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Il ritorno dei Milagro

Milagro è una band emiliana composta da Francesco Cavazzuti, Antonio Capolupo e Tommaso Stanzani che, dopo aver partecipato a Sanremo nel 2006 con il brano Domani, ha deciso di fermarsi per un po’ per poi tornare con questo secondo disco dal titolo Fino a toglierci la sete.
Li abbiamo intervistati.

Milagro

Milagro

di Camilla Abrusci

Come mai la scelta di fermarvi?
Avevamo la necessità di fermarci e rimetterci a fare musica come un bisogno primario. Continuare sarebbe stata una forzatura e quindi lo abbiamo fatto per rispettarci ed essere anche credibili. In quel momento non sentivano di dare altro alla musica. Non sentivamo dentro un’ispirazione che ci permettesse di metterci a scrivere. Avevamo bisogno di fermarci e fare il punto della situazione su quello che avevamo vissuto.
Adesso siete pronti per ripartire?
Assolutamente sì e siamo convinti al cento per cento. In questo disco abbiamo portato tutto il bagaglio di esperienze maturate in questi anni e la necessità di metterlo in musica, per noi, era fondamentale.
Vi piacerebbe tornare a Sanremo?
Visti i presupposti sì, poi soprattutto per noi che siamo degli artisti emergenti, è un palcoscenico che ancora fa comodo e che rispettiamo. E’ una tradizione della musica italiana.
L’incontro con Ben Harper?
E’ stata la soddisfazione, a livello personale, più bella del Festival. Lui faceva parte della nostra stessa casa discografica, la Emi. Il suo camerino era accanto al nostro e durante il backstage, nella serata finale in cui era ospite di Jovanotti per cantare Fango, i nostri discografici ci hanno presentati. Dopo l’esibizione lui è andato a cena. Era l’1.30 e noi eravamo appena saliti sul palco per cantare. Ci ha visto in tv e gli siamo piaciuti così tanto da chiedere ai discografici di riportarlo da noi per complimentarsi e avere una copia autografata del nostro disco.
I testi sono scritti da voi?
Sì. I testi, gli arrangiamenti musicali e la strumentazione. Adesso ci auto produciamo pure, non volevamo influenze esterne e quindi abbiamo deciso di staccarci dalla Emi anche perché, dato il momento che sta passando la discografia, ci viene più facile gestire tutto da soli.
Chi è Viola?
Analizzando il testo, Viola è una ragazza che ha avuto un passato difficile dal quale riesce e vuole, soprattutto, uscire. Ma aldilà della storia che può raccontare il testo della canzone, ha due significati: Viola è il colore che vogliamo prendere come simbolo della nostra ripartenza; e poi, il messaggio più grande che racchiude tutto il resto del significato dell’album, è quello proprio di ripartire e di riuscire a trovare le forze per ricominciare e reagire dopo qualsiasi tipo di situazione. Che sia quella di Viola, la protagonista descritta in questo singolo, o quella in cui ognuno si può ritrovare.
Quale criterio avete seguito per la scelta singolo del lancio dell’album?
Dal punto di vista emozionale, Viola è molto forte e il testo, estremamente incisivo, va in contrasto con la melodia che è totalmente solare al contrario di quello che, invece, viene trattato come tema all’interno del pezzo. Folk è il simbolo della musicalità di questo pezzo, perché rappresenta un po’ la rinascita e il cambiamento che c’è stato in questi anni a livello musicale e strumentale. E’ un pezzo energico e fresco, in cui le chitarre lo fanno da padrona. Quindi è stato scelto perché, stilisticamente, rappresenta il contenuto nella forma più energica di Fino a toglierci la sete e perché ci interessava questo contrasto forte fra il testo e l’armonia che va da un’altra parte.
All’interno di Fino a toglierci la sete, sono presenti due tracce strumentali…
Sono pezzi che sono nati così e secondo noi trovavano compimento, a livello emozionale, così com’erano, senza bisogno di aggiungere niente. Rappresentano degli stati d’animo e quindi abbiamo deciso di lasciarli senza testo per creare questi due momenti di riflessione e di spazio all’interno del disco.
Adesso siete in giro per promuovere il vostro disco?
Sì, sabato 20 settembre abbiamo suonato al Palazzo Reale di Torino; sabato 27 saremo al Mei di Faenza, la Fiera Nazionale delle case discografiche indipendenti con uno show case di una quarantina di minuti; il 4 ottobre al Buena Vista Social Club di Novellara e il 7 ottobre al Bravo Caffè di Bologna, data importante perché è un locale storico di Bologna per la musica dal vivo in cui si ritrovano, spesso, anche musicisti di varie estrazioni e di vario genere. Le date sono in aggiornamento quindi per essere sempre informati, è possibile consultare il sito.

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Sanremo 2014, una Perturbazione color…Viola

La conosciamo come Violante Placido ma quando impugna il microfono e apre la voce diventa Viola. Salirà sul palco dell’Ariston per duettare con i Perturbazione, insieme faranno La donna cannone. La abbiamo incontrata a Sanremo.

Violante Placido in jam session con i Perturbazione

Violante Placido in jam session con i Perturbazione

Viola quando canta il volto si fa serafico.
La musica è un qualcosa da cui non posso separarmi, al di là che possa essere una carriera o meno.
Perché ci è arrivata così tardi?
Me lo sono chiesta anche io, forse una sorta di eccessivo pudore, come ho vissuto la musica a scuola, con molta disciplina, mi ha un po’ frenato. La vivevo in modo bloccante. Non sono legata a un insegnamento, la musica è libertà assoluta, è entrare in contatto profondo con le proprie emozioni.
Difficile svelarsi in musica?
Quando canto racconto il mio mondo musicale. Chiamalo suggestione, luogo, non è una persona fisica. E’ legato all’intimo, è la mia parte più intima ma sono sempre io. Mi interessava avere la musica come elemento terapeutico. Mi dà un senso di autonomia che fa parte del mio carattere.
E’ critica?
Sì ma non sulle scelte, sono grande critica di me stessa.
Suo figlio Vasco apprezza l’aspetto cantante della mamma?
Eccome, canta anche le mie canzoni. Gli fa effetto risentire le mie canzoni dopo un po’ di tempo: urla il ritornello dunque le riconosce.
Duetterà con i Perturbazione.
E ne sono felicissima. Anche a livello umano sono persone molto belle.
Perché lei che gira molto non va all’estero?
E’ difficile per un italiano anche se canti in inglese.
Sanremo le piace?
Lo ho sempre guardato, per cercare una sorpresa, ne escono fuori poche ma c’è sempre la speranza, è bello essere stupiti. E’ un palco che emoziona, basta pensare a chi c’è passato sopra. E’ un evento dove le emozioni ci sono. Non è finta. Quando canti non bari.

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Viola e le sue tante anime cantano in "Sheepwolf"

Viola

Più ombre che luci ma comunque consapevoleza. Si rincorrono metà oscure e tenerezza. Si chiama “Sheepwolf”, pecora e lupo, il secondo disco di Viola, che quando non è posseduta dal demone della musica è Violante Placido. Pronta ad affrontare il ruolo di mamma, ammette di sentirsi libera solo quando ha in mano la sua chitarra. La folgorazione per la sei corde è datata 1998 ma bisogna attendere il 2006 per il primo disco “Don’t be shy”, non avere paura, titolo sintomatico di un percorso senza schemi né freni. Ora è nato “Sheepwolf”, il secondo: Note Spillate ha intervistato Viola.
Mamma Viola dovrà far slittare il tour.
Ne sono contenta. La mia logica prevede di dare alle gente la possibilità di conoscerlo.
Obiettivo?
Che venga ai concerti perché convinta e non per curiosità.
Però un assaggio c’è già stato.
Prima dell’estate ho fatto qualche serata in trio elettro-acustico ma assicuro che il tour proporrà un suono vicino a quello dell’album.
I testi sono quasi psicanalitici.
C’è una esortazione ad affrontare l’irrisolto. Ci sono sospensioni e qualche incubo. Ma pure delle ballate come “We will save the show” e “Scared of my ghost” che per altro appartengono a un periodo precedente.
Dunque troviamo due stagioni della sua vita in “Sheepwolf”?
Forse anche di più. Pensavo che testi dalle origini così disparate e con vestiti musicali così eterogenei non potessero stare insieme. Poi mi sono

Viola

detta che era giusto così, che tutte mi appartengono e che rappresentano le mie tante facce.
Demonizza la sacralità dei concept album.
Magari un giorno ci cadrò anche io, ma non ora.
Si sente la mano di LeLe Battista.
Mi hanno incuriosito i suoi testi.
Lei non scrive?
In inglese. In italiano non mi viene e poi mi giudico molto e il processo di scrittura è diverso. Divento più cerebrale.
Cosa è “Sheepwolf”?
Un processo istintivo. Credo che l’istinto vada assecondato.
Il titolo?
voce a più anime: sono giocosa ma non temo l’oscurità. E devo ringraziare il mio produttore artistico Gaben che mi ha permesso di puntare lo sguardo su altri orizzonti. Amo scoprirmi.
Il suo inglese la porterà all’estero?
Perché no? Mi piacerebbe ma non è facile. Bisogna trasferirsi, essere fisicamente presenti. Si creassero i presupposti partirei.
Ha pronta una ninna nanna?
Credo che “Sheepwolf” sia già una ninna nanna ma qualcosa per lei inventerò. Magari da canticchiare solo in casa, solo per lei.