno stile identificativo, avere un modo di fare particolare, dove “tirarsela un po’” pare essere necessario, Alanis Morissette ha un semplice pantalone di pelle ed una camicia bianca, sorride e cammina percorrendo tutto il palco perché lei è vestita e brilla semplicemente della sua straordinaria bravura. Cammina a destra e sinistra, sembra quasi non guardarci, e canta con il microfono a mezzo metro dalla bocca per dosare la potenza impressionante della sua voce che negli anni non è cambiata. Il primo pezzo è “All i really want”, la gente la segue, balla e canta con lei a darle il benvenuto e sulla coda dell’ultima nota parte uno di quegli applausi lunghi, rumorosi, scaldanti ed eccola che finalmente “mette la testa fuori dal finestrino” per un attimo e sorridendo dice: “i missed you” (mi siete mancati) A tutti noi ormai conquistati e completamente affascinati non ci è rimasto altro da fare che andare avanti con Lei e seguirla con “21 things i want in a lover” Alanis inizia a muoversi come in una danza con i suoi musicisti, sembrano un tutt’uno…un’onda che trascina lei e tutti noi, e ancora tutto d’un fiato “Forghiven” e Woman down”. Alanis non sta mai ferma continua a percorrere tutto il palco e accidenti che forza travolgente trasmette mentre si dimena e suona la sua chitarra glitterata nera, sembra un vera rocker ed ha un’energia da quindicenne. Ringrazia con il “nostro grazie” il pubblico entusiasta, e lo fa quasi timidamente, o per non uscire mai del tutto dal suo intimo e personale mondo, o forse per tenere sempre “qualcosa solo per se”.

I primi accordi del quinto pezzo infiammano il pubblico e penso di aver sentito come una bolla di emozione creatasi dalla pelle d’oca di tutti i presenti alzarsi ed abbracciarci tutti cantando una delle canzoni più belle di Alanis che ci consola e ci da forza con “You learn” e da li giù in una discesa dolce verso la malinconica “Mary Jane” cantata divinamente ogni parola una scossa sotto la pelle, è l’esempio che lei non solo canta, lei suona con la sua voce, i vocalizzi finali ascoltati in silenzio reverenziale prima di un applauso sincero e riconoscente che dura tutto il tempo che lei va ad abbracciare di nuovo la sua chitarra glitterata, questa volta d’oro, e penso lo abbia fatto sorridendo pregustando lo “scossone” che stava arrivando ed ecco che con un quattro deciso del batterista ci fa spiccare il volo attaccando energicamente con “Guardian” e queste note ci fanno saltare con lei che suona e di dimena energeticamente sul suo palco, nel suo mondo, nella sua bellezza, in una grandezza che possiamo probabilmente solo percepire noi da qui, ma abbastanza che sembra quasi di sentire il suo sudore, il suo dolore. E poi “Right through you” se la concede un po’ per se stessa, sciogliendo il collo come un pugile all’angolo, forse perché sa che stanno per arrivare…ed arrivano puntuali e forti le voci di tutti su “Hand in my pocket” e ci rapisce ancora sulle note della sua armonica (mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci). La successiva “Everything” la dedica a noi “this song is for you” e si..ti vediamo ora nitidamente e ti seguiamo ancora senza sosta con “sister blister” che torna con dei suoni più decisi e impattanti e dopo un cambio scarpe sul palco, si il palco è casa sua con le finestre aperte per noi, il suo pubblico canta quasi ipnotizzato “Head over feet” e a squarcia gola “Hands clean”, ed infine, come a volerci piazzare il colpo al cuore finale, chiude la tripletta con “Ironic” che viene accolta con un boato da stadio, e questa ce la concede e ce la fa cantare, e se la gode, e se la prende tutta ‘sta vagonata di bene che le sta arrivando da qui giù.

Ma la concessione finisce subito perché Alanis “You oughta know” se la canta tutta con una potenza vocale impressionante e ci scarica tutta la sua rabbia e tutta la sua potenza prima di arrivare a “Wake up” e scatenarsi di nuovo con la sua chitarra nell’assolo finale ed per poi salutare fugacemente con un bacio ed un grazie il suo pubblico prima di scendere dal palco. E li senti come con un pizzicotto che ti riporta sulla terra ferma a cercare di capire cosa diamine è successo? E ti accorgi che Alanis non è mai scesa dal palco tra noi ma ha fatto molto di più: ci ha attirato e ci ha fatto salire tutti noi sul suo treno, per un attimo ha condiviso il suo viaggio. I musicisti risalgono e con un bellissimo solo di pianoforte inizia il primo dei due bis “Unvited” un brano che vivi quasi come un “presagio” e l’angoscia la senti tutta chiaramente quando Alanis attacca e ti viene una pelle d’oca alta mezzo metro. E allora capisci chiaramente che la bellezza e la grandezza pura e autentica non ha bisogno di tante parole, di un vestito con lustrini, di pochi sguardi e tu puoi solo sentirti grato di aver potuto viverla per un po’ e lo capisci, lo senti che è giunto il momento di salutarci mentre lei scarica le ultime energie in una sua danza irrefrenabile ed energica percorrendo tutto il palco. Ci siamo: l’inconfondibile intro del synth di “Thank you” sono il suo saluto a noi, forse per la prima volta in tutta la sera ci guarda nitidamente, ci ringrazia e ci saluta timidamente mentre noi siamo completamente sconvolti e con la bocca aperta. Quante altre donne possono vantare una carriera così solida? Quanto spessore e sincerità artistica ci vogliono per essere così grandi e trasmettere così tanto? Ma lei sembra quasi non saperlo, gestisce tutto con gratitudine ed umiltà, spiazzandoci ancora una volta di fronte ad un artista “tutto arrosto e niente fumo” e che, diciamolo chiaramente, dovrebbe essere presa come esempio da molti. Quindi no Alanis , assolutamente “thank to you” e Ciao…ti aspetteremo di nuovo qui quando vorrai !