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Satori Junk, The Golden Dwarf: la recensione di Federico Moia

Tra i mille sottogeneri del metal, uno dei più ostici, complessi, quasi indigeribili, è sicuramente il doom metal. Tempi dilatati, atmosfere opprimenti, riff ipnotici e ripetitivi che danno l’impressione di addentrarsi in un labirinto di suoni e suggestioni. Un genere difficile e di nicchia, che però non ha scoraggiato i milanesi Satori Junk a comporre la loro seconda fatica discografica, due anni dopo l’esordio omonimo.

Satori Junk

Satori Junk

di Federico Moia

The Golden Dwarf mostra un’evoluzione nel suono dei nostri. Il sound, pur non allontanandosi dai canoni dettati dai maestri del genere, si è evoluto arricchendosi di personalità e lasciando capire il percorso artistico intrapreso. L’approccio al disco può essere difficoltoso, data anche la lunghezza dei pezzi, e solo dopo vari ascolti si iniziano davvero ad apprezzare le trame musicali tessute dai quattro milanesi. Dopo una breve intro, si parte con All Gods Die, che mette in luce le molteplici influenze della band. Una partenza quasi jazz, con colpi di batteria appena accennati e una voce suadente che inizia ad avvolgere l’ascoltatore. A metà pezzo l’atmosfera cambia di colpo e ci si ritrova avviluppati da riff ipnotici e avvolgenti e tastiere psichedeliche che modulano melodie inafferrabili e variopinte. La traccia apparentemente monotona cambia spesso e repentinamente proponendo ritmi sempre diversi. Se All Gods Die giocava ancora con influenze jazz e melodie fusion, la successiva Cosmic Prison incede pachidermica con riff pesantissimi e quasi monotòni che proseguono imperterriti per tutti i 10 minuti abbondanti della canzone, lasciando spazio solo a intermezzi di suoni alieni, che sembrano uscire dai “migliori” film sci-fi di serie B. Le atmosfere spaziali portano l’ascoltatore sempre più in profondità, in un vortice che sembra non finire mai, con la voce del vocalist Luke Von Fuzz che si allontana sempre di più nella spirale cosmica in cui siamo ormai intrappolati. Psichedelie cosmiche al sintetizzatore, suonato sempre da Von Fuzz, danno il via alla successiva Blood Red Shine che prosegue il trip. Il gioco tra la chitarra di Chris e il basso di Lory Grinder si fa qui più intricato, tra i numerosi break e – finalmente – da alcuni assoli melodici davvero pregevoli che rimandano alle origini stesse del doom, ovvero ai maestri indiscussi Black Sabbath. La canzone è anche la più corta dell’album, poco più di 5 minuti, anche meno se si esclude la lunga outro tra campane, piatti e strumenti orientali che conducono nella successiva e mastodontica Death Dog. L’inizio riprende la melodia accennata nel pezzo precedente, ma qui i sintetizzatori passano momentaneamente in secondo piano, dando più risalto ai riff stoner di chitarra. Anche la voce quasi strascicata riporta alla mente tanti gruppi del passato che è innegabile abbiano avuto  un’influenza sul quartetto milanese. Oltre ai già citati Black Sabbath, vale la pena ricordare gli Electric Wizard – che più di tutti si avvicinano al sound proposto dai Satori Junk – e gli Sleep. Riff monolitici e incursioni elettroniche rendono Death Dog sicuramente la traccia più pesante di tutti. Un vero macigno che incede in un crescendo di violenza e follia lungo tutti i 15 minuti del pezzo. Si chiude con la title track, The Golden Dwarf, che racchiude tutta la potenza  immaginifica ed evocativa dei quattro, inquietante nella sua lentezza esasperata. Piccola chicca finale, la cover di Light My Fire dei Doors, spettrale e angosciante, in cui i riff che furono di Robby Krieger sono dilatati e distorti all’inverosimile e la voce è quasi un pallido velo che ricopre il tutto. Che dire? The Golden Dwarf non è certo un disco di facile assimilazione e richiede ascolti attenti per poter essere compreso nelle sue molteplici sfumature. L’incrocio di doom metal, stoner, acid rock e jazz crea atmosfere particolarissime, in cui immergersi, cadere in catalessi sospesi tra sogno e realtà, perennemente in bilico sul baratro. Una conferma della bontà e della fantasia espressa dalla scena metal tricolore, con la speranza che possa sempre più riscuotere gli apprezzamenti e il successo che merita.

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Il racconto di Roberto Vecchioni è una lunga canzone verso l’Infinito

A distanza di cinque anni dal suo ultimo lavoro discografico, il 9 novembre esce L’infinito, il nuovo album di Roberto Vecchioni. Lo abbiamo incontrato nella meravigliosa cornice del teatro Gerolamo di Milano per farci raccontare il lavoro dietro questo album.

La cover de L'Infinito di Roberto Vecchioni

La cover de L’Infinito di Roberto Vecchioni

di Carlotta Sorrentino

L’album è composto da dodici tracce inedite che lui definisce dodici momenti di una storia. “…non dodici canzoni, ma una sola lunghissima canzone divisa in 12 momenti”. L’album uscirà solamente in analogico (cd e vinile) non in streaming o download, scelta fatta per andare in controtendenza con il “consumo” decontestualizzato e rapido dei brani. Il susseguirsi dei brani è parte integrante della narrazione. In questo album ogni parole è importante! L’album contiene due importanti collaborazioni. In primis Morgan, nel brano Com’è Lunga La Notte, per il cantautore Morgan è come un figlio che in questo brano interpreta lo stesso Vecchioni in una ironica autobiografia del professore  della musica. L’altra collaborazione vede il ritorno sulle scene di un altro big della canzone d’autore: Francesco Guccini. “Convincerlo non è stato faile, sono andato a casa sua e gli ho detto di ascoltare tutto l’album, lui si è seduto e lo ha ascoltato tutto in silenzio, quando è terminato si è alzato e mi ha abbracciato, siamo stati abbracciati un bel po’”. Due padri della canzone d’autore si rivolgono alle nuove generazioni invitandole a sfidare l’impossibile. Francesco Guccini e Roberto Vecchioni duettano per la prima volta nel singolo Ti Insegnerò a Volare, ispirato al grande Alex Zanardi. Le foto dell’album e la cover sono opera di Oliviero Toscani. Tra i vari artisti che hanno partecipato a quest’album troviamo anche il bassista Marco Mangelli, che nonostante non stesse bene ci teneva molto a suonare in basso in questo album. “Questo è il ricordo più bello, tutte le volte che ascolto l’album non cerco la mia voce ma il suono del basso che mi riporta ai momenti di divertimento passati insieme”. L’album si conclude con il brano Parola, questo brano vuole essere un elogio sulla morte della parola “fuori tema” nel contesto dell’album che vuole essere prevalentemente un inno alla vita e all’uomo. A marzo ripartirà in tour e ci “spoilera” che questo non sarà il suo ultimo album.

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Eleonora Betti ci canta la poesia del Coniglio Bianco: il video

E’ on line il videoclip de “Il Coniglio Bianco”, secondo estratto dal disco d’esordio di Eleonora BettiIl divieto di sbagliare.

Eleonora Betti

Eleonora Betti

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“Anni fa ho conosciuto una persona che trovavo evidentemente prigioniera delle proprie angosce, dei propri ragionamenti bui: quasi un impedimento al vivere”, racconta Eleonora. “Questa canzone è il mio modo di gridare l’urgenza di correre verso i nostri sogni, per realizzarli o perlomeno esplorarli”.

Il video in bianco e nero è stato girato, per la regia di Libonati & Giappichini, sul lago del Turano: “Scoprire è scoprirsi e lasciarsi le spalle scoperte, inseguirsi somiglia ad inseguire o ad essere inseguiti”.

Il disco, uscito lo scorso marzo per RadiciMusic Records è un viaggio con tratti onirici, dentro all’animo umano; un viaggio sempre in punta di piedi, con la delicatezza con cui Eleonora ama guardare le cose, come i dettagli della campagna toscana in cui è cresciuta. 9 tracce, di cui 3 in inglese -più una bonus track che vede la collaborazione con il producer Orang3- per raccontare, e raccontarsi. Le influenze sono quelle del folk, del pop internazionale, del jazz, della classica, ed entrano morbidamente l’una nell’altra.