0

Mama Marjas, quando il sound non ha confini

Arriva dalla Puglia una delle più internazionali delle nostre artiste. Mama Marjas accantona, almeno per ora, il reggae e vola verso nuovi sound. Lo racconta nel suo disco Mama e io lo racconto in questa intervista a Maria Germinario, come si chiama quando scende dal palco e si spoglia della musica.

Mama Marjas

Mama Marjas

Maria è un viaggio lontano dal reggae e verso la musica dei Sud del mondo.
Non è stata una scelta imposta le contaminazioni, ho fatto, a oggi, tre dischi e non ero autrice né produttrice, mi limitavo a scrivere il testo in base alle emozioni.
Oggi che è successo?
Sarà che mi avvicino ai 30 anni, ma ho sentito l’esingenza di fare un disco dove c’è l’Africa ma ci sono anche io che mi metto a nudo musicalmente.
Soddisfatta?
Ci sono tutti i generi che mi piacciono. Certo ci voleva un doppio disco per metterci tutto quello che amo. Non ci ho pensato più di tanto, ci ho messo quello che mi veniva in mente.
Un salto nel buio.
Ho lasciato la Giamaica e sono andata verso altri riti: la metrica per il raggamufin è strategica, mi servono basso e batteria per creare il groove.
C’è un bella vena Blues.
Abbiamo il Blues grazie all’Africa, la schiavitù ha dato profondità e visceralità estreme. Io prima del reggae ho amato il Blues, il reggae è un derivato del soul e del blues.
Ci sono limiti alle contaminazioni?
Tutte le musiche sono mescolabili. Bisogna usare l’Africa come musica non come marketing. E comunque non potevo fare un quarto disco reggae, dovevo mettermi alla prova affacciarmi su altri generi che amo tipo cumbia, damboo o rumba catalana. Il desert blues è stato una illuminazione, mi ha fatto capire quale è l’anello di congiunzione tra Africa e Blues.
E’ stata protagonista della Carmen secondo l’Orchestra di piazza Vittorio.
La considero una conferma, un chiudere un cerchio, sono dieci anni faccio reggae music. Per me fare Carmen, una donna forte, indipendentente e sola è coraggio, lei fa una brutta fine: il femminicidio ci sarà sempre, difficile eliminarlo ma bisogna combatterlo e bisogna giudicare una donna non per come balla ma per quello che è.
E’ stata un Carmen straordinaria.
Sono tutte Carmen le fiere donne del sud e lavoratrici, con la testa sulle spalle, che da casa mandano avanti una famiglia. Fare Carmen è stato notevole, Mario Tronfio mi ha definita perfetta, vera e autentica.
Insomma siete molto simili lei e Carmen.
Non mi faccio mettere i piedi in tesa da uomini né dall’amore. Al primo posto c’è essere una persona che fa cose positive.
Essere padroni della propria musica è difficile?
Oggi vivere della propria musica è sempre più difficile, la musica è sempre più un prodotto. Io ci metto il cuore. Devi però pensare a numeri, visualizzazioni. Il tour sarà divertente. Il 19 dicembre a Cassano delle Murge farò una serata per la sensibilizzazione dell’uso della canapa. Bisogna abbattere i pregiudizi. Poi un altro live sarà nella mia Taranto il 27 dicembre.
Vacanze?
Sto al Sud in questo periodo, io non vado al freddo. Adoro guardare il cielo di puglia, la amo la mia regione. Penso a Bruxelles e Berlino e il freddo mi blocca.
Chi è Mama?
Una persona molto emotiva e affettiva, parlo molto dal palco, faccio le foto con tutti, parlo con tutti. Canto per dire delle cose, dico delle verità: non sono un profeta però ho dei valori. La reggae music era one love, ora non più ma io mi sfogo. E’ brutto vedere con Facebook e twitter tutti sono liberi di dire quello che gli pare e contestano a prescindere. Questo è il ruolo pubblico poi c’è Maria Germinario che su twitter ha un profilo privato.
Nel disco c’è anche la Merengue.
Una sera acoltavo in televisione un concerto di James Brown e mi è venuto pensiero: la merengue è rythm’n’blues più veloce, che ti fa sudare. Sono collegabili, è un delirio ritmico. Il merengue come lo faceva James Brown è improvvisazione.
Ai suoi concerti si salta?
Ormai alle dancehall la gente non si fa trascinare dalla musica: sta a braccia conserte, osserva, è più chiusura che apertura: io voglio far ballare la gente! Noi con tarantelle e pizziche esorcizziamo la stanchezza e ricordiamo che la vita è bella e bisogna volersi bene. Sono per la positività.
I suoi non sono semplici concerti, sono feste.
Spesso vedo mamme che chiedono di far salire la figlia, sul mio palco faccio salire chiunque abbia una attitudine positiva, è bello vedere gente di ogni età che balla con me. L’importante è sapersi comportare e pensarla in un certo modo.
Sui social come si muove? Chi vuole seguirla che deve fare?
Mi ci sto avvicinando ma ho tutto e aggiornato. E c’è anche la Love University Records, etichetta che parla di vari fratelli.

0

Le interviste di Note Spillate: "A te" Lucio da Fiorella Mannoia

Fiorella Mannoia (foto di Simone Cecchetti)

Un approccio delicato come solo lei poteva fare. Fiorella Mannoia si avvicina al suo amico Lucio Dalla in punta di piedi, con un disco e un dvd, con 12 canzoni scelte “con fatica” in un repertorio immenso. E la scelta è ricaduta su alcuni brani epocali ma anche su un paio di titoli meno noti. Alle spalle di Fiorella l’Orchestra Sesto Armonico e al fianco amici, collaboratori, musicisti. E tanti amici. Note Spillate ha intervistato Fiorella.

Fiorella Mannoia con “Sud” si è proposta come autore e già torna interprete?
La scrittura procede ma di fronte ai testi di Lucio una alza le braccia.
Nel dvd, rilancia il bianco e nero.
E’ una scelta fatta insieme alle persone che hanno lavorato con me. E’ una lavoro corale. Ci abbiamo lavorato tutti insieme, non mandandoci i file come oggi purtroppo si usa. E’ un album fatto come ai tempi di Studio 1.
Tempi di lavorazione?
Abbiamo realizzato tutto in due giorni, una esperienza straordinaria seppur tra mille le difficoltà. Eppure nessuno si èlamentato, mai vista tanta gente così coinvolta.
La scelta dei brani?
Complicata e dolorosa.
Con quel repertorio…
Non solo per quello. Lucio lavorava con tale naturalezza che non dava la sensazione di arrivare così in alto con la voce, serve un orecchio del mestiere per percepirlo, solo chi affronta il suo repertorio lo capisce.
“Caruso” è da tenore.
Eppure non è difficile. Lo sembra perché tanti che la interpretano si lanciano in un grido disperato invece è il canto di un uomo che sta morendo e non si dovrebbe urlare.
Brani che la hanno messa in difficoltà?
“Futura” è complicatissima, mi veniva strozzata e urlata, ho rinunciato. Per “La sera dei miracoli” ho chiesto la collaborazione di Alessandra Amoroso. Da sola non sarei riuscita perché nell’inciso sale così alta che non ci arrivo.
Ha messo in “A te” anche canzoni meno note tipo “La casa in riva al mare” e “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”.
Lucio le amava e me lo ha confermato il suo compagno Marco Alemanno. Era necessariosfiorare il suo repertorio meno noto. 
Vi conoscevate?
Non ero una amica intima, lo ho frequentato, ci siamo visti molte volte. Mi ricordo tutti gli episodi che ci hanno visto insieme, le tante volte che lui cantava Anna e io Marco. Ci siamo incontrati alle Tremiti e sulla sua barca. Ron, che lo conosceva meglio e col quale abbiamo duettato in “Felicità”, mi ha spinto dicendo che non c’è bisogno di essere tanto legati a lui per amarlo.
Teme il saccheggio del patrimonio di Dalla? Il moltiplicarsi delle celebrazioni inutili o malfatte?
Il patrimonio è di tutti sta all’eleganza di ognuno di noi decidere cosa farne. Le speculazioni artistiche ci saranno sempre.
“A te” andrà in tour?
Poche date a Roma a fine di dicembre poi mai più. Registreremo ma non sose diventerà un progetto.
Il suo domani che prevede?
A fine marzo la nuova tournée e poi una festa nel 2014: compio 60 anni e qualcosa vorrei fare.
“Sud” è uno dei dischi più intesi degli ultimi dieci anni.
E’ stato difficile staccarmi da “Sud”. Era un disco pensato come concept con forti implicazioni emotive.