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Alcest un concerto tra sperimentazione e misticismo: la recensione

Il Santeria Social Club è la location adatta per concerti di nicchia, in un’atmosfera intima e in cui è possibile entrare in contatto direttamente con gli artisti, stringendo nuove amicizie e condividendo la passione per la musica con altri fan.

Alcest

Alcest

di Federico Moia

La serata del 28 settembre ce lo conferma nuovamente, con il concerto dei francesi Alcest. Attivi da quasi 20 anni, il gruppo capitanato da Neige (al secolo Stephane Paut) ha saputo conquistare una fanbase fedele e appassionata, grazie a un sound che spazia attraverso vari generi, dal post-rock allo shoegaze. Lo dimostra il fatto che il Santeria è gremito, con il pubblico che riempie ogni angolo della sala. Tantissimi metalhead, ma anche tanti giovanissimi appassionati di musica alternativa e sperimentale (quasi “hipster”, diciamo), compongono una platea attenta ed eterogena. Prima degli headliner, la sorpresa dei Vampillia. La band giapponese, o come si definiscono loro brutal orchestra, si presenta puntuale sul palco del Santeria alle 20, anche se in forma ridotta. Dei 13 membri del loro ensemble, solo sette musicisti si esibiscono stasera. La particolarità del gruppo è di unire la furia e l’aggressività tipica del black metal con l’armonia e la dolcezza portata dalle tastiere di Yamamoto-san e dal violino di Rei Miyamoto. Il risultato è un continuo alternarsi tra passaggi aggressivi, velocissimi, e melodie sognanti. I suoni sono nitidi e, nonostante il caos musicale prodotto dal gruppo, ogni nota, ogni strumento è
distinguibile. Vero fulcro dell’esibizione è il corpulento vocalist Possession Mongoloid (così si fa chiamare) che sperimenta e gioca con la voce, producendo effetti sonori “impossibili” e avvolgenti. Il pubblico è partecipe e viene trascinato dai musicisti che scendono di tanto in tanto dal palco per motivare la platea e coinvolgerla in bizzarre coreografie. Un piccolo problema alle chitarre che impone uno stop di una decina di minuti, non inficia la bellezza di un’esibizione perfetta. La follia sperimentale dei Vampillia è promossa a pieni voti. Pochi minuti di cambio palco ed è finalmente la volta degli headliner.

Gli Alcest vengono accolti da un boato, segno di quanto la band sia apprezzata. A Neige, in particolare, è tributato un lungo applauso non
appena si piazza al centro dello stage, posizione che non abbandonerà mai durante l’ora e venti di show. L’occasione è di quelle speciali: verrà infatti eseguito per intero l’ultimo album del gruppo, l’apprezzatissimo Kodama, che segna il ritorno alle sonorità più tipicamente metal, dopo alcune sperimentazioni in altri generi. Si parte subito con la title track Kodama, seguita a ruota dalla lunga Eclosion. Riff ipnotici, ritmi lenti e cadenzati, linee di chitarra uniformi e monolitici trasportano subito il pubblico nella dimensione onirica degli Alcest, dipinta dalle melodie malinconiche del mastermind Neige, che sembra provengano da un’altra dimensione, come ricorda il titolo della successiva Je suis d’ailleurs (io sono dell’altrove), in cui il muro sonoro composto dai distortissimi assoli di Neige e dal blast beat di Winterhalter (l’unico altro membro della band, gli altri sono turnisti) diventa ancora più pesante e opprimente. L’atmosfera è aliena, evocativa, distante, introspettiva. Gli Alcest sono un gruppo da ascoltare in silenzio. Non si presta a cori da stadio o a platee scatenate. Appaiono distanti e silenziosi e anche l’interazione col pubblico è minima, ridotta a sporadici ringraziamenti e timidi saluti di Neige, che appare quasi a disagio davanti a fan così calorosi. È una costante del genere (o uno dei generi) proposto dagli Alcest: lo shoegaze, in cui i musicisti impegnati in lunghissimi brani pachidermici raramente interagiscono con il pubblico, concentrati solo sulla musica. E gli spettatori rispettano questo velo che li separa dagli artisti, mentre loro appaiono ancora più distanti e impercettibili coperti dal fumo e immersi nelle luci fredde. Dopo una quarantina di minuti, la riproposizione di Kodama finisce e la band offre un’altra manciata di brani provenienti da tutta la loro discografia, come Souvenirs d’un autre monde, dall’album omonimo del 2007, o Là où naissent les couleurs nouvelles, da Les Voyages de l’Ame del 2012, tutti suonati con il solito serafico distacco. Il bis è riservato alla sola monolitica Délivrance, 10 lunghissimi minuti lontani dai paradigmi metal e che si avvicinano a sonorità più mainstream di derivazione Sigur Ros. Ringraziando quasi impacciato, Neige saluta il pubblico e si ritira senza troppe cerimonie nel backstage, seguito dai suoi compagni. Un concerto intenso ed emozionante per tutti coloro che sanno lasciarsi catturare dalle melodie sognanti e impenetrabili degli Alcest. Non un genere facile, ma un’esperienza quasi mistica che tutti gli amanti delle sonorità più sperimentali e alternative dovrebbero provare. Alla prossima!

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Voivod, il concerto: LA RECENSIONE di Federico Moia

Suggestioni futuristiche, panorami post-apocalittici, derive tecnologiche e stridii cibernetici. Ecco ciò che ci si aspettava da un concerto dei Voivod, band di culto più unica che rara nel panorama heavy metal, che ha animato il Santeria Social Club giovedì 20 settembre. Nonostante i numerosi tour europei che regolarmente raggiungono anche il nostro Paese, quello di quest’anno prometteva di essere davvero speciale: la band canadese infatti compie 35 anni di attività, un anniversario importante e tutto da festeggiare attraverso i più grandi successi del gruppo.

Voivod

Voivod

di Federico Moia

Proprio per quest’occasione, oltre al concerto, il locale ospita anche la mostra itinerante delle opere d’arte di Away (Michel Langevin), batterista fondatore della band e autore di tutti gli artwork e delle copertine dei dischi. Una ventina di disegni in bianco e nero che evocano le suggestioni post-apocalittiche di cui parlavamo. Ma non è tutto. Il tour è anche dedicato alla nuova fatica discografica dei nostri, The Wake, che esce in tutti i negozi proprio oggi, trasformando il concerto di ieri sera in un vero e proprio release party. Ma andiamo con ordine, partendo dalle due band in apertura, i Game Over e i Nightrage. Puntualissimi alle 20,30 salgono sul palco i Game Over, band originaria di Ferrara, impegnata in un classicissimo thrash metal che pesca a piene mani dai maestri americani del genere, come Megadeth, Overkill o i primi Metallica. I quattro musicisti danno sfogo a tutte le loro energie saltando e correndo su e giù per il piccolissimo palco, ingombro delle strumentazioni delle band che li seguiranno. Il loro set dura solo 20 minuti, ma le loro canzoni rabbiose e piene di grinta colgono nel segno, nonostante l’affluenza all’interno del locale sia ancora poca.
Seguono i greco-svedesi (come loro stessi tengono a sottolineare) Nightrage, che invece propongono un death metal molto melodico, di chiara scuola svedese e che ricorda band come Soilwork o At the Gates. Tra una From ashes into stone, dal loro album The Venomous del 2017, e una Stare into infinity, a colpire è soprattutto la simpatia del cantante Ronnie Nyman, che scherza e ride con il pubblico tra battute e prese in giro. Per il gran finale scende dal palco e inizia a incitare e a “ballare” con il pubblico direttamente in platea. Esibizione divertente e convincente. Promossi!

Si arriva finalmente ai veri protagonisti della serata. Come detto in apertura, i Voivod sono legati a doppio filo all’immaginario futuristico, distopico e cibernetico che fa da cornice alle loro canzoni e che ispira i loro testi. Difficile identificarli in un genere preciso: troppo diretti per fare progressive, troppo poco “cattivi” per fare thrash, troppo melodici per il punk e troppo legati agli strumenti tradizionali per sconfinare nell’industrial. Le loro canzoni sono ricche di cambi di velocità, dissonanze, stacchi, tempi dispari che rendono la loro musica aliena, difficile da assimilare ma allo stesso tempo immediatamente distinguibile. Giocano con la strumentazione producendo effetti spaziali, cibernetici, futuristici. La voce a volte stralunata, a volte avvolgente, a volte stridula del singer Snake (soprannome di Denis Belangér, la band è famosa anche per i nomignoli con cui si chiamano i membri del gruppo) si adegua ad ogni passaggio e
sottolinea le esasperazioni e i terrori di un futuro in cui la tecnologia la fa da padrone e in cui il genere umano è impotente. Come si diceva in apertura, il concerto è allo stesso tempo una celebrazione del loro trentacinquesimo anniversario, sia un release party del nuovo disco e la scaletta salta con equilibrio tra brani recenti e classici degli album degli anni ’80 e ’90. Si parte proprio con una delle ultime novità, Post Society del 2016, con cui i circa 500 presenti in ovazione accolgono la band, per poi fare subito un salto indietro nel tempo con Ravenous Medicine, inno contro la scienza degenerata e senza regole derivante dal loro capolavoro del 1987 Killing Technology. Da dietro le pelli della batteria, il brizzolato Away sempre sorridente, come se stesse suonando per la prima volta davanti a un pubblico. Accanto ai due membri storici della band, in formazione dal 1983, i più giovani Chewy (Daniel Mongrain), alla chitarra, e Rocky (Dominique Laroche), al basso, che in ogni caso non sfigurano e conquistano il pubblico con la loro bravura e la loro carica di simpatia: impossibile non sorridere davanti alle boccacce che Chewy farà per tutta l’ora e venti di concerto. Si continua a tutta birra sempre in bilico tra i brani dell’ultimo album, tra cui Obsolete Beings, Iconspirancy, Fall e Always Moving, e i super classiconi della band come Into the Hypercube, The Prow o Order of the Blackguards. Il concerto scorre veloce in un clima rilassato e sereno. La band e il pubblico stringono subito un forte legame. La barriera tra pubblico e artisti si infrange subito. I Voivod sono estremamente cordiali e amichevoli, non rifiutano mai una stretta di mano, un “cinque” o l’abbraccio di un fan. Una vera e propria festa metal in un clima di famiglia. Prima del gran finale la band si presenta ufficialmente accennando una piccola fanfara per ogni membro del gruppo (dall’orientaleggiante danza del ventre per il sinuoso Snake fino al tema di Rocky per il membro omonimo) e chiede un’ovazione particolare per Piggy (Denis d’Amour), membro fondatore del gruppo, morto di cancro nel 2005. Il Santeria Social Club si fa un tutt’uno gridando il nome del chitarrista defunto. Il momento toccante dura solo un attimo prima che tutta l’energia esploda nella rabbiosissima Voivod, dall’album d’esordio punkeggiante War and Peace del 1984, dove il pubblico si scatena. L’encore prevede un solo pezzo, Overreaction, sempre dal capolavoro Killing Technology, al termine del quale la band scende nuovamente in platea per foto ricordo, strette di mano, abbracci e per scambiare quattro chiacchere con i fan. Tutto perfetto, quindi? Quasi. Purtroppo i suoni non sono assolutamente all’altezza della situazione. Il mixaggio dei vari strumenti è confuso e in molti frangenti la musica complessa e sfaccettata dei Voivod si trasforma in semplice rumore in cui è quasi impossibile distinguere i vari strumenti. E soprattutto copre totalmente la voce di Snake. Un vero peccato che penalizza molto l’esibizione, nonostante la bravura, la professionalità e la carica di simpatia dei quattro canadesi.